Economia e amore per la vita

“Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti.”
John Maynard Keynes

Di seguito un estratto di Economia e amore per la vita di José Mujica tratto da La felicità al potere (2016).

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[…] La nostra civiltà ricorda l’apprendista stregone. Non è più un problema di sistema, ma è un problema di civiltà. Il nostro consumo deve incrementarsi permanentemente e ha un elemento umano comprensibile e attendibile.
Nel corso della sua storia, l’uomo ha costruito civiltà sempre atte a prepararsi per l’aldilà, civiltà portentose, edificate nel nome dell’aldilà. Ora, la civiltà che spetta a noi realizzare deve cercare di riparare l'”aldiqua”, i danni che noi stessi abbiamo provocato. La nostra vita è breve e se ne va, e non esiste nulla di più importante della vita umana sul pianeta: questo è il valore centrale. Il secondo valore è la vita in generale, quella di tutte le cose viventi che ci accompagnano. Ma poiché la vita umana è al centro, vivere vuol dire morire poco a poco, a rate, inevitabilmente, e pertanto l’avventura meravigliosa della vita è costantemente messa in discussione e sotto scacco.
Se la vita è il fattore centrale, dobbiamo porci questa domanda: varrebbe la pena lottare per un mondo e per una realtà in cui questa quota di miracolo sia al riparo, accompagnata dalla possibilità di essere felici? Essendo tanto miracolosa, amiamo a tal punto la vita da lottare disperatamente contro la morte, cerchiamo di fare miracoli per prolungare l’esistenza. La vita meriterebbe che la rispettassimo molto di più, che ce ne prendessimo cura e la amassimo con maggior vigore, tentando di rovinarla meno di quanto stiamo facendo.
La nostra società è circondata da molte assurdità che cospirano contro la vita. Pur essendo il più intelligente degli animali, a volte l’uomo abbraccia una condotta stupida e idiota.
Vi pongo una domanda: cos’è la libertà? La mia definizione casareccia, da vecchio, è la seguente: sono libero quando spendo il tempo della mia vita in ciò che mi piace. Per uno sarà una cosa, per un altro un’altra, ma finché dovrò lottare per i bisogni materiali, per sostenere la mia vita, non sarò libero, sarò sottomesso  alla legge della necessità.
Quando faccio con il tempo della mia vita quel che mi piace – dormire sotto un albero, giocare a calcio, leggere un romanzo o ascoltare un concerto, è un fatto personale – allora sono me stesso, mentre non lo sono quando resto sottomesso alla legge della necessità. Pertanto posso aumentare la mia libertà avendo maggior quantità di tempo, così da spendere parte della mia vita nelle cose che mi motivano. Se dunque lasciamo astratto il concetto di libertà, non riusciamo a trasmettere la battaglia personale che tutto questo implica.
Credo che gli esseri umani, essendo animali sociali, debbano lavorare e dare un apporto alla società in cui ci è toccato vivere, altrimenti sarebbero parassiti. La nostra vita, però, non è stata fatta solo per lavorare, è stata fatta per vivere, cosa per cui è necessario avere tempo da impegnare in quello che c’è di fondamentale: tempo per gli amici, tempo per l’amore, tempo per l’avventura. Perché? Perché l’orologio della vita scorre e il tempo scivola via.
Credo che possiamo guarire la nostra civiltà cercando di dare risposta a tali questione. Non chiediamo al mercato di risolverle, non è stato fatto per questo. È piuttosto una questione di organizzazione umana e, come tale, un tema per la politica più alta.

[…] Credo che il divenire storico abbia ricreato la nostra civiltà, e anche le altre. La storia ci ha resi capitalisti, l’antropologia ci ha definiti socialisti, e noi ce ne andiamo per il mondo con addosso questa terribile contraddizione, alla ricerca di noi stessi. Verrà un tempo in cui questa doppiezza si risolverà, ma non sarà né attraverso la via della baionetta né per quella dello stivale militare. In ogni caso, è probabile che accadrà attraverso il cammino della generosità, della cultura, della conoscenza, ma soprattutto attraverso uno smisurato amore per la vita, la grande religione dell’avvenire; amore per la vita, e sopra ogni altra la vita umana, che è quasi miracolosa.

Sogno di un uomo ridicolo

Di seguito un estratto dal capitolo 1 del libro Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij.

“Io sono un uomo ridicolo. Adesso loro mi chiamano pazzo. Sarebbe un avanzamento di grado se non mi trovassero sempre lo stesso uomo ridicolo. Ma adesso non mi arrabbio più, adesso li amo tutti, e persino quando se la ridono di me, anche allora, mi sono particolarmente cari. Io stesso riderei con loro, non di me stesso, ma per l’amore che gli porto, se non fossi così triste nel vederli. Così triste perché loro non conoscono la verità, mentre io, io conosco la verità. Oh, com’è duro essere solo nel conoscere la verità! Ma questo loro non lo comprenderanno. No, loro non lo comprenderanno.
Prima invece mi affliggeva molto il fatto di avere un’aria ridicola. Non di averne l’aria, di esserlo. Sono sempre stato ridicolo e questo forse lo so dal giorno in cui sono nato. Quando avevo sette anni, forse, sapevo già di essere ridicolo. Poi sono andato a scuola, e dopo ancora all’università, e che dire?, più apprendevo le cose e più apprendevo questo, che ero ridicolo. Così che alla fine tutta la mia scienza universitaria non era altro che la prova di una cosa, non era là che per dimostrarmi e chiarire a me stesso, quanto più l’approfondivo, che ero ridicolo. E nella vita così come nella scienza. Di anno in anno sentivo crescere e rinforzarsi in me questa perpetua coscienza della mia aria ridicola sotto tutti i punti di vista. Tutti hanno sempre riso di me. Ma nessuno sapeva, né poteva rendersi conto, che se c’era un uomo sulla terra il quale più degli altri sapesse che ero ridicolo, ebbene quell’uomo ero io; ed ecco cosa io trovavo più umiliante: che loro non lo sapessero, ma questa è ancora una volta colpa mia; sono sempre stato così orgoglioso che mai e per niente al mondo l’ho voluto riconoscere davanti a qualcuno. Questo orgoglio cresceva in me di anno in anno, e se mi fossi deciso a confessarlo di fronte a chicchessia, ecco che là, quella stessa sera, mi sarei fatto saltare il cranio con un colpo di pistola. Oh, come ho sofferto durante la mia adolescenza del fatto che non avrei resistito e che, da un momento all’altro, l’avrei confessato davanti ai miei compagni. Ma da quando sono diventato un giovanotto, anche se conoscevo sempre meglio e di anno in anno questa particolarità mostruosa che era la mia, sono diventato, non so perché, un po’ più calmo. Proprio così, «non so perché», visto che fino ad oggi non sono capace di stabilirne la ragione. La ragione potrebbe trovarsi in una circostanza che fece crescere un’angoscia terribile nella mia anima, una circostanza infinitamente più forte dell’intero mio essere: intendo dire la convinzione costante che è penetrata in me che dappertutto nel mondo tutto è indifferente. […]”

PER I GIOVANI DEL MONDO, APPELLO ALLA RESILIENZA E ALLA SPERANZA

Di seguito l’APPELLO ALLA RESILIENZA E ALLA SPERANZA di Adolfo Perés Esquivel e Daisaku Ikeda del 5 giugno 2018 tratto dal sito della SGI Italia.

Ci rivolgiamo ai giovani del mondo affinché si uniscano per affrontare le importanti sfide dell’umanità e divengano costruttori della propria vita e della storia del nuovo millennio.
Siamo assolutamente certi che, se i giovani sapranno unirsi, potranno trovare soluzioni per percorrere insieme nuove strade di convivenza, di resilienza e di speranza. Pur rimanendo ognuno nei propri luoghi d’appartenenza e mantenendo la propria identità culturale e spirituale, essi potranno generare un impeto irrefrenabile di azioni positive e collettive.

In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove. Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”.

Il XX secolo ha segnato profondamente, tra luci e ombre, il cammino dell’umanità, generando asimmetrie e ingiustizie tra ricchi e poveri, tra i cosiddetti paesi sviluppati e quelli esclusi e in via di sviluppo, producendo distanze che ogni giorno diventano più profonde. La fame è un crimine e la lotta contro la povertà deve essere al centro di ogni politica.

Bisogna lavorare per sostenere l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite che punta a “trasformare il nostro mondo”. Per cooperare all’obiettivo di sradicare la povertà dal nostro pianeta, dobbiamo superare le differenze tra paesi, etnie, religioni e culture.

LE SFIDE PER IL FUTURO

In questi ultimi tempi si sono fortunatamente registrati segnali significativi che hanno suscitato nuove consapevolezze. Uno di questi è l’Accordo di Parigi che stabilisce misure contro il riscaldamento globale. Tale Accordo, ratificato dalla maggior parte dei Paesi, è entrato in vigore nel novembre del 2016, momento di crescente minaccia di fenomeni meteorologici e di significativo innalzamento del livello del mare.

Un altro passo in avanti si è fatto con l’approvazione, nel luglio del 2017, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. L’accordo vincola giuridicamente la comunità internazionale e stabilisce l’assoluta proibizione di produzione e uso di questi armamenti.
A novembre dello scorso anno, il Vaticano, per volontà di Papa Francesco, ha organizzato una conferenza internazionale dal titolo Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per il disarmo integrale.

È impellente trovare il coraggio di sradicare la minaccia nucleare e l’ambizione di potere e di sicurezza di alcuni paesi che si disinteressano della vita e della dignità dei popoli. È necessario e urgente “disarmare la ragione armata”.
Il nostro dialogo sui temi di natura planetaria è ininterrotto ed è sostenuto dalla nostra illimitata fede nel potenziale dei giovani.
I giovani del mondo si sono uniti per condurre la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN). Ciò ha messo in moto un’azione decisiva della società civile che ha portato all’adozione del trattato sopra menzionato.

Il divenire del genere umano dipende dal presente e da come i giovani avranno il coraggio di affrontare la realtà, senza lasciarsi piegare dalle avversità.

Martin Luther King ha detto: «Siamo sempre alla soglia di una nuova alba».
Noi siamo convinti che la speranza e la volontà di costruire una nuova alba per l’umanità e per tutti gli esseri viventi della nostra Casa Comune, del nostro Pianeta Terra, non verranno mai meno.
Il problema dei rifugiati è incombente. Milioni di persone vedono la propria vita e la propria dignità violate dalle guerre e dai conflitti armati, dalla fame e dalle violenze sociali e strutturali. Dobbiamo essere solidali e aprire le braccia, la mente e il cuore a ognuno di loro per cambiare la grave situazione in cui versano.

IL NOSTRO MESSAGGIO AI GIOVANI

Rivolgiamo questo Appello ai giovani del mondo affinché assumano con responsabilità il cammino della vita insieme ai loro popoli. Non dimenticate mai che ciò che si semina si raccoglie. La minaccia delle armi nucleari, l’incremento dei rifugiati, i fenomeni meteorologici estremi causati dal riscaldamento globale, l’avidità degli speculatori finanziari che aggravano la distanza tra ricchi e poveri rappresentano i principali problemi legati alla lotta sfrenata per la supremazia militare, politica ed economica, che offusca la nostra casa comune, il nostro pianeta Terra.

La smisurata ambizione di potere e ricchezza, che si traduce nell’affanno di ottenere tutto facilmente e rapidamente, è una tendenza preoccupante della società attuale.
La sapienza orientale ricorda che tale ottenebramento è provocato da tre impulsi negativi: l’avidità retta da un irreprimibile egoismo, l’odio e la stupidità che ci fa perdere il giusto cammino della nostra vita e della società.

Gandhi esortava le persone a giudicare le proprie parole e le proprie azioni, riflettendo sull’influenza che queste avrebbero esercitato sui più poveri e indifesi, senza dimenticare mai il loro volto. Lesse con grande interesse l’opera Cominciando dagli ultimi del filosofo John Ruskin, il cui titolo era in armonia con il suo pensiero: ogni società deve svilupparsi soppesando il benessere dei più bisognosi, senza che nessuno venga lasciato indietro. Questa visione coincide con l’ideale umanistico del lemma “non lasciare indietro nessuno” che è tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (ODS) delle Nazioni Unite.

IL NOSTRO MESSAGGIO ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Attraverso questo Appello congiunto vi chiediamo di sostenere delle azioni che fermino gli eccessi del progresso per ristabilire l’equilibrio tra l’essere umano e la Madre Terra.
Chiediamo che venga rafforzato il ruolo dei giovani attraverso l’educazione a una cittadinanza mondiale capace di costruire società inclusive.
Crediamo sia necessario implementare, in tutto il pianeta, fino al 2030, nuovi progetti destinati a formare una cittadinanza mondiale e sostenere i giovani per far sì che sviluppino le loro illimitate capacità.
Le principali azioni dovranno essere:

  • Promuovere una coscienza collettiva a partire dalla memoria della storia universale per far sì che non si ripetano le stesse tragedie.
  • Far comprendere che la Terra è la nostra Casa Comune e nessuno deve essere escluso da essa a causa delle proprie differenze.
  • Favorire un indirizzo umano della politica e dell’economia e coltivare la saggezza per giungere a un futuro sostenibile.

Per compiere questi obiettivi, i giovani dovranno unirsi tutti assieme e dovranno generare una forza d’azione dinamica che permetta loro di affrontare le sfide planetarie come la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari, la costruzione di una cultura dei diritti umani e la difesa della Madre Terra.

TENERE IN ALTO LA FIACCOLA DELL’AMICIZIA

Noi due abbiamo vissuto le tempeste delle guerre e le violenze del XX secolo. Queste esperienze hanno indirizzato i nostri continui sforzi per accrescere i legami di fraternità tra i popoli, superando ogni differenza etnica o religiosa.

Sentiamo quindi il bisogno di avvicinarci ai giovani del XXI secolo per affidare loro il compito di tenere in alto la fiaccola dell’amicizia, di sostenere con coraggio l’unità nella differenza e incoraggiare la solidarietà tra i popoli.

Noi, Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda, riteniamo che, per le società contemporanee e future, sarà estremamente importante che i giovani si uniscano e assumano l’impegno, insieme ai popoli, di difendere la dignità della vita, di combattere le ingiustizie, di condividere il cibo che nutre il corpo, lo spirito e la libertà, per inaugurare una nuova alba di speranza.
Se faranno questo, potranno costruire un prezioso patrimonio universale spirituale dell’umanità e un nuovo mondo giusto e solidale.

Roma, 5 giugno 2018

Il mondo come io lo vedo

I primi poster che ricordo della mia camera di quando ero piccolo sono 2. Stavano vicini l’un l’altro. Uno ritraeva una scimmia vestita che mangiava una banana sopra una tazza da bagno con dietro uno sfondo giallo. Un poster tipo questo, ma con la scimmia presa di fronte.

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Il secondo poster ritraeva il faccione di Einstein tutto scapigliato che fa la linguaccia.

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Un libro di Albert Einstein che da allora mi è rimasto piacevolmente nei ricordi è Il mondo come io lo vedo e faceva parte di un’edizione della Newton & Compton editore che includeva anche Il significato della relatività.
Il libro è un’antologia di lettere ed articoli non scientifici che arrivano al 1933 e – come ci dice l’introduzione italiana – è suddiviso in 4 parti: la prima raccoglie gli scritti sulla “visione del mondo“; la seconda “Politica e e pacifismo” delinea i due temi importanti e intrecciati della sua visione politica; la terza “Germania 1933” comprende, oltre al fondamentale “manifesto” eisteiniano sulla libertà d’opinione, la breve corrispondenza che lo portò alla definitiva rottura con l’establishment scientifico tedesco rimasto fedele ad Hitler; la quarta “Gli Ebrei” illustra le sue idee sull’ebraismo e sul sionismo, compresa la possibilità di una pacifica convivenza in Palestina tra arabi ed ebrei.

E sempre nell’introduzione vi è una citazione del 1946 di Einstein sul ruolo degli intellettuali: “i lavoratori intellettuali […] non possono direttamente intervenire nella lotta politica con qualche speranza di successo. Possono riuscire, però, a diffondere idee chiare sulla situazione e sulla possibilità di un’azione coronata da successo. Essi possono contribuire, con un’opera di illuminazione, a far sì che uomini politici esperti non siano ostacolati nel loro lavoro da opinioni antiquate e a pregiudizi.”

Di seguito i primi due paragrafi del libro.

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IL SENSO DELLA VITA 
Qual è il senso della vita, o della vita organica in generale? Rispondere a questa domanda implica comunque una religione. Mi chiederete, allora, ha un senso porla? Io rispondo che l’uomo che considera la propria vita e quella delle creature consimili priva di senso non è semplicemente sventurato, ma quasi inidoneo alla vita. 

IL MONDO COME IO LO VEDO 
Quale straordinaria situazione è quella di noi mortali! Ognuno di noi è qui per un breve soggiorno; non sa per quale scopo, sebbene talvolta pensi di percepirlo. Ma dal punto di vista della vita quotidiana, senza approfondire ulteriormente, noi esistiamo per i nostri consimili – in primo luogo per quelli che ci rendono felici con i loro sorrisi e il loro benessere e, poi, per tutti quelli a noi personalmente sconosciuti ai cui destini siamo legati dal vincolo della solidarietà. Cento volte al giorno, ogni giorno, io ricordo a me stesso che la mia vita, interiore ed esteriore, dipende dal lavoro di altri uomini, viventi o morti, e che io devo sforzarmi per dare  nella stessa misura in cui ho ricevuto e continuo a ricevere. Sono fortemente attirato dalla vita semplice e spesso sono oppresso dalla sensazione di assorbire una quantità superflua del lavoro dei miei consimili. Considero le differenze di classe contrarie alla giustizia e, in caso estremo, basate sulla forza. Considero altresì che la vita semplice faccia bene a tutti, fisicamente e mentalmente. 
Non  credo  assolutamente nella libertà dell’uomo in senso filosofico. Ognuno agisce non solo  sotto  stimoli esterni, ma anche secondo necessità  interne. L’affermazione di Schopenhauer che  «un uomo può fare come vuole, ma non può volere come vuole», è stata un’ispirazione per me fin dalla giovinezza, e una continua consolazione e inesauribile sorgente di pazienza di pazienza di fronte alle difficoltà della vita, mia e degli altri. Tale sentimento mitiga pietosamente il senso di responsabilità che così facilmente diventa paralizzante e ci garantisce dal prendere noi e gli altri troppo sul serio; conduce a una visione della vita in cui l’umorismo sopra ogni altra cosa, ha il peso dovuto. 
Indagare sul senso o sullo scopo della propria esistenza, o della creazione in generale, mi è sempre parso assurdo da un punto di vista obiettivo. Eppure tutti hanno certi ideali che determinano la direzione dei loro sforzi e dei loro giudizi. In questo senso non ho mai considerato l’agiatezza e la felicità come fini in se stessi, una tale base etica la ritengo più adatta a un branco di porci. Gli ideali che hanno illuminato il mio cammino, e che via via mi hanno dato coraggio per affrontare la vita con gioia, sono stati la verità, la bontà, e la bellezza. Senza il senso di amicizia con uomini che la pensano come me, della preoccupazione per il dato obiettivo, l’eternamente irraggiungibile nel campo dell’arte e della ricerca scientifica, la vita mi sarebbe parsa vuota. Gli oggetti comuni degli sforzi umani – proprietà, successo pubblico, lusso­ – mi sono sempre sembrati spregevoli.
Il mio appassionato senso della giustizia sociale e della responsabilità sociale ha sempre contrastato curiosamente con la mia pronunciata libertà dalla necessità di un contatto diretto con altri esseri umani e comunità umane. Vado per la mia strada e non ho mai fatto parte con tutto il cuore del mio paese, della mia città, dei miei amici e neppure della mia famiglia più prossima; rispetto a tutti questi legami non ho mai perso un ostinato senso del distacco, del bisogno di solitudine un sentimento che aumenta con il passare degli anni. Sono acutamente acutamente cosciente, eppure senza rimpianti, dei limiti della possibilità di una reciproca comunicazione e di solidarietà con un consimile. Senza dubbio una persona del genere perde qualcosa in genialità e spensieratezza; d’altro canto è ampiamente indipendente nelle sue opinioni, abitudini e giudizi rispetto agli altri ed evita la tentazione di fondare il proprio equilibrio su basi così incerte.
Il mio ideale politico è la democrazia. Che ogni uomo sia rispettato come individuo e che nessuno venga idolatrato. È un’ironia del destino che io stesso sia stato fatto oggetto di eccessiva ammirazione e rispetto dai miei consimili, senza alcun pregio o difetto da parte mia. La causa di ciò potrebbe  essere il desiderio, irraggiungibile per molti, di capire quel paio di idee che le mie deboli forze hanno raggiunto attraverso incessanti fatiche. Sono assolutamente consapevole che per il successo di qualsiasi impresa complessa sia necessario che uno sia colui che pensa, che diriga e che in generale porti la responsabilità. Ma coloro che vengono guidati non devono essere obbligati, devono poter scegliere la loro guida. Un sistema autocratico di coercizione, secondo me, degenera ben presto. Perché la forza attrae uomini di bassa  moralità e io credo che sia una regola invariabile che a tiranni geniali seguano dei farabutti. Per questa ragione mi sono sempre opposto con passione a sistemi come quelli che vediamo oggi in Italia e in Russia. Quello che oggi ha portato discredito sulla forma prevalente di democrazia in Europa non deve essere attribuito all’idea democratica come tale, ma alla mancanza di stabilità da parte dei capi dei governi e al carattere impersonale del sistema elettorale. Credo che per questo aspetto gli Stati Uniti d’America abbiano trovato la giusta via. Hanno un presidente responsabile, eletto per un periodo di tempo sufficientemente lungo, con sufficiente potere per essere veramente responsabile. D’altro canto, ciò che io valuto valido nel nostro sistema politico è la maggiore previdenza per l’individuo in caso di malattia o di bisogno. La cosa veramente valida nello spettacolo della vita umana mi pare non lo Stato, ma l’individuo, creativo e sensibile, la personalità; solo lui crea ciò che è nobile e sublime, mentre il branco come tale resta sciocco nella mente e nei sentimenti.
Questa immagine mi fa pensare  al frutto peggiore della  natura del branco, il sistema militare, che io aborrisco. Che un uomo possa trarre piacere dal marciare in formazione sulla scia di una banda basta a farmelo disprezzare. È stato fornito del suo grande cervello solo per sbaglio; gli sarebbe  bastata la spina dorsale. Questo bubbone della civilizzazione dovrebbe essere estirpato al più presto. L’eroismo comandato, la violenza senza senso e tutto quel pestilenziale nonsenso che va sotto il nome di patriottismo ­quanto lo detesto! La guerra mi pare qualcosa di meschino e spregevole: preferirei essere fatto a pezzi che partecipare a una faccenda così abominevole. Tuttavia, malgrado tutto, ho un’altra opinione della razza umana, al punto da credere che questo spauracchio della guerra sarebbe scomparso tanto tempo fa, se il sano senso dei popoli non fosse stato sistematicamente corrotto da interessi commerciali e politici che agivano attraverso le scuole e la stampa. 
La cosa più lontana dalla nostra esperienza è ciò che è misterioso. È l’emozione fondamentale accanto alla culla della vera arte e della vera scienza. Chi non la conosce e non è più in grado di meravigliarsi, e non prova più stupore, come morto, una candela spenta da un soffio. Fu l’esperienza del mistero seppure mista alla paura che generò la religione. Sapere dell’esistenza di qualcosa che non possiamo penetrare, sapere della manifestazione della ragione più profonda e della più radiosa bellezza, accessibili alla nostra ragione solo nelle loro forme più elementari questo sapere e questa emozione costituiscono la vera attitudine religiosa; in questo senso, e solo in questo, sono uomo profondamente religioso. Non posso concepire un Dio che premia e punisce le sue creature, o che possiede una volontà del tipo che noi riconosciamo in noi stessi. Un individuo che sopravvivesse alla propria morte fisica è totalmente lontano dalla mia comprensione, né vorrei che fosse altrimenti; tali nozioni valgono per le paure o per l’assurdo egoismo di anime deboli. A me basta il mistero dell’eternità della vita e la vaga idea della meravigliosa struttura della realtà, insieme allo sforzo individuale per comprendere un  frammento, anche il più  piccino, della ragione che si manifesta nella natura.


I see the world, feel the chill
Which way to go, windowsill
I see the worl’s on a rocking horse of time
I see the verse in the rain (..)

Il discorso della tartaruga Giorgina

Facendo zapping in TV mi è capitato di vedere il cartone animato Animals United (2010). Di seguito riporto il discorso della tartaruga Giorgina.

(..) L’acqua è il sangue di tutti i nostri antenati. (..)

Buona sera (io mi chiamo Winston) e io mi chiamo Giorgina.
Siamo nati più di 700 anni fa su un isola che si trova nel cuore dell’oceano Pacifico. In tutti questi anni ci è capitato di incontrare molti esseri umani.. che hanno rubato, che hanno ucciso e distrutto ogni cosa molte, molte volte e abbiamo lasciato che accadesse e proprio a causa di questo abbiamo perso tutto.
La nostra amata casa purtroppo non esiste più. Dove una volta sbocciavano fiori di tutti i colori, ora la terra è arida e sterile. Lì dove un tempo l’aria vibrava del cinquettio di mille varietà di uccelli ora c’è soltanto silenzio. Dove una volta le foche e le creature dell’oceano giocavano tra le onde ogni forma di vita si sta estinguendo. Le Galapagos, la nostra meravigliosa casa sono oramai poco più di un orrida massa nera, scura e oleosa.
Tutto il mondo non è altro che un’orrida massa nera, scura e oleosa. Tutto il mondo, a parte questo luogo. Ma se voi non farete qualcosa per fermarli, anche di questo luogo non resterà che una macchia annerita poiché l’uomo è come un ladro di notte e porta via dalla terra ciò che vuole. Egli è come un serpente che si ciba della sua stessa coda per sopravvivere.
Ma la Terra non appartiene all’uomo. Egli non è che una parte minuscola. Non fu l’uomo a tessere la tela della vita sulla Terra. È solo uno dei fili della trama poiché tutti noi condividiamo il medesimo respiro: la nebbia che si alza tra il verde lussureggiante delle foreste, la frescura che si alza dalle montagne rocciose, il profumo del vento dopo la pioggia, le piante, gli uomini e noi animali.
Quello che l’uomo non comprende è che ciò che infligge alla Terra, alla fine lo infligge a sé stesso. E quando un giorno la Terra sarà stata distrutta e gli animali saranno stati scacciati o sterminati, l’uomo regnerà sulla Terra da solo. E allora sconvolto e prostrato anch’egli sparirà dalla faccia della Terra.
Ma è una ben magra consolazione per noi adesso perché tutti voi presto perirete se non vi deciderete a difendervi contro l’umanità. (..)

L’imperativo di un nuovo umanesimo

Di seguito propongo la lettura del paragrafo L’imperativo di un nuovo umanesimo” di Aurelio Peccei dal libro Lezioni per il XXI secolo.

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#stefanobosso ph. Molen ter Claere Sint Denijs 2017


Nell’ottobre 1974 il Club di Roma tenne a Berlino Ovest la sua riunione plenaria, durante la quale fu ufficialmente presentato  il secondo rapporto al Club, “Strategie per sopravvivere” di Mihajlo Mesarovic ed Eduard Pestel. Commentando il volume nella sua autobiografica intellettuale “La qualità umana”, Peccei scrive: “Esso riflette la situazione dell’umanità alla metà degli anni Settanta e pone la drammatica alternativa: o si crea una società veramente globale, su basi di solidarietà e di giustizia, di diversità e di unità, di interdipendenza e di quella che oggi si chiama self-reliance (cioè contare sovrattutto su se stessi) oppure ci troveremo tutti, nel migliore di casi di fronte a una disintegrazione del sistema umano accompagnata da catastrofi regionali e, alla fine, forse, da una catastrofe globale. A tale conclusione sono giunti i gruppi di Mesarovic e Pestel dopo tre anni di vaglio scientifico delle prospettive umane”. Qui di seguito presentiamo l’introduzione di Peccei alla sessione plenaria di Berlino Ovest del 14-15 ottobre 1974.

Ci troviamo ormai al Sesto Meeting Annuale da quando il Club di Roma è stato fondato nell’aprile del 1968, sei anni e mezzo fa, un periodo di tempo veramente molto breve in termini storici, Tuttavia, osservando in prospettiva la situazione mondiale, si percepisce che in tale breve periodo essa è peggiorata fino a far scattare l’allarme.
Come prima cosa, la popolazione della Terra è aumentata vertiginosamente. Conservatorismo, dogmatismo e superficialità possono confondere la questione: ma la dura realtà è che le ormai superate strutture politiche e sociali mondiali stanno cedendo sotto la pressione dell’incremento demografico e della congestione che ne deriva; la produzione  e la distribuzione di viveri e lo sviluppo economico in generale non hanno retto a questa sfida. Nel contempo, l’ambiente e il clima mondiale sono ormai entrati in una fase meno propizia. Così, l’assoluta povertà e lo squallore sono ora la sorte comune di popolazioni più vaste di quanto non fosse qualche anno fa, mentre le disparità si accentuano sempre più. Lo spettro biblico della carestia è riapparso infliggendo inedia, precarie condizioni di salute morte a molta più gente di qualsia altro tempo passato. Il numero di uomini malnutriti, ammalati, analfabeti, disoccupati o altrimenti emarginati alla base della società, invece di ridursi, in questo periodo è drasticamente aumentato. La speranza di una migliore qualità della vita ha abbandonato molte regioni.
Anche nei paesi più ricchi, milioni di individui sono nella morsa della disoccupazione e dell’incertezza molto più che in passato. Ci sono voluti solo alcuni anni perché l’economia mondiale andasse alla deriva, se stesse fondamenta del commercio internazionale fossero capovolte e i sistemi monetari costituissero un dilemma. I paese industrializzati sono talmente esaltati dal petrolio a basso prezzo da affermare che tale abbondanza costituisce la causa principale della loro prosperità e la promessa di un futuro di costante espansione. Ora tutte le nazioni con scarse riserve di energia devono misurarsi con la pressante necessità di ristrutturare sostanzialmente la propria economia.

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Il discorso ai giovani di Gordon Gekko

A seguito dell’articolo Are Students a Class? – tradotto da Voci dall’Estero – nel quale si parla della condizione giovanile americana, a cui similmente seguirà quella delle prossime generazioni nostrane, mi è tornato in mente un pezzo del film Wall Street – Il denaro non dorme mai in cui Gordon Gekko, invitato a tenere un discorso in una prestigiosa università, mette in guardia i giovani studenti dal futuro che li aspetta.

L’articolo riprende il termineNINJA Generation” usato proprio da Gekko nel film in lingua originale per descrivere la condizione dell’ultima generazione “nella cacca sino alle orecchie”: quella del No Income, No Jobs, No Assets, (nel film in italiano tradotto “la generazione dei 3 Niente”).

Il film di Oliver Stone ci aveva quindi avvisati anzitempo ed oggi come descrive l’articolo in USA: “(..) Gli studenti sono i nuovi NINJA (No Income, No Jobs, No Assets): nessun reddito, nessun lavoro, nessun patrimonio. Ma i loro genitori hanno dei beni, e sono questi ora ad essere portati via, anche i beni dei pensionati. Prima di tutto, il governo ha risorse – il potere di tassare (soprattutto i lavoratori, di questi tempi) e anche qualcosa di  meglio: il potere di  semplicemente stampare moneta (principalmente oggi il Quantitative Easing per cercare di reflazionare i prezzi delle abitazioni, delle azioni e dei titoli). La maggior parte degli studenti spera di diventare indipendente dai propri genitori. Ma, gravati dal debito e dovendo affrontare un mercato del lavoro difficile, vengono lasciati ancor più in condizioni di dipendenza. Ecco perché tanti devono continuare a vivere a casa dei genitori.

Il problema è che, anche se ottengono un lavoro e diventano indipendenti, restano dipendenti dalle banche. E per pagare le banche, devono essere ancor più miserevolmente alle dipendenze dei loro datori di lavoro. (..)”

Il finale del film prova a riabilitare la figura di Gordon Gekko, lasciandoci un bagliore di speranza. Ma sarà davvero così?

Qui l’intero discorso ai giovani di Gordon Gekko

Il discorso di D’Annunzio a Quarto

Di seguito pubblico la parte finale dell’orazione di Gabriele D’Annunzio tenuta il 5 maggio 2015 a Quarto, in occasione delle celebrazioni per l’inaugurazione del monumento dei Mille.

d'annunzio a quarto

(..) Italiani d’ogni generazione e d’ogni confessione, nati dell’unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli; (..)
O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.
Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.
Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero.
Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore.
Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta.
Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi.
Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore.
Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia

qui il discorso intero

Le cose per cui ho vissuto

Il 18 maggio 1872 nasceva uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi: Bertrand Russell.

Di seguito riporto Le cose per cui ho vissuto, tratto da L’autobiografia 1872-1914, Longanesi, 1969.

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Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità. Queste passioni, come forti venti, mi hanno sospinto qua e là secondo una rotta capricciosa, attraverso un profondo oceano di dolore che mi ha portato fino all’orlo della disperazione.

Per prima cosa ho cercato l’amore, perché dà l’estasi, un’estasi così profonda che spesso avrei sacrificato tutto il resto della vita per poche ore di una tale gioia. L’ho ricercato anche perché allevia la solitudine, la solitudine paurosa che induce l’io cosciente ad affacciarsi rabbrividendo sull’orlo del mondo per fissare lo sguardo nell’abisso freddo e senza fondo dove non c’è più vita. L’ho cercato infine perché nell’unione dell’amore ho visto prefigurato, quasi in mistica miniatura, il paradiso che santi e poeti hanno immaginato. Questo è ciò che io ho cercato e benché possa sembrare cosa troppo buona per una vita umana, questo è ciò che infine ho trovato.

Con uguale passione ho cercato la conoscenza. Ho desiderato di conoscere il cuore dell’uomo. Ho voluto sapere perché le stelle brillano. Mi sono sforzato di rendermi conto della potenza già intuita da Pitagora, che assicura al numero il dominio sopra il fluire delle cose. In parte, in piccola parte, vi sono riuscito.

L’amore e la conoscenza, nella misura in cui sono stati possibili, conducevano su verso il cielo. Ma la compassione mi ha sempre riportato sulla terra. Gli echi di grida di dolore risuonano nel mio cuore. Bambini che muoiono di fame, vittime torturate dagli oppressori, vecchi indifesi considerati dai figli un peso insopportabile, e tutto quel mondo di solitudine, povertà e dolore trasformano in beffa ciò che la vita dell’uomo dovrebbe essere. Provo lo struggimento del non poter alleviare questi dolori, e anch’io ne soffro. Questa è stata la mia vita. Trovo che sia valsa la pena di viverla, e la rivivrei con gioia se me ne fosse offerta la possibilità.

Un discorso di Seneca

estratti da Lettere a Lucilio, (libro I, 8) di Lucio Anneo Seneca.

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(..) Ma cosa dici? Ti sembra che io inviti all’inattività? Mi sono ritirato e ho chiuso le porte non per me ma per poter essere utile a quanta più gente possibile. Non c’è giorno in cui io non faccia qualcosa, persino una parte della notte la dedico agli studi: io non mi abbandono al sonno deliberatamente, finisco col cedervi dopo aver costretto al lavoro gli occhi che si chiudono, stanchi e affaticati dalla veglia. Più che dagli uomini è dalle cose che mi sono allontanato: ho lasciato i miei impegni personali per dedicarmi agli affari dei posteri.

È per loro che scrivo, è a loro che voglio essere utile, affidando alle mie pagine consigli salutari, come se fossero ricette di medicine, delle quali io stesso ho sperimentato l’efficacia sulle mie ferite, che se non si sono completamente rimarginate perlomeno hanno delimitato la loro area di azione. Mostro agli altri la retta via, che ho conosciuto tardi, quando ormai ero stanco per il lungo peregrinare.

Io grido agli uomini: «Evitate tutto ciò che piace al volgo e che proviene dal caso; guardate con sospetto e timore ogni bene fortuito, non fate come i pesci e le bestie che si lasciano ingannare da allettanti lusinghe. Credete che questi siano doni della fortuna? Sono trappole. Se volete vivere una vita sicura evitate quanto più potete questi beni appiccicosi, che traggono in inganno noi, sventurati anche in questo, che crediamo di possederli quando invece siamo incappati nella rete. Non ci accorgiamo che questa strada ci porta al precipizio: chi sale troppo in alto è destinato a cadere. E una volta che la buona sorte ha cominciato a farci deviare dalla retta via non ci è più lecito tornare indietro, non ci sono alternative, si prosegue e si va dritti al precipizio. La malasorte non solo ci travolge, ma ci sbatte e ci schianta con la faccia a terra.

Seguite questa sana e salutare norma di vita: concedete al corpo solo quanto gli serve per mantenersi in buona salute, trattatelo piuttosto duramente affinché si pieghi alle giuste esigenze dello spirito, mangi e beva quanto basti per placare la fame e spegnere la sete, indossi abiti adatti a proteggerlo dal freddo e la casa gli serva unicamente come riparo contro le intemperie: che sia fatta di zolle o di marmo forestiero e variegato non ha importanza, poiché per coprirsi tanto vale un tetto di foglie quanto un tetto d’oro. Disprezzate tutto ciò che si costruisce, a prezzo di vane fatiche, per vivere nel lusso o per motivi di prestigio: solo l’anima è degna di ammirazione e quando è grande lei niente è grande per lei».

Ebbene, non ti sembra che io sia più utile se discuto di queste cose, con me stesso o con i posteri, piuttosto che parlare come avvocato difensore in un processo, mettere i sigilli ai testamenti, o usare la mia voce e i miei gesti a favore di uno che si candida come senatore? Credimi, anche se non sembra, ci sono cose molto più importanti che non costano nulla, come occuparsi delle cose umane e di quelle divine contemporaneamente. (..)