Akbar e la necessità della ragione

L’atteggiamento generale di Akbar verso l’organizzazione degli usi sociali e l’azione politica è ben evidenziato dalla sua tesi che «l’esercizio della ragione» (anziché ciò che egli chiamava «la palude della tradizione») è la via per affrontare i problemi del retto comportamento e le sfide per costruire una società giusta. La questione del laicismo è solo uno dei molti casi in cui Akbar insiste sul fatto che dovremmo essere liberi di esaminare se la ragione giustifica o no le consuetudini in uso, o le politiche in atto. Per esempio, Akbar abolì le tasse straordinarie imposte ai non musulmani, giudicandole discriminatorie perché non trattavano tutti i cittadini allo stesso modo. Nel 1582 decise anche di affrancare «tutti gli schiavi dell’impero», perché «è contrario alla dignità della giustizia e della giusta condotta» fare assegnamento sulla «forza».

Altri esempi delle critiche indirizzate da Akbar alla prassi sociale prevalente al suo tempo si individuano facilmente anche nelle argomentazioni da lui sviluppate. Così, egli era contrario al matrimonio tra bambini, molto comune all’epoca (e purtroppo ancor oggi non del tutto sradicato nel subcontinente indiano), perché –osservava –«la pratica sottintesa» dal matrimonio «è ancora lontana, mentre è immediata la possibilità che qualcuno subisca dei danni».

Criticò anche la prassi induista (che sarà riformata solo molti secoli dopo) di non permettere alle vedove di risposarsi, notando fra l’altro che «una religione che nega il matrimonio alle vedove» dovrebbe vedere nel matrimonio tra bambini una mancanza «ben più grave». Sull’eredità patrimoniale Akbar osservò che «la religione islamica assegna alla figlia femmina una porzione minore, mentre una femmina, a causa della sua debolezza, dovrebbe ricevere una porzione maggiore». Un modo di ragionare molto diverso è invece quello che indusse Akbar a permettere riti religiosi verso i quali era assai scettico. Quando il secondogenito, Murad, che conosceva l’avversione del padre nei confronti di tutti i riti religiosi, gli chiese se andassero banditi, Akbar rispose subito di no, perché «impedire a un sempliciotto di fare l’esercizio fisico che per lui significa adorare la divinità equivale a impedirgli di ricordare Dio».

Akbar rimase sempre un islamico praticante, ma sosteneva che tutti dovrebbero sottoporre a esame critico sia la fede religiosa sia le gerarchie di valori ereditate. Ma il più importante argomento prodotto da Akbar nella sua difesa di una società laica, multiculturale e tollerante riguarda il ruolo che egli attribuiva al ragionamento. Akbar assegnava alla ragione il ruolo supremo, poiché anche per contestare la ragione è indispensabile addurre ragioni. Attaccato dai tradizionalisti radicali della sua stessa parte religiosa, che propugnavano una fede istintiva e incondizionata nella tradizione islamica, Akbar confidò al suo amico e fidato luogotenente Abul Fazl (straordinario studioso di sanscrito, oltre che di arabo e persiano): «La via della ragione e il rifiuto del tradizionalismo sono così limpidi e logici da rendere superfluo ogni argomento». E concludeva che la «via della ragione» o il «dominio dell’intelletto» (rahi aql) devono essere a fondamento della condotta buona e giusta, così come di un’opportuna cornice di doveri e diritti sanciti dalla legge.