Intro GIG

In primo piano

“La generazione, compromesso dinamico tra massa e individuo, è il concetto più importante della storia e, per così dire, la cerniera su cui la storia stessa effettua i suoi movimenti.” (da “Il tema del nostro tempo” di J. Ortega Y Gasset, 1923)

Sono Paolo Scozzi. Sono nato nel gennaio del 1980. Nelle stesse ore in cui nascevo, senza saperlo, nasceva la prima generazione italiana che avrebbe avuto condizioni di vita peggiori di quelle dei propri genitori. Si è passati dagli anni “Trenta gloriosi” (1959-1979) agli anni Trenta (e passa) pietosi (1980-oggi)*.
I problemi maggiori delle generazioni più giovani sono causati da anni di crisi economica e di mancanza di lavoro, con ripercussioni negative anche nella vita affettiva e nella possibilità di costruire nuclei autonomi familiari.
Ho aperto questo blog per condividere diversi “stimoli” e interessi raccolti negli anni, creando un contenitore virtuale che abbia come tema principale i giovani, i rapporti tra le generazioni e la mancanza di giustizia intergenerazionale.

Ho deciso di chiamare questo blog GIG – Giustizia InterGenerazionale perché voglio che il nome sia il messaggio principale da trasmettere.
Il resto sono storie, letture, informazioni e dati di vario genere, con la speranza che gli interessi e i diritti delle generazioni più giovani (e di quelle future) siano posti come priorità nell’agenda politica del nostro paese.

Per cominciare, consiglio di leggere che cosa intendo per giustizia intergenerazionale, le fonti e gli spunti base di questo blog e il Manifesto GIG abbozzato

* cit. da La Scomparsa della sinistra in Europa, di A. Barba e M. Pivetti, 2016

Nell’Ombra

Di seguito il corto-animato A Shadow – A Modern Odissey di Lubomir Arsov del 2017.. “un viaggio visionario attraverso i frammenti dell’inconscio dell’Occidente per affrontare con coraggio l’Ombra”.

Alcune citazioni di Carl Gustav Jung riprese dal sito internet del corto-animato:

Nessun albero, si dice, può crescere in paradiso se le sue radici non raggiungono l’inferno.

Ognuno porta con sé un’ombra, e meno è incarnata nella vita cosciente dell’individuo e più essa è nera e densa.. se viene repressa e isolata dalla coscienza, non sarà mai corretta.

Manifesto pigro

Di seguito l’estratto “Manifesto pigro” tratto dal libro del 1996 di Steve Mizrach Manifesto X (tit. orig. Slackers Manifesto).

X manifesto - Steven Mizrach alias Seeker 1 - Theoria | eBay

La nostra generazione non sa neppure come chiamarsi. “Ventiqualcosa” è appena un termine descrittivo. Il termine baby busters indica che siamo il fallimento dopo i boomers, la brezza leggera dopo il terremoto giovanile, il grande tracollo demografico.
Forse ha ragione Douglas Coupland quando ci chiama generazione X.
Non per Malcom, ma perché siamo inqualificabili: un assoluto fattore x. Paradoxali. Nessuno sa chi parla per noi, quale nicchie di mercato occupiamo, quali sono le cose più vicine ai nostri cuori.
Rappresentiamo un enigma per i nostri predecessori, e forse lo saremo anche per la generazione che ci seguirà: i cosiddetti figli del millennio, nati dopo il 1981.
La generazione X è fatta di slackers, hackers (prehackers, cyberpunk, neuoronauti) e new jackers, quella gioventù urbana sempre disponibile e profeta della Hiphoprisy [cfr. The Disposable Heroes of Hiphoprisy].
Siamo ravers e surfisti Atari, settantofili che zoomano avanti e indietro senza un posto dove andare.
Secondo la maggior parte dei demografi conosciamo meglio la cultura pop e la strada, un po’ peggio i classici, l’etica e le materie principali (e in particolare geografia, educazione civica e storia: dove, in poche parole, sembra che siamo una disgrazia accademica).
Molti di noi non leggono, né votano e sono certi di non averne alcuna intenzione.
I sondaggi dicono che siamo più propensi ad affrontare rischi, intenzionati a fare cose che con ogni probabilità si risolveranno in un autodanneggiamento, e più materialisti dei nostri predecessori, i boomers.
Dicono che siamo meno ambiziosi, meno idealisti, che abbiamo meno principi morali, meno interessi e meno disciplina di ogni generazione precedente di questo secolo.
Siamo la generazione con più aborti, carcerati, suicidi; la più incontrollabile, indesiderata, imprevedibile della storia. (Così almeno sostengono gli autori della tredicesima generazione).
Se si dà un’occhiata alle organizzazioni politiche  che aggregano la nostra generazione, non si vedranno yippies, SDS, diggers, o weathermen [Organizzazioni politiche americane nate negli anni ’60-70. Tra tutti i weathermen si distinguevano per l’estremismo delle loro posizioni, spesso sfociati in pratiche di azione diretta (n.d.t.)].
Al posto loro ci sono gruppi come Lead or Leave e Rock the Vote, che al massimo del loro radicalismo spiegano alla gente di votare contro la censura e di chiedere ai politici di assumersi l’impegno di ridurre il deficit o di lasciare l’incarico.
É tutta qui la coscienza sociale, è tutto qui il radicalismo della nostra generazione? Dare la colpa ai vecchi e ai pensionati per una crisi di deficit che non hanno creato? Contrapporre i giovani ai vecchi? Sicuramente possiamo fare di meglio! Ci sono venti e più gruppi lì fuori che combattono per i senzatetto, che lavorano per l’ambiente e che lottano per una riforma dell’insegnamento ma di chi i media non sembrano accorgersi mai. Se volessimo veramente il problema del deficit dovremmo occuparci di titoli e, allo stesso tempo, fare i conti con la voracità onnivora delle spese militari..
La buona notizia è che siamo una generazione che crede poco alle chiacchiere e molto all’azione. Rifuggiamo ideologie e dogmi a favore di un pragmatismo essenziale in tutti i campi della vita. Siamo meno prevenuti e meno sessisti di ogni generazione precedente, eppure i sondaggi dimostrano, stranamente, che siamo facilmente soggetti al bigottismo.
In quanto generazione, molti di noi sentono il dovere di riportare ordine nella confusione lasciata dai nostri predecessori.
La nostra attenzione è rivolta più al futuro che al passato – siamo stanchi di tutto questo schifo di nostalgia “retrò”.
La maggior parte di noi detesta la propria infanzia e la cultura di scarto di quel periodo (nonostante questa sembri essere continuamente riciclata in film e in spettacoli tipo Brady Bunch) [La più nota serie televisiva americana degli anni 70 (n.d.t.)] ed è restia a vedere la propria vita familiare come qualcosa di idilliaco o come “gli anni più belli della mia vita”.
Siamo rabbiosamente indipendenti ed auto-motivati, in grado di ottenere qualsiasi cosa vogliamo in qualsiasi circostanza.
Disprezziamo i New Agers dei nostri tempi – non per i grandi ideali che sbandierano ma perché non riescono mai a realizzarli.
Siamo i partigiani del Nuovo limite, intenzionati a esplorare nuovi luoghi, a trascendere i vecchi confini, a pensare più in grande di chiunque altro.
Nonostante il fatto che, come generazione, sembriamo aver accettato uno standard di vita peggiore di quello dei nostri genitori, presi uno per uno esprimiamo un ottimismo personale Quasi incredibile “Ce la farò, costi quel che costi”.
ODIAMO essere categorizzati, trattati come massa indistinta o etichettati.
Anche questa lunga lista di generalizzazioni risulta composta solo di approssimazioni – tendenze che qualche Xer, da qualche parte, si sta scrollando di dosso.
Nessuno sa quale musica ci piace: rap, punk, progressive, industrial, acid house, eurotrash, technorave, hip-hop, world beat, o niente di tutto questo.
Non c’è niente che ci definisca come il Rock’n’Roll fece con i boomers.
Le statistiche sui nostri consumi portano i mercanti a listeria; le loro pubblicità sostengono di sapere che cosa ci piace e come siamo, ma si sbagliano sempre.
Anche i nostri credo politici trascendono le definizioni. La maggior parte di noi vive con la massima che “ogni politica è locale”. Sentiamo di essere nati dopo che due grandi rivoluzioni sono cominciate, finite e riassorbite.
La rivoluzione sessuale ci ha lasciato il divorzio l’AIDS, l’herpes, stupri all’ordine del giorno e gravidanze adolescenziali alle stelle. Al posto dell’esplorazione della sessualità, c’è rimasto il caos sessuale.
Per di più sembra che nessuno di noi si scambi più degli appuntamenti. Certo, facciamo ancora del sesso, ma non ci innamoriamo più. La rivoluzione delle droghe ci ha lasciato il crack, il PCP e l’eroina. Le bande giovanili di oggi sono troppo preoccupate per il loro territorio per aver voglia di turn on and tune out [Slogan che negli anni ’60, invitava all’assunzione di LSD. Letteralmente “Sballati e stacca la spina” (n.d.t.)]. Siamo più “conservatori” dei nostri genitori solo nel senso che sentiamo che hanno affrontato le loro rivoluzioni nel modo sbagliato. Qualcuno di noi cerca ancora l’amore libero e Il vero viaggio mentale, ma vogliamo farlo meglio dei boomers: questo è il nostro motto.
Tra noi c’è chi prevede un vero e proprio stato di guerra generazionale con i boomers. Personalmente non credo. Ma tutto sommato penso che il nostro odio per i boomers sia gelosamente nascosto. Figurarsi: una generazione che credeva di poter cambiare il mondo!
Siamo fortunati se riusciamo a sopravvivere: credere a una cosa così sorprendente è fuori discorso. Riconosco di invidiare i boomers. Le cose di cui mi interesso – l’espansione della coscienza, la liberazione dell’uomo, una società veramente giusta, equa e imparziale, un mondo unito e in pace, l’umano progresso e la diffusione della tecnologia – sembrano una rivisitazione degli slogan degli anni ’60. Gli scopi sono rimasti gli stessi, ma completamente differenti.
Noi siamo più furbi; loro vestivano i loro slogan apertamente, noi li nascondiamo.
Non per impedire agli altri di vederli, ma perché sappiamo che l’invisibilità è un’arma.
Alcuni demografi hanno assegnato alla nostra generazione un penoso compito “retrò”.
Dicono che ripristineremo i “valori familiari” dopo l’attacco alla famiglia degli anni ’60 e ’70. Che restaureremo i valori “comunitari” degli anni ’50 – quando tutti si fidavano dei propri vicini e lasciavano le porte aperte perché potessero entrare – dopo i crimini e la disintegrazione civile degli anni successivi. Che riporteremo la dignità di quegli anni – , sapete, quando la gente era pulita, ordinata, disciplinata, uniforme, ecc. NO! In realtà noi figli degli anni ’70 non riporteremo gli anni ’50 fra di noi.
Al contrario faremo sembrare il caos degli anni ’60 roba da bambini – perché lo era. Siamo qui per portare il cambiamento – improvviso e traumatico se vi saremo costretti. Siamo pronti a sanare ogni frattura: tra gli uomini e la natura, tra gli uomini e la tecnologia, e soprattutto tra l’uomo e l’altro.

Una generazione sull’orlo della più grave emergenza

Di seguito un piccolo estratto del capitolo 4 “Instabilità: forte aumento dei problemi di salute mentale” di Jean Marie Twenge Iperconnessi (titolo originale: iGen. Why Today’s Super-Connected Kids Are Growing Up Less Rebellious, More tolerante, Less Happy – and Completely Unprepared for Adulthood – and What That Means for the Rest of Us) del 2017, in cui si mettevano in evidenza alcuni caratteri problematici delle generazioni più giovani. Se qualche anno fa il quadro che emergeva dalla ricerca della Twenge era quella di “una generazione sull’orlo della più grave emergenza di salute psicologica giovanile” oggi con la pandemia e i vari lockdown in corso, le conseguenze psicologiche e sociali che i più giovani subiranno sono difficilmente immaginabili.

Copertina del libro Iperconnessi di Jean M. Twenge

Ilaf Esuf, studentessa a Berkeley, Università della California, era a casa durante un periodo di vacanza quando è successo. Era stata a far compere con sua madre e rientrando si è sentita sopraffatta dalla tristezza e ha cominciato a piangere. “Ho parcheggiato nel vialetto, ho inzuppato di lacrime le maniche con cui cercavo di asciugarmi gli occhi di nascosto, – ha scritto sul “Daily Californian”. – Mia madre era sbalordita. Mi ha stretto il braccio, mi ha chiesto perché piangevo, ma non ho saputo risponderle. Quella tristezza inesplicabile, imprevedibile non voleva andarsene, come mia madre che è rimasta ferma accanto alla porta, preoccupata, disperata, ad aspettare che le cose riprendessero un senso”. Ilaf non sa sempre con precisione perché si sente depressa, e fatica a spiegarlo ai genitori. “Non so cosa c’è che non va e non perché mi sento così, ma giuro che sto bene, che passerà. E’ quello che mi dico quando cammino per la strada e sento le lacrime che mi scorrono sul viso”.

Gli iGen in rete sembrano così felici, con le loro smorfie buffe su Snapchat e i sorrisi nelle foto di Instagram. Ma se si scava un po’, si scopre una realtà molto meno confortante. Questa generazione è sull’orlo della più grave emergenza di salute psicologica giovanile da decenni. In superficie, però, va tutto liscio come l’olio.


Si v. ad es. gli ultimi articoli: – Nel tredicesimo mese dell’anno. La questione giovanile dentro la crisi, su Avvenire.it, 15.01.2021
L’allarme del Bambin Gesù: “I giovanissimi si tagliano e tentano il suicidio: mai così tanti”, su Huffington Post, 19.01.2021
La generazione perduta del Covid: buchi di apprendimento del 30-50%, su Il Sole24Ore, 11.01.2021

Un equilibrio tra 3 componenti

Di seguito l’articolo Un equilibrio tra tre componenti tratto da Buddismo e società n. 195.

L’idea di sviluppo sostenibile si basa sulla consapevolezza che le tre dimensioni ambientale, economica e sociale siano inscindibili e profondamente interconnesse. In questo senso, la definizione di sviluppo sostenibile come di equità tra generazioni implica anche, per coerenza, l’equità all’interno di ogni generazione.
La sostenibilità inter-generazionale è di tipo ambientale e intende garantire la libertà di scelta alle generazioni future, libertà che dipende in modo cruciale dall’integrità dell’ambiente naturale che esse riceveranno in eredità. Quella intra-generazionale è di tipo socio-economico e intende garantire a tutti e tutte pari opportunità. Ciò può avvenire soltanto se viene garantita una sostanziale uguaglianza dei “punti di partenza”, cioè l’accesso effettivo a tutte le opportunità economiche e adeguati livelli di benessere sociale. La povertà, la denutrizione, le malattie riducono considerevolmente l’accesso a tali opportunità. Benessere e felicità, inoltre, dipendono non solo dalla povertà assoluta ma anche da quella relativa, ovvero da disuguaglianze nella distribuzione dei redditi. Analogamente, l’inquinamento dei beni ambientali limita la disponibilità delle risorse naturali e ne riduce la qualità rendendone impossibile alcuni impieghi. Se per esempio inquiniamo l’acqua ne limiteremo il suo utilizzo come bene necessario per il sostentamento fisico: per bere o per igiene personale o per le attività agricole e l’irrigazione dei campi.
Livelli crescenti di disuguaglianza e degrado ambientale possono avere conseguenze negative anche per l’andamento dell’economia. Basta pensare ai cambiamenti climatici che derivano dall’innalzamento della temperatura globale: provocati dalle attività antropiche e da un’idea di sviluppo economico senza limiti, nei prossimi anni porteranno a una riduzione delle produttività della terra e delle risorse naturali, a un aumento del numero di eventi climatici estremi e quindi dei relativi problemi di salute per i lavoratori con una riduzione della produttività e del lavoro, a un innalzamento del livello dei mari e a un aumento del fenomeno migratorio. Per di più il deterioramento ambientale peggiora le condizioni dei poveri, che a loro volta si trovano costretti a sfruttare ulteriormente le risorse naturali per assicurarsi la sopravvivenza giornaliera. Elevati livelli di disuguaglianza possono causare tensioni sociali e politiche, che spesso hanno effetti negativi sulla crescita del reddito e scoraggiano gli investimenti.
È chiaro allora che soltanto la considerazione della triplice dimensione dello sviluppo può essere fonte di un vero miglioramento del benessere degli esseri umani e garantire che le attività economiche siano compatibili con l’equità sociale, gli ecosistemi e l’equilibrio ambientale. (Carlo Orecchia)

Fonte: Simone Borghesi e Alessandro Vercelli, La sostenibilità dello sviluppo globaleCarocci, 2005

La nostra specie

Di seguito l’estratto finale del libro Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli

Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non pare avere la stoffa delle tartarughe, che hanno continuato ad esistere simili a se stesse per centinaia di milioni di anni, centinaia di volte di più di quanto siamo esistiti noi. Apparteniamo a un genere di specie di vita breve. I nostri cugini si sono già tutti estinti. E noi facciamo danni. I cambiamenti climatici e ambientali che abbiamo innescato sono stati brutali e difficilmente ci risparmieranno. Per la Terra sarà un piccolo blip irrilevante, ma non credo che noni li passeremo indenni; tanto più dato che l’opinione pubblica e la politica preferiscono ignorare i pericoli che stiamo correndo e mettere la testa sotto la sabbia. Siamo forse la sola specie sulla Terra consapevole dell’inevitabilità della nostra morte individuale: temo presto dovremmo diventare anche la specie che vedrà consapevolmente arrivare la propria fine, o quanto meno la fine della propria civiltà.
Come sappiamo affrontare, più o meno bene, la nostra individuale, così affronteremo il crollo della nostra civiltà. Non è molto diverso. E non sarà certo la prima civiltà a crollare. I Maya e Creta ci sono già passati. Nasciamo e moriamo come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà. Per noi, proprio per la sua natura effimera, la vita è preziosa. Perché come scrive Lucrezio, “il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile” (De rerum novarum, III, 1084).
Ma immersi in questa natura che ci ha fatto e che ci porta, non siamo esseri umani senza casa, sospesi tra due mondi, parti solo in parte della natura, con la nostalgia di qualcosa d’altro. No, siamo a casa. 
La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa. Questo mondo strano, variopinto e stupefacente che esploriamo, dove lo spazio si sgrana, il tempo non esiste e le cose possono non essere in alcun luogo, non qualcosa che ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci mostra della nostra casa. Della trama di cui siamo fatti noi stessi. Noi stiamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia non facciamo che essere quello che non possiamo che essere: una parte del mondo.
Lucrezio lo dice con parole meravigliose:

… siamo tutti nati dal seme celeste;
tutti abbiamo lo stesso padre,
da cui la terra, la madre che ci alimenta, 
riceve limpide gocce di pioggia,
e quindi produce il luminoso frumento, 
e gli alberi rigogliosi,
e la razza umana,
e le stirpi delle fiere,
offrendo cibi con cui tutti nutrono i corpi,
per condurre una vita dolce 
e generare la prole…
(II, 991-997)

Per natura amiamo e siamo onesti. E per natura vogliamo sapere di più. E continuiamo a imparare. La nostra conoscenza del mondo continua a crescere. Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute del tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro steso pensiero.
Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo e ci lasciano senza fiato.

L’uomo epimeteico

Di seguito la parte finale del libro di Ivan Illich Descolarizzare la società del 1972.

Amazon.it: Descolarizzare la società. Una società senza scuola è ...

Si ritiene di solito che Prometeo significhi “il preveggente” o anche “colui che fa avanzare la stella polare”. Egli sottrasse abilmente agli dèi il monopolio de fuoco, insegnò agli uomini a servirsene per forgiare il ferro, divenne il dio dei tecnologici e finì legato a ferree catene.
La Pizia di Delfi è stata ora sostituita da un computer che troneggia sui pannelli e perfora schede. Gli esametri dell’oracolo hanno lasciato il posto a istruzioni in codici di sedici bit. L’uomo timoniere ha ceduto la barra alla macchina cibernetica. Sta per comparire la macchina definita che guiderà i nostri destini. I bambini fantasticano di volare con le loro astronavi lontano da una terra al crepuscolo.
Dalla prospettiva dell’uomo giunto sulla Luna, Prometeo potrebbe riconoscere nell’azzurra e splendente Gaia il pianeta della speranza e l’arca dell’umanità. Una nuova consapevolezza dei limiti della Terra e una nuova nostalgia possono oggi aprire gli occhi agli uomini e portarli a condividere la scelta di Epimeteo che sposando Pandora sposò la Terra.
A questo punto il mito greco diventa una profezia carica di speranze perché ci dice che il figlio di Prometeo era Deucalione, il timoniere dell’arca che, come Noè, resistette al diluvio e diventò padre di una nuova umanità, che egli fece con la terra unitamente a Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora. Incominciamo così a capire che in realtà il pythos che Pandora ricevette dagli dèi è il contrario di una scatola: è il nostro vascello, la nostra arca.
Abbiamo ora bisogno di un nome per chi crede più nella speranza che nelle aspettative. Abbiamo bisogno di un nome per chi ama più ama la gente dei prodotti, per chi crede che

Non ci sono uomini poco interessanti.
Sono i loro destini storie di pianeti.
Tutto, nel singolo destino, è singolare,
e non c’è un altro pianeta che gli somigli.


Abbiamo bisogno di un nome per chi ama la terra sulla quale tutti possono incontrarsi.

Ma se qualcuno è vissuto inosservato
E di questo s’è fatto un amico –
– Tra gli uomini è stato interessante –
Anche col suo passare inosservato.


Abbiamo bisogno di un nome anche per chi collabora con il proprio fratello prometeico ad accendere il fuoco e a foggiare il ferro, ma lo fa per accrescere la propria capacità di assistere, curare e aiutare gli altri, sapendo che

Ognuno
Ha un mondo misterioso
Tutto suo
E in esso c’è l’attimo più bello
E l’ora più angosciosa,
solo che noi non ne sappiamo niente.*

Propongo che questi fratelli e sorelle pieni di speranza vengano chiamati uomini epimeteici.

 

* [Le tre citazioni sono tratte dalla poesia “Uomini” di Evgenij Evtusenko]

Manifesto dei giovani per un futuro più equo

Di seguito via Asvis il Manifesto dei giovani per un futuro più equo.

Nell’epoca delle grandi disuguaglianze, noi giovani solleviamo la nostra voce per
contrastare questo fenomeno allarmante e profondamente nocivo per la nostra società.
Gli ampi divari economici di cui anche noi siamo vittime, creano barriere sociali tra gli individui e alimentano un profondo senso di ingiustizia, indebolendo il grado di coesione sociale e il nostro senso di comunità. Questa disuguaglianza mina fortemente la mobilità sociale degli individui nell’arco di tutta la loro vita, pregiudicando la capacità di emancipazione economica e sociale di chi vive ai margini e versa in condizioni di vulnerabilità, povertà e deprivazione.
Questo contesto inaccettabile compromette il futuro di noi giovani. Povertà ed
esclusione sociale, insuccesso scolastico, inattività, precarietà e povertà lavorativa,
sono realtà vissute già concretamente e in prima persona dalle nostre generazioni.
Nondimeno, lo sviluppo e la realizzazione personale sono oggi per noi una strada in forte salita.
Un cammino molto più impervio di quello affrontato dai nostri genitori, perché viviamo una realtà in cui le condizioni socio-economiche della famiglia di origine hanno un peso maggiore rispetto alla meritocrazia e alle capacità individuali nel determinare il livello di benessere e il tenore di vita cui un giovane può ambire.
Per questi motivi, a chi ricopre oggi incarichi politici, chiediamo con forza di dare un taglio alle disuguaglianze: chiediamo azioni concrete per rimuovere le condizioni che ostacolano la piena fruizione dei diritti civili e sociali e non permettono a tanti giovani di aspirare a una vita libera da precarietà, povertà ed emarginazione.
Sulla base del nostro vissuto e degli impatti che la nostra generazione sta già
ampiamente registrando all’acuirsi dei livelli di disuguaglianza, indichiamo quelli
che per noi rappresentano gli ambiti prioritari di intervento pubblico.

ISTRUZIONE PUBBLICA
Incrementare la spesa pubblica per l’istruzione, per garantire alle famiglie
più povere un maggiore accesso all’istruzione (alla scuola dell’infanzia e all’università); per contrastare con maggiore vigore il fenomeno dell’abbandono scolastico in tutte le sue sfaccettature; per investire nel rinnovamento delle infrastrutture scolastiche.
Aumentare la qualità dell’offerta formativa nelle aree a maggior disagio
sociale.
Potenziare l’orientamento scolastico rispetto alla scelta della scuola
superiore (e verso gli studi universitari), rafforzando le progettazioni e la realizzazione di percorsi efficaci di transizione scuola-lavoro, volti a favorire la migliore corrispondenza possibile tra le capacità, le competenze, le attitudini e le aspirazioni degli studenti, e le esigenze di capitale umano da parte dei potenziali datori di lavoro.

POLITICHE DEL LAVORO
Attuare misure di contrasto alla disoccupazione giovanile a lungo termine,
potenziando il finanziamento di programmi efficaci di attivazione lavorativa
per i giovani NEET.
Orientare le politiche economiche a favore di formazione, occupazione e
permanenza nel mondo del lavoro dei giovani, anche attraverso incentivi fiscali
e contributivi per nuove assunzioni stabili, ben retribuite e con solide tutele.
Rafforzare le misure volte a favorire l’autoimprenditorialità dei giovani,
potenziando il finanziamento della legge per l’imprenditoria giovanile e dei
progetti non-profit promossi da giovani.
Introdurre il salario orario minimo e tutele formali per i lavoratori che ne sono
sprovvisti e su cui grava in maggior misura il peso delle recessioni.
Rafforzare le reti di protezione sociale per i più giovani.

SERVIZI PER LA SOCIALITÀ E LA CULTURA
Potenziare il sistema di servizi sociali e culturali per i giovani nelle periferie urbane e nei territori a maggior disagio sociale, creando al contempo “ponti” verso zone più prospere dal punto di vista dell’infrastruttura socio-culturale.
Agevolare la partecipazione civica predisponendo una rete diffusa, sul territorio
nazionale, di spazi pubblici di aggregazione e socialità per le nuove generazioni.
Noi giovani lanciamo oggi il nostro manifesto contro le disuguaglianze con la
convinzione che, come è sancito dalla nostra Costituzione, le opportunità per le nostre generazioni debbano diventare una realtà e non restare una mera aspirazione.

OGGI LA NOSTRA VOCE RISUONA FORTE E CHIARA VERSO LE ISTITUZIONI: NON RUBATECI IL FUTURO.

Abbiamo – tutti, nessuno escluso – il diritto di avere le stesse opportunità di realizzare il nostro percorso di vita, libero da ostacoli e condizionamenti. Garantiamo a tutti le stesse condizioni ai nastri di partenza e rimuoviamo quelle forme di potere, rendita ingiustificabile e vantaggi indebiti che, dopo il via, premiano pochi individui, vanificano gli sforzi e il duro lavoro di molti altri, e causano all’arrivo divari economici inaccettabili.

Oxfam Italia – NON RUBATECI IL FUTURO I giovani e le disuguaglianze in Italia

Herbie Hancock e Wayne Shorter: lettera alla futura generazione di artisti

Di seguito la Lettera alla futura generazione di artisti di Herbie Hancock e Wayne Shorter (traduzione italiana ripresa da tonyface).

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Alla Futura Generazione di Artisti.
Ci troviamo in un periodo imprevedibile e turbolento.
Dall’orrore del Bataclan, alla crisi in Siria e all’insensato spargimento di sangue di San Bernardino, viviamo un’epoca di grande confusione e dolore.
Come artista, creatore e sognatore di questo mondo, ti chiediamo di non farti scoraggiare di fronte a tutto ciò, ma di usare la tua stessa vita e – per estensione – la tua arte, come strumenti per costruire pace.
Sebbene sia vero che le problematiche che il mondo sta affrontando siano complesse, la soluzione per la pace è semplice: essa comincia da te. Non serve vivere in un paese del terzo mondo o lavorare per una ONG per fare la differenza. Ognuno di noi ha una missione unica.
Siamo tutti pezzi di un gigante, fluido puzzle, dove la più piccola delle azioni, pur essendone una singola tessera, influenza ciascuna delle altre. 
Tu conti, le tue azioni contano, la tua arte conta.
Vorremmo essere sicuri che mentre scriviamo questa lettera, pensata e scritta per un audience di artisti, che questi pensieri al contrario superino limiti e confini professionali e si applichino a tutte le persone, a prescindere dalla propria professione.

PRIMO, RISVEGLIA LA TUA UMANITA’
Non siamo soli. Non esistiamo da soli e non possiamo creare, da soli.
Ciò di cui questo mondo ha bisogno è un risveglio umanistico del desiderio di elevare le condizioni della propria vita fino a quando le nostre azioni si radichino nell’altruismo e nella compassione.
Non puoi nasconderti dietro un lavoro o uno strumento: devi comportarti da uomo. 
Concentra le tue energie nel diventare la miglior persona che tu possa essere. Concentrati nello sviluppare empatia e compassione. 
Seguendo questa strada, attingerai ad una ricchezza di ispirazione che affonda le sue radici nella complessità e nella curiosità di sapere il significato dell’esistenza questo pianeta. La musica non è che una goccia nell’oceano della vita.

SEGUI E CONQUISTA LA STRADA MENO PERCORSA
Il mondo ha bisogno di una strada nuova.
Non farti influenzare dalla retorica comune, o dai falsi miti e dalle illusioni su come la vita debba essere vissuta.
Decidi tu se essere pioniere.
Che sia attraverso l’esplorazione di nuovi suoni, ritmi e armonie o collaborazioni inaspettate, processi ed esperienze, noi t’incoraggiamo a scacciare la ripetizione in ogni sua forma negativa, e le sue conseguenze.
Lotta per creare nuove azioni, nella musica così come nella vita.
NON CONFORMARTI MAI.

ACCOGLI L’IGNOTO
L’ignoto richiede un’improvvisazione passo dopo passo o un processo creativo imparagonabile per potenziale e realizzazione.
Nella vita non c’è un copione già scritto, perché la vera prova è la vita stessa. Ogni relazione, ostacolo, interazione, ecc… è una prova per la prossima avventura nella vita.
Tutto è connesso.
Tutto origina qualcos’altro.
Mai nulla viene sprecato.
Questo tipo di pensiero richiede coraggio.
Sii coraggioso e non perdere la tua euforia e la tua riverenza verso il mondo meraviglioso che ti circonda. 

COGLI LA VERA NATURA DEGLI OSTACOLI
Siamo intrappolati nell’idea del fallimento, ma non corrisponde a verità: è un’illusione, un mito.
Il fallimento non esiste.
Quello che percepisci come tale in realtà è una nuova opportunità, una nuova mano alle carte o una nuova tela su cui creare. Nella vita ci sono opportunità illimitate.
Le parole “successo” e “fallimento” non sono altro che etichette. Ogni istante è un’opportunità. Tu, in quanto essere umano, non hai limiti: per questo esistono infinite possibilità in ogni circostanza.

NON AVER PAURA DI INTERAGIRE CON CHI E’ DIVERSO DA TE
Il mondo ha bisogno di più confronto tra persone di origini diverse, in particolare nell’arte, nella cultura e nell’educazione.
Le nostre differenze sono ciò che abbiamo in comune.
Possiamo lavorare assieme per creare uno schema condiviso, un progetto aperto e continuo in cui persone di ogni sorta possano scambiare idee, risorse, premure e gentilezze.
Dobbiamo connetterci gli uni agli altri, imparare dal prossimo e condividere esperienze vicendevolmente. Non avremo mai pace se non riusciamo a capire il dolore che c’è nel cuore degli altri.
Quanto più interagiamo, tanto più capiremo che la nostra umanità supera ogni differenza.

LOTTA PER CREARE UN DIALOGO SENZA DOGMI (AGENDA-FREE)
L’arte, in qualsiasi forma, è un mezzo per il dialogo, che a sua volta è uno strumento molto potente.

E’ tempo che il mondo della musica produca storie solide che inneschino il dialoghi sul nostro mistero.
E quando diciamo il nostro mistero, parliamo di analizzare, di sfidare quelle paure che ci impediscono di scoprire l’accesso illimitato al coraggio che risiede in ognuno di noi.
Si, tu basti.
Si, tu vali.
Si, tu dovresti continuare così.

DIFFIDA DELL’EGO
L’arroganza può nascere negli artisti, in chi crede che il proprio status lo renda più importante, o in quelli convinti che la sola associazione ad un campo creativo conferisca loro una sorta di superiorità.
Fai attenzione all’ego: la creatività non può fluire quando è solo l’ego ad essere nutrito.

IMPEGNATI PER UN BUSINESS SENZA FRONTIERE
Nel campo medico c’è un’organizzazione chiamata Medici Senza Frontiere.
Quest’impegno nobile può servire da modello per superare le limitazioni e le strategie dei vecchi schemi economici, progettati per mantenere i vecchi sistemi e farli apparire come nuovi.
Ci stiamo riferendo ad un sistema che esiste, un sistema che condiziona i consumatori a comprare solo i prodotti definiti “commerciabili”. Un sistema dove il denaro è solo un mezzo per uno scopo.
L’impresa musicale è solo una frazione del business della vita. Vivere con integrità creativa può portare benefits mai immaginati.

APPREZZA LA GENERAZIONE CHE TI HA PRECEDUTO
I tuoi vecchi possono aiutarti. 
La loro saggezza è una fonte di ricchezza. Hanno affrontato tempeste e resistito ai tuoi stessi dolori: lascia che i loro sforzi siano la luce che illumini la strada nell’oscurità. Non sprecare tempo a ripetere i loro sbagli.
Al contrario, prendi per buono ciò che hanno fatto loro e spingiti a costruire un mondo progressivamente migliore per le generazioni a venire.

INFINE, SPERIAMO CHE TU POSSA VIVERE IN UNO STATO DI COSTANTE MERAVIGLIA
Con l’andare degli anni, parte della nostra immaginazione tende a sbiadirsi. 
Che sia per la tristezza, per un dolore prolungato o per un condizionamento sociale, da qualche parte lungo il percorso la gente dimentica come attingere a quella magia che esiste nelle nostre menti.
Non lasciare affievolire quella parte della tua immaginazione. 
Guarda le stelle e immagina cosa si provi ad essere un astronauta o un pilota. 
Immagina di esplorare le piramidi o il Machu Picchu.
Immagina di volare come un uccello o di schiantarti su un muro come Superman. Immagina di correre coi dinosauri o di nuotare come le creature marine.
Tutto ciò esiste, è il prodotto della nostra immaginazione: nutrila e custodiscila, e ti troverai sempre sul ciglio della scoperta.
Come può tutto ciò portare alla creazione di una società di pace, mi chiedi?
Comincia con una causa.
Le tue cause creano gli effetti che danno forma al futuro, il tuo e di tutti quelli intorno a te. Sii il protagonista nel film della tua vita.
Sei tu il regista, l’attore e il produttore. 
Sii abbondantemente e instancabilmente compassionevole mentre balli in questo viaggio che chiamiamo vita. 

La Giustizia

Di seguito pubblico la voce Giustizia dal Dizionario di Politica, UTET, 2004 di Gianfranco Pasquino, Norberto Bobbio e Nicola Matteucci.

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I. UN CONCETTO NORMATIVO. La giustizia è un fine sociale, come l’uguaglianza o la libertà o la democrazia o il benessere. Ma vi è una differenza importante tra il concetto di giustizia e gli altri appena citati. “Uguaglianza”, “libertà”, ecc., sono termini descrittivi. Sebbene astratti e teorici, essi possono essere definiti in modo tale da rendere le affermazioni in cui compaiono verificabili, in genere, mediante riferimento all’evidenza empirica; per es., “questa legge fiscale è egalitaria”, “la libertà di parola prevale in questa società”. È vero che questi termini hanno acquisito, almeno attualmente, connotati elogiativi e che quindi le suddette affermazioni tendono a denotare la desiderabilità dello stato di cose che descrivono. Non necessariamente, tuttavia, questo è vero. Non è incoerente dire che è ineligalitario il pagamento di salari più elevati a personale specializzato, per quanto possa essere auspicabile, o che si dovrebbe ridurre la libertà di parola per il bene della sicurezza nazionale. La giustizia, d’altro canto, è un concetto normativo, ed espressioni quali: “Questa azione o questa norma o questa istituzione è giusta” oppure “è giusto istituire leggi fiscali egalitarie” rappresentano giudizi normativi, e non affermazioni descrittive. Non dovremmo farci fuorviare da una espressione platonica quale “stiamo cercando la giustizia, che è bene più prezioso di molti pezzi d’oro” (Platone, La Repubblica, I, 336). La giustizia non è una “cosa”, e tanto meno cosa visibile (neppure nel senso platonico). Si dovrebbe, per maggiore chiarezza, evitare il sostantivo e usare l’aggettivo. “X è giusto” è così più simile a “X ha ragione” che a “X è egalitario”. Un razzista e il suo rivale non possono che essere d’accordo sul fatto che la discriminazione razziale è in verità inegalitaria; ma è probabile che si trovino in disaccordo sul giudicare giusta o ingiusta questa pratica, e il loro disaccordo sul giudicare giusta o ingiusta questa pratica, e il loro disaccordo poggia su un atteggiamento morale, non su una prova empirica.

II. DEFINIZIONE. Se la giustizia è un concetto normativo, sorge ora il problema della possibilità di definirla in termini descrittivi. La giustizia è stata equiparata alla legalità, all’imparzialità, all’egalitarismo, alla retribuzione dell’individuo secondo il suo grado, la sua abilità, o il suo bisogno, etc. Ora, se queste definizioni fossero accettabili, si potrebbe partire da premesse fattuali per giungere a conclusioni normative. Per es., se “giusto” ha lo stesso significato di “uguale”, allora su una data norma è egalitaria, ne conseguirebbe logicamente che è anche giusta. Logicamente sarebbe quindi incoerente per chiunque considerare ingiusta qualsiasi norma egalitaria e ingiusta qualsiasi norma non egalitaria. Evidentemente, queste definizioni non sono accettabili. Evidentemente, non possiamo andare dall'”essere” al “dover essere”, dai fatti ai valori. Tutte le definizioni di giustizia presentate qui risultano non essere affatto delle definizioni, in genere con lo scopo di un’efficacia retorica. Dobbiamo quindi interpretare affermazioni quali “la giustizia significa egalitarismo” non come una definizione del concetto di giustizia, bensì come espressione del principio normativo che le norme egalitarie di distribuzione sono giuste, e quelle non egalitarie ingiuste, da cui deriverebbe che solo le norme del primo tipo dovrebbero essere approvate e applicate. La cosa migliore è considerare la giustizia come nozione etica fondamentale e non definita.

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