Generazione di ignoranti

Di seguito dal bellissimo articolo Storia e democrazia su Orizzonte48 riporto l’estratto/traduzione dell’articolo Res idiotica di Patrick Deneen ed il relativo commento.

I miei studenti sono degli ignoranti. Sono assai simpatici, piacevoli, affidabili, per lo più onesti, benintenzionati e senz’altro per bene. Ma i loro cervelli sono in gran parte vuoti, privi di qualsiasi conoscenza sostanziale che possa considerarsi il frutto di un’eredità o di un dono delle generazioni precedenti. Sono il culmine della civiltà occidentale, una civiltà che ha dimenticato le sue origini e i suoi obiettivi e, di conseguenza, ha raggiunto un’indifferenza quasi totale riguardo a se stessa.
E’ difficile essere ammessi nelle scuole dove ho insegnato, Princeton, Georgetown e ora Notre Dame. Gli studenti di queste istituzioni fanno ciò che è loro richiesto: sono eccellenti risolutori di test, sanno perfettamente cosa bisogna fare per ottenere una A in ogni corso (ossia raramente si appassionato e si applicano a una qualsiasi materia), costruiscono curricula perfetti. Sono rispettosi e cordiali con gli adulti, accomodanti, anche se rozzi (come rivelano frammenti di conversazioni), con i loro pari. Rispettano la diversità (senza avere la minima idea di cosa sia) e sono esperti nell’arte del non giudicare (almeno in pubblico). Sono la crema della loro generazione, i signori dell’universo, una generazione che aspetta di dirigere l’America e il mondo.
Provate però a far loro qualche domanda sulla civiltà che erediteranno e preparatevi a sguardi sfuggenti e preoccupati. Chi ha combattuto le guerre persiane? Qual era la posta in gioco nella battaglia di Salamina? Chi fu il maestro di Platone e chi i suoi allievi? Come è morto Socrate? Alzi la mano chi ha letto sia l’Iliade che l’Odissea. I racconti di Canterbury? Paradiso perduto? L’Inferno?
Chi era Paolo di Tarso? Cos’erano le 95 tesi, chi le aveva scritte e quale ne fu l’effetto? Qual è l’importanza della Magna Carta? Dove e come morì Thomas Becket? Cosa accadde a Carlo I? Chi era Guy Fawkes e perché esiste un giorno a lui dedicato? Cosa accadde a Yorktown nel 1781? Cosa disse Lincoln nel suo secondo discorso di insediamento? Nel primo? Chi sa menzionarmi uno o due argomenti avanzati nel n. 10 del Federalista? Chi l’ha letto? Che cos’è il Federalista?
E’ possibile che alcuni studenti, grazie a casuali scelte dei corsi o a qualche eccentrico insegnante all’antica, conosca la risposta ad alcune di queste domande; ma molti studenti no, e nemmeno a domande simili, perché non sono stati formati per conoscerle. Nella migliore delle ipotesi possiedono conoscenze casuali, ma altrimenti sguazzano nell’ignoranza sistematica. Non vanno incolpati per la loro profonda ignoranza di storia, politica, arte e letteratura americana e occidentale: è il marchio distintivo della loro formazione. Hanno imparato esattamente ciò che è stato richiesto loro: essere come efemere, vivi per caso in un presente fugace.
L’ignoranza dei nostri studenti non è un difetto del nostro sistema educativo: è il suo coronamento. Gli sforzi di diverse generazioni di filosofi e riformatori ed esperti di politiche pubbliche di cui i nostri studenti (e molti di noi) non sanno nulla si sono combinati per produrre una generazione di ignoranti. La pervasiva ignoranza dei nostri studenti non è un semplice accidente o un risultato sfortunato ma correggibile, solo che assumessimo migliori insegnanti o variassimo la lista di letture al liceo.
Abbiamo preso la brutta e acritica abitudine di ritenere che il nostro sistema educativo sia guasto, ma in realtà marcia a tutto vapore: ciò che intende produrre è amnesia culturale, una totale mancanza di curiosità, agenti indipendenti privi di storia e obiettivi educativi organizzati come processi senza contenuto, con un uso acritico di parole chiave come “pensiero critico”, “diversità”, “modi di conoscere”, “giustizia sociale” e “competenza culturale”. I nostri studenti costituiscono il risultato di un impegno sistematico a produrre individui senza un passato, per cui il futuro è terra straniera, numeri senza cultura in grado di vivere ovunque e svolgere qualsiasi tipo di lavoro, senza farsi domandi sui suoi scopi o fini, strumenti perfetti per un sistema economico che esalta la “flessibilità” (geografica, interpersonale, etica). In un mondo del genere, possedere una cultura, una storia, un’eredità, un impegno verso un luogo e persone particolari, forme specifiche di gratitudine e di riconoscenza (piuttosto che un impegno generalizzato e senza radici verso la “giustizia sociale”), un forte insieme di principi etici e norme morali che affermano limiti definiti a ciò che si dovrebbe o si dovrebbe non fare (a parte “non giudicare”) sono ostacoli e handicap. Indipendentemente dall’indirizzo o corso di studi, il principale obiettivo della moderna educazione è di piallar via ogni residuo di specificità e identità culturale o storica che potrebbe ancora restare attaccata ai nostri studenti, per renderli perfetti impiegati per una politica ed economia moderne che penalizzano impegni profondi. Gli sforzi volti in primo luogo a promuovere l’apprezzamento per il “multiculturalismo” sono sintomo di un impegno a svuotare qualsiasi particolare identità culturale, mentre l’attuale moda della “differenza” segnala un impegno totale alla deculturazione e omogeneizzazione.
[…]”
Con la percezione che un sistema economico globalizzato richiedeva lavoratori sradicati che potessero vivere ovunque e svolgere qualsiasi compito senza porsi domande sui relativi obiettivi ed effetti, il compito principale dell’istruzione divenne instillare certe disposizioni, piuttosto che una cultura ben fondata: flessibilità, tolleranza, “competenze” prive di contenuto, astratte “forme di apprendimento”, elogio per la “giustizia sociale”, anche nel contesto di un’economia in cui “il vincitore si prende tutto” [winner-take-all economy], e un feticismo per la differenza che lasciava senza risposta il perché tutti ricevessero la stessa educazione in istituzioni indistinguibili. All’inizio questo ha significato lo svuotamento delle peculiarità locali, regionali e religiose in nome dell’identità nazionale; ora quella delle specificità nazionali in nome di un cosmopolitismo globalizzato che richiede il deliberato oblio di ogni trattato culturalmente caratterizzante. L’incapacità di rispondere a domande banali sull’America o l’Occidente non è la conseguenza di una cattiva educazione, ma il segno di un successo educativo.
Soprattutto l’unica lezione che gli studenti ricevono è quella di considerare se stessi individui radicalmente autonomi in un sistema globale fondato su un comune impegno alla reciproca indifferenza. E’ questo impegno che ci lega come popolo globale. Ogni residuo di cultura comune interferirebbe con questo imperativo primario: una cultura comune implicherebbe che condividiamo qualcosa di più denso, un’eredità che non abbiamo creato e un insieme di impegni che implicano limiti e lealtà particolari. La prassi e la filosofia antiche hanno elogiato la “res publica”, una devozione verso gli affari pubblici, ciò che condividiamo; noi abbiamo invece creato la prima “res idiotica” mondiale, dal termine greco “idiotés”, ossia individuo.”  […]

Segnali di allarme: 

Un milione di parole in meno: gli effetti della povertà narrativa

Sforniamo generazioni di ignoranti

Manager: oggi una competenza chiave è la lingua… italiana

 

La Saggezza

Di seguito il paragrafo Saggezza da La voce del Maestro di Kahlil Gibran.

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Saggio è chi ama e riverisce Iddio. Il merito di un uomo sta nella sua sapienza e nei suoi atti, non nel suo colore, nella fede, nella stirpe, nell’ascendenza familiare. Ricordati, amico, che il figlio di un pastore che abbia tali capacità di conoscenza vale più, per una nazione, dell’erede al trono, se questi è un ignorante. La conoscenza è la tua vera patente di nobiltà. e non importa chi sia il padre tuo e di quale stirpe egli sia.

Il sapere è il solo bene che i tiranni non possono alienare. Solo la morte può oscurare la luce della conoscenza che è dentro di te. La vera ricchezza di una nazione non è nel suo oro e argento, ma nel sapere, nella saggezza e nella rettitudine dei suoi figli.

Le ricchezze dello spirito danno luminosità al viso di un uomo e generano simpatia e rispetto. Lo spirito di ognuno di noi si manifesta negli occhi, nell’espressione e in tutti i movimenti e i gesti del corpo. Il nostro aspetto, le nostre parole, le nostre azioni non sono mai più grandi di noi stessi. Giacché è la l’anima la nostra dimora; e gli occhi ne sono le finestre, e le parole i messaggeri. 

Conoscenza e comprensione sono le fide compagne della vita, che non si riveleranno mai insincere con te. Giacché la conoscenza è la tua corona, e la comprensione il tuo bastone; e finché esse saranno con te, non potrai possedere tesoro più grande.

Chi ti comprende ti è più consanguineo del tuo stesso fratello. Giacché neanche uno che sia della tua parentela può comprendere veramente o conoscere il tuo vero valore.

L’amicizia con l’ignorante è cosa non meno sciocca che il ragionare con un ubriaco.

Dio ti ha dotato d’intelligenza e conoscenza. Non spegnere un tale lampo di divina Grazia e non mordere la candela della saggezza nelle tenebre della lussuria dell’errore. Giacché il saggio s’accosta con la sua torcia ad illuminare il sentiero dell’umanità.

Ricordati: un giusto provoca nel diavolo maggior dispiacere che un milione di ciechi credenti.

Un poco di conoscenza operosa vale infinitivamente di più di una grande conoscenza oziosa.
Se la conoscenza che tu possiedi non t’insegna nulla del valore delle cose, e non ti libera dalla schiavitù della materia, mai ti accosterai al trono della Verità.
Se la che tu possiedi non t’insegna a sollevarti al di sopra dell’umana miseria e fragilità e a condurre sul retto sentiero un altro uomo, tu resti, in verità, un uomo dappoco e tale resterai fino al Giorno del Giudizio.
Apprendi le parole di saggezza espresse dai saggi e applicale alla tua propria vita. Vivile: – ma senza far mostra e recita di esse, giacché colui che ripete quel che non comprende non è migliore di un asino che porti un carico di libri. 

Il Principe Cinque-armi

Di seguito il racconto il Principe Cinque-armi tratta dal libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

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[...] Il racconto narra di un giovane principe che aveva appena terminato gli studi militari sotto la guida di un famoso maestro. Avendo ricevuto, quale simbolo del suo rango, il titolo Principe Cinque-armi, accettò le cinque armi che il maestro gli donò, si inchinò e, munito delle cinque armi, si avviò lungo la strada che conduceva alla città del re suo padre. Lungo il cammino incontrò una foresta, alle soglie della quale alcune persone gli dissero: “Signor Principe, non avventurarti in questa foresta. Vi abita un orco chiamato Capelli Viscosi che uccide tutti gli uomini che incontra”.
Ma il Principe era pieno di coraggio e di fiducia in sé stesso come un leone crinito, ed entrò ugualmente nella foresta. Quando ne ebbe raggiunto il centro apparve l’orco. Questi si era aumentato di statura sino a raggiungere l’altezza di una palma; si era creato una testa grande come un chiosco con un pinnacolo a forma di campana, due occhi grandi come piattelli per l’elemosina, due zampe grandi come bulbi o germogli giganti; si era fatto un becco da falco; aveva il ventre coperto di pustole e le mani e i piedi color verde cupo. “Dove vai?”, domandò. “Fermati, sei mia preda!”. Il Principe Cinque-armi rispose , per nulla intimorito e pieno di fiducia nell’arte che aveva appreso: “Orco, sapevo quel che facevo quando mi avventurai in questa foresta. Farai bene a pensarci prima di assalirmi, poiché io trafiggerò le tue carni con una freccia intinta nel veleno e ti abbatterò all’istante!”.
Pronunciate queste parole minacciose, il giovane Principe accoccò sul suo arco una freccia intinta di un mortale veleno e la fece partire. La freccia si piantò tra i capelli dell’orco. Il Principe scoccò, l’una dopo l’altra, ben cinquanta frecce, e tutte si piantarono fra i capelli dell’orco. L’orco si scosse via via di dosso tutte le frecce, lasciandole cadere ai propri piedi, quindi si avvicinò al giovane.
Il Principe Cinque-armi minacciò una seconda volta l’orco e, sfoderata la spada, vibrò un magistrale fendente. La spada, lunga 33 pollici, rimase incollata ai capelli dell’orco. Allora il Principe lo colpì con una lancia, ma anch’essa rimase incollata ai capelli dell’orco. Il Principe allora lo colpì con una clava, ma anche questa rimase incollata ai capelli dell’orco.
Quando vide che anche la clava era rimasta incollata il principe disse:
“Signor orco, tu non hai mai sentito parlare di me.
Io sono il Principe Cinque-armi. Quando sono entrato in questa foresta dove tu vivi, non ho fatto assegnamento sulla freccia né su alcuna altra arma; quando sono entrato in questa foresta, ho fatto assegnamento soltanto su me stesso. Ora ti abbatterò e ti ridurrò in polvere!”
Informatolo così delle sue intenzioni, il Principe lanciò un urlo e colpì l’orco con la mano destra. La mano rimase incollata ai capelli dell’orco. Lo colpì allora con la mano sinistra, e anch’essa rimase incollata. Lo colpì con il piede destro, e anche questo rimase incollato. Lo colpì con il piede sinistro, che pure rimase incollato. Il Principe disse allora: “Ti colpirò col mio capo e ti ridurrò in polvere!” e lo colpì con il capo. E anche il capo rimase incollato ai capelli dell’orco.
Il Principe Cinque-armi, preso in cinque trappole, col corpo invischiato in cinque punti, pendeva dal corpo dell’orco. Malgrado ciò, tuttavia, non aveva paura né si considerava per vinto. Quanto all’orco, pensava: “Costui è un uomo straordinario, di nobili natali – non un uomo qualsiasi! Benché prigioniero di un orco come me, non trema e non si dispera! Da quando infesto questo bosco non ho mai incontrato uno come lui! Perché mai non ha paura?”.
Non osando mangiarlo, gli chiese: “Giovanotto, perché non hai paura? Perché non sei terrorizzato dal timore della morte?”
“Orco, perché dovrei aver paura? La morte è inevitabile nella vita. Inoltre, nel mio ventre c’è un altra arma, un fulmine. Se tu mi mangi, non riuscirai a digerirlo. Esso lacererà le tue budella in minuti frammenti e ti ucciderà. Ecco perché non ho paura!”

Il lettore deve sapere che il Principe Cinque-armi si riferiva all’Arma della Conoscenza ch’era in lui. Questo giovane eroe, infatti, altri non era che il Futuro Buddha, in una precedente incarnazione.
[…]

“Quel che dice questo giovanotto è vero” pensò l’orco, terrorizzato dal pensiero della morte. “Il mio stomaco non sarebbe capace di digerire neppure un pezzetto piccolo come un fagiolo della carne di quest’uomo straordinario. Lo lascerò andare!”. E lasciò libero il Principe. Il Futuro Buddha gli predicò la sua dottrina, lo sottomise, lo indusse a rinnegare sé stesso e lo trasformò in uno spirito della foresta. Dopo avergli raccomandato d’essere prudente, il giovane lasciò la foresta e all’uscita narrò la sua avventura agli esseri umani; poi proseguì il suo cammino.
Capelli Viscosi, l’orco che simboleggia il mondo in cui ci tengono legati i cinque sensi, e che non può venir gettato da parte con il solo aiuto delle forze fisiche, venne domato soltanto quando il Futuro Buddha, non più protetto dalle cinque armi cui doveva il suo nome, ricorse a una sesta arma, non nominata e invisibile: il divino fulmine della conoscenza del principio trascendente, che sta al di là del regno fenomenico dei nomi e delle forme. E subito non fu più prigioniero, ma libero, poiché ciò ch’egli ora si ricordava di essere è sempre libero. La forza del mostro fenomenico venne distrutta ed esso fu indotto a rinnegare sé stesso. Rinnegando sé stesso, divenne divino – uno spirito degno di ricevere offerte – così come è divino il mondo quando sia inteso non come fine a sé stesso ma come un semplice nome, una semplice forma di ciò che trascende, ed è tuttavia immanente, tutti i nome e tutte le forme.
[…] 

Io e la mediocrazia. Cosa posso fare?

mediocrazia, Alain Deaneault

Che cos’è la Mediocrazia? Secondo il filosofo Alain Deneault, (autore del libro La mediocrazia) questo termine oggi “designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica e calibrature metodologiche attraverso i quali le organizzazioni dominanti si accertano di rendere intercambiabili i propri subalterni. La mediocrazia è l’ordine in funzione del quale i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione dell’opera pura e semplice. Ne hanno parlato Michel Foucault (rispetto al modo in cui l’esercito ha trasformato il contadino costruendogli addosso una perfetta “aria da soldato”), Karl Marx, a suo modo Frederick Winslow Taylor (in merito ai processi industriali di eccessiva ripartizione del lavoro), Hannah Arendt (sulla cieca esecuzione degli ordini amministrativi), Georg Simmel o Charles Wright Mills (sulle spese avventate degli scienziati sovvenzionati). Diventato un mezzo di sussistenza per i poveri e un mezzo in grado di produrre valore commerciale per i ricchi, anche il lavoro, a sua volta, doveva essere formattato in modo medio.”

Nel libro l’autore ci presenta la genealogia e lo sviluppo di questo concetto nei vari campi dove ha trovato terreno fertile: nell’arte e nella scienza, nella politica, nei mass media, nell’economia e nella finanza, nell’educazione e nella vita sociale.. praticamente ovunque.

Nonostante questa onnipervasività, l’autore sia all’inizio che alla fine del libro ci suggerisce cosa fare per opporre resistenza a questa mediocrazia. Riporto la parte presente nella prefazione.

Più che una domanda è un grido che viene dal cuore: Sì, però io cosa posso fare?” Lo si sente immancabilmente al termine di una conferenza sui mali della nostra epoca. La maggior parte degli ecosistemi, a livello mondiale, è minacciata, le società petrolifere costituiscono “economie” mafiose più potenti di qualunque Stato. Le produzioni mediatiche sono il frutto di esperimenti neurologici che puntano a manipolarci, le specie scompaiono e tutti noi, come collettività, siamo malati per quello che mangiamo. I focolai di tensione geopolitici si intensificano inesorabilmente; ma l’interrogativo, così pregno d’impotenza, disinnesca qualunque situazione. “Cosa posso fare io, Piccola Cosa, rinchiusa nella mia sterile individualità, costretta nel mio seminterrato a mangiare pizza surgelata considerando la diffusa disoccupazione, il rincaro degli affitti, la brutalità della polizia e il mio livello di indebitamento?” È una domanda retorica: confermatemi che non posso farci niente, perché in ogni caso sento di non possedere la forza per farmi carico dell’atto di resistenza che le circostanze richiedono. Si cerca banalmente un de Gaulle verso cui volgere lo sguardo, un Gandhi da imitare, o viceversa dei cospiratori da smascherare. In effetti, giunti a un livello in cui la politica trasmette più che altro un senso di abbandono, di solitudine morale, cosa ci resta da fare? Se questa espressione – “Che fare? – un tempo finiva con un punto esclamativo, e annunciava l’inizio di un ordine nuovo, la domanda individualista: “Sì, però io cosa posso fare…?” priva il suo autore di qualunque possibilità di agire. Come Piccola Cosa, non c’è nulla che valga la pena di fare. “Cosa posso fare io?” si presenta come una rivelazione dello stato in cui ci riduce il regime. Nondimeno, anche sollevato in modo così pietoso, la domanda opera in modo latente come una presa di coscienza sociale politica. È il momento zero a partire dal quale si può iniziare a darsi delle ragioni per sfuggire a se stessi, dal quale si possono assumere posizioni precise miranti a espugnare le strutture che ci condizionano, per capire fino a che punto ciò che in maniera precipitosa viene chiamato “coscienza individuale” possa essere intero, innanzitutto, come uno stato di fatto culturale, sociale e ideologico. Il pellegrinaggio di Alphonse Daudet è quello che, nel XIX secolo, sotto la Restaurazione, si convince di essere totalmente oppresso dalle sventure della sua epoca. Parla di sé in terza persona, non per blandire il proprio orgoglio, ma per impietosirsi sulla persona che lui stesso afferma di essere, senza alcuna capacità di controllo sulle sventure che fatalmente gli arrivano addosso, soprattutto quando crede di aver trovato una qualche forma di sollievo. E si rassegna a dimenticare gesti e iniziative che potrebbero modificare radicalmente il suo destino. “Cosa posso fare, io Piccola Cosa?” Passare alla domanda successiva! Lavorare senza fine a una sintesi delle cause giuste, organizzarsi al di là dello spirito campanilistico e delle chiusure settarie, burlarsi dell’ideologia, trascendere le modalità di organizzazione predominanti, e cimentarsi in strutture costituite che ci somiglino.

Qui interviste a Alain Deneault su La Stampa e su Il Venerdì