Buon anno ragazzi

(..) Buon anno, ragazzi
Buon anno
Impostori e piccoli Dei in corpo pallido bronzeo nero
Consapevoli sterminatori accorti nel distruggere
Attenti nell’arricchire piccoli eroi mai sazi
Consapevoli sterminatori complici e profittatori
Siccome sanno quello che fanno
Non li perdono non li perdonerò (..)

Noi non ci saremo

Noi non ci saremo. Noi non ci saremo ai prossimi mondiali di calcio ed a chissà quali altri eventi della Storia. Come Italia e come italiani.

(..) E il vento d’estate che viene dal mare
intonerà un canto fra mille rovine,
fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà,
fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
E dai boschi e dal mare ritorna la vita,
e ancora la terra sarà popolata;
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà
gli spazi di sempre per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo,
ma noi non ci saremo…

Non ci saremo perché semplicemente non ci saremo.

Non ci sono più i numeri per invertire la tendenza demografica, sociale ed economica declinante dell’Italia. Andiamo verso l’estinzione. È dalla fine della prima Repubblica che l’Italia sta lentamente morendo. Piano piano si stanno vedendo i risultati di totale mancanze di politiche a medio-lungo termine. Il calcio perfetto specchio dell’Italia. Una classe dirigente nella politica e nell’economia vecchia, totalmente incapace di creare alcun valore aggiunto e maggior benessere per le generazioni a venire, anzi..
E se per il calcio probabilmente si è toccato il punto limite, purtroppo per la società italiana questo toccare il fondo ancora dovrà arrivare. E basta leggere persone intelligenti come ad esempio Bagnai o Barnard per capire la fine che faremo.

A tal proposito, oggi mi vengono in mente alcune parole di due “vecchi” che ho ammirato e che hanno fatto della ricerca e della divulgazione la loro missione di vita: Piero Angela e Tiziano Terzani.

In un’intervista ripresa da dagospia Piero Angela alla domanda di cosa auspicasse per i giovani ha affermato: «La capacità di informarsi correttamente, con strumenti affidabili. I giovani avranno davanti un futuro non facile, perché tutto cambia troppo velocemente. E poi siamo destinati a fare i conti con un mondo diverso, fatto di vecchi, immigrati e pochi bambini. Il dramma della longevità è che va di pari passo con la denatalità, con una spesa sociale per le famiglie troppo bassa».

Nel 2008 con il suo libro Perché dobbiamo fare più figli? ci metteva in guardia sul problema demografico in Italia:

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Prendete un mazzo di carte da gioco e posatelo sul tavolo. Chiedete ad un amico di “tagliare” il mazzo di dividerlo in due. Le 52 carte, una volta dimezzate, si ridurranno a 26.
Fate tagliare una seconda volta: ne rimarranno 13. Dopo un terzo taglio le carte si ridurranno a 6 o 7.
In soli tre tagli, cioè, il mazzo è passato da 52 a 6 o 7 carte.
Per le nuove generazioni italiane sta succedendo qualcosa del genere. A ogni ricambio generazionale i neonati si stanno quasi dimezzando. 
In tutti questi anni si è parlato soprattutto della sovrappopolazione nel mondo e dei rischi connessi. Ed è vero. È una grave distorsione che pagheremo cara. Ma questa esplosione demografica ha avuto luogo nelle regioni più povere del pianeta: quelle che faranno salire a oltre 9 miliardi la popolazione mondiale nel 2050.
Accanto questo squilibrio ve ne è un altro, di segno opposto, che si sta verificando nei paesi sviluppati, e in particolare l’Italia: l’eccesso di denatalità. L’Italia è fra i paesi al mondo dove nascono meno figli. E questo sta portando a conseguenze traumatiche. Perché in questo caso non si tratta più di una sana ed auspicata riduzione della popolazione (che comunque in Italia sta avvenendo), ma anche qui di una distorsione pericolosa soprattutto per la velocità con cui si verifica.

Nell’ultimo capitolo di Un altro giro di giostra Terzani dopo averci fatto girovagare per il mondo alla ricerca di sé e della miglior guarigione per il proprio cancro (che lo porterà alla morte nel 2004) ci rende partecipe di alcune considerazioni sulla fine del suo viaggio.
Sono riflessioni che possono valere per qualsiasi cosa e persona. Una vita, una famiglia, una nazione, una partita di calcio. Un altro giro, un’altra fine e un altro inizio.

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[…] Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi che si pensa di aver fatto. E il banco di prova è uno solo: la propria vita. A che serve essere stati seduti sui tallone per ore e ore a meditare se non si è con questo diventati migliori, un po’ più distaccati dalle cose del mondo, dai desideri dei sensi, dai bisogni del corpo? A che vale la pena predicare la non violenza se si continua a profittare del violento sistema dell’economia di mercato? A che serve aver riflettuto sulla vita e sulla morte se poi, dinanzi a una situazione drammatica, non si fa quel che si è detto tante volte bisognerebbe fare e si finisce invece per ricadere nel vecchio, condizionato modo di agire? […]
Un lieto fine questo?
E che cos’è lieto, in un fine? E perché tutte le storie ne debbono avere uno? E quale sarebbe un lieto fine per la storia viaggio che ho appena raccontato? “…e visse felice e contento”? Ma così finiscono le favole che sono fuori dal tempo, non le storie della vita che il tempo comunque consuma. E poi chi giudica ciò che è lieto e ciò che non lo è?
A conti fatti anche tutto il malanno di cui ho scritto è stato un bene o un male? È stato, e questo è l’importante. È stato, e con questo mi ha aiutato, perché senza quel malanno non avrei mai fatto il viaggio che ho fatto, non mi sarei mai posto le domande che, almeno per me, contavano.
Questa non è un’apologia del male o della sofferenza – e a me ne è toccata ancora poca. È un invito a guardare il mondo da un diverso punto di vista e a non pensare solo in termini di ciò che ci piace o meno.
E poi: se la vita fosse tutto un letto di rose sarebbe una benedizione o una condanna? Forse una condanna, perché se uno vive senza mai chiedersi perché vive, spreca una grande occasione. E solo il dolore spinge a porsi
la domanda.
Nascere uomini, con tutto quel che comporta, è forse un privilegio. Secondo i Purana, le antiche storie popolari indiane, persino le creature celesti a cui tutto era dato e che conoscevano solo il bello, il bene, la gioia, dovevano a un certo punto nascere uomini, appunto perché anche loro potessero scoprire il contrario di tutto questo e capire il significato della vita. E la prova non può essere che su sé stessi. Bisogna personalmente fare l’esperienza per capire. Altrimenti si resta solo alle parole che di per sé non hanno alcun valore, non fanno né bene né male. 
[…]


28.11.2017 Quei centomila italiani mai nati negli anni della crisi economica

22.11.2017 Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?

Una generazione “a galla”

Dall’Australia, un nuovo report uscito nel mese di settembre ci racconta come anche lì i giovani non se la passino proprio bene: il tradizionale percorso verso l’età adulta sembra non esistere più e farsi una carriera, comprarsi una casa, sposarsi e poi finalmente “sistemarsi” per molti non sembrano più essere degli obiettivi realistici.

#stefanobosso ph., West-Flanders skies and fields and feet, 2016

#stefanobosso ph., West-Flanders skies and fields and feet, 2016


Il report in questione è Gen Y on Gen Y , (parte del programma Life Patterns program, dell’Università di Melbourne) che ha tracciato la vita di circa 515 membri della Generazione Y, ora dell’età di 28-29, da quando erano undicenni (nel 2005). In questo report viene documentata la transizione di questi giovani verso l’età adulta grazie a delle interviste in focus group, nelle quali sono state poste una serie di domande su svariati temi tra cui: l’educazione e il lavoro, le loro relazioni, il loro benessere, le loro speranze, i loro piani per il futuro, le strategie da intraprendere per migliorare la propria vita. 

Quello che emerge è la storia di una generazione stretched and stressed” che cerca in qualche modo di rimanere a galla. Una generazione che, nello sforzo di assicurarsi delle entrate per lo più modeste, si possa permettere un minimo di sicurezza lavorativa ed abitativa, un equilibrio tra lavoro e vita privata, delle relazioni sociali positive e una salute mentale e fisica.

Lì, come da noi, il problema più grande è determinato dalla precarietà lavorativa, fatta di contratti a termine e di lavori ad intermittenza. Questa precarietà, sempre più esistenziale e cronica, sta erodendo la capacità di un’intera generazione di “andare oltre” con la propria vita e di entrare definitivamente nella fase adulta, con possibilità di progetti di vita a medio-lungo termine. Al momento infatti, preoccupazioni e stress maggiori sono causati dal trovare case a prezzi abbordabili e dal ripagare i debiti fatti durante gli anni di studio

Come ci dice il report, la generazione Y sta focalizzando le proprie energie su strategie volte alla gestione del cambiamento degli obiettivi di vita. C’è un emergente consapevolezza che il futuro (seppur modesto) da loro immaginato si stia “allontanando nel tempo” e che non sia più alla loro portata. Obiettivi base – avere un lavoro sicuro che permetta di guadagnare il necessario per vivere una vita dignitosa, comprare una casa e impegnarsi in una relazione stabili – e che erano dati per scontati per le precedenti generazioni oggi sembrano più difficili da raggiungere. Non si parla neanche più di mutuo o pensione futura, ma di sopravvivenza base. Ad esempio, uno degli intervistati dice: I’ve only just started full-time work again this year . . . I have no aspiration to really get a house any time soon, because I know that it’s so unattainable at this point.” Un altro dice: “I feel like a lot of us – looking at my friends and stuff – and even my brothers and sisters, we’re all sort of the same age – but all of us are just kind of – we’re just staying afloat.

L’effetto cumulativo di queste condizioni ha fatto sì che la generazione Y abbia perso un percorso di vita sicuro e che sia in balia di forze economiche sulle quali nessuno ha più controllo.
Nonostante questa generazione abbia fatto tutte le cose “giuste” (investire nell’educazione ed essere umili e flessibili riguardo le condizioni lavorative), è stata schiacciata dalle riforme lavorative, dalle politiche abitative e dai processi globali che ne hanno minato la valenza e la legittimità per andare avanti.

Per molti, quindi “rimanere a galla” è diventato il più ragionevole degli obiettivi di vita.

Similmente a quella italiana, questa generazione di giovani australiani vive con un senso pervasivo di stress e pressioni, per far fronte all’imprevedibilità futura delle entrate economiche personali, e per cercare di mantenere quanto più possibile gli standard di vita che la generazione dei genitori aveva raggiunto e i cui figli avevano beneficiato.
Rimane un forte senso di disgiunzione tra le “promesse” di gratificazioni che sarebbero dovute venire dopo gli investimenti negli studi e l’effettiva realtà lavorativa. 
Fondamentale risulta il supporto, i consigli e le conferme dati da famiglia, partner ed amici per limitare quanto più lo stress e per affrontare i momenti più difficili.

Una buona sintesi del report è data nell’articolo A generation dislodged: why things are tough for Gen Y  di J. Wyn e H. Cahill dell’Università di Melbourne.

Guardare al nostro Risorgimento

Un libretto a cui sono molto affezionato e che dovrebbe essere letto e studiato ogni anno a scuola è Dei doveri dell’uomo (1860) di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Questo testo rappresenta il testamento spirituale e morale di uno dei principali ispiratori del Risorgimento italiano, nonché fondatore della sfortunata Repubblica Romana (1849).

 #STEFANOBOSSO PH..  TROLLSTIGEN, NORVEGIA, 2015#stefanobosso ph..  Trollstigen, Norvegia, 2015


Nell’introduzione Mazzini scrive “[..] Non avete diritti di cittadini, né partecipazione alcuna d’elezione o di voto alle leggi che regolano i vostri atti e la vostra vita: come potreste avere coscienza di cittadini e zelo per lo Stato e affetto sincero alle leggi? La giustizia è inegualmente distribuita fra voi e l’altre classi: d’onde imparereste a simpatizzare colla società? Voi dunque avete bisogno che cangino le vostre condizioni materiali perché possiate svilupparvi moralmente: avete bisogno di lavorar meno per poter consacrare alcune ore della vostra giornata al progresso dell’anima vostra: avete bisogno di una retribuzione di lavoro che vi ponga in grado di accumulare risparmi, di acquietarvi l’animo sull’avvenire, di purificarvi sopra tutto d’ogni sentimento di riazione, d’ogni impulso di vendetta, d’ogni pensiero d’ingiustizia verso che vi fu ingiusto. Dovete dunque cercare, e otterrete questo mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non come fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici. Dove no, quale differenza sarebbe tra voi e i vostri tiranni? Essi lo sono precisamente, perché non guardano che al ben essere, alla voluttà, alla potenza.
Farvi migliori: questo ha da essere lo scopo della vostra vita. [..]”
Ho ripreso in mano questo testo perché un bellissimo speciale “Pensiero e azione” della rivista Buddismo e Società (n.184 di settembre/ottobre 2017) mi ha fatto tornare in mente il concetto di “religione civile“.
Tra i vari articoli proposti sull’argomento, riporto il Discorso di Daisaku IkedaGuardate al vostro Risorgimento!” dell’11 agosto 2000, nel quale si parla proprio di Mazzini.

“Un saluto di benvenuto ai nostri compagni di fede italiani arrivati da lontano nonostante il caldo estivo.

Desidero dedicarvi come ricordo di questa giornata una breve poesia:
Com’è luminoso
il sorriso
dei miei amici
italiani.

La Soka Gakkai italiana ha avuto un magnifico sviluppo divenendo esempio per tutta l’Europa. Voi italiani siete l’alba dell’Europa!
Mi auguro che lavoriate insieme in unità e amicizia. Lucio Anneo Seneca, filosofo dell’antica Roma, disse: «Nulla tuttavia delizierà tanto l’animo quanto un’amicizia fedele e dolce».1 Nel mondo degli esseri umani niente è più bello dell’amicizia; Buddismo vuol dire costruire una “città eterna dell’amicizia”. Vi prego di allargare la rete di solidarietà dell’amicizia e della fiducia sia all’interno sia all’esterno della Soka Gakkai e di diventare un esempio per la vostra grande armonia e allegria.
Vorrei parlarvi di Giuseppe Mazzini, filosofo vissuto nel diciannovesimo secolo, che aprì la strada all’indipendenza e alla riunificazione dell’Italia. In quell’epoca l’Italia si trovava sotto la dominazione straniera, il malgoverno regnava nel paese, la libertà di parola era negata e il popolo soffriva per la corruzione e l’arroganza di religiosi corrotti. In questa situazione Mazzini, fin da giovane, divenne un combattente per l’indipendenza del suo paese e continuò senza alcuna paura nonostante avesse dovuto subire la prigionia.
Questa lotta per l’indipendenza finì però col fallire ed egli si trovò in un vicolo cieco. Cosa doveva cambiare? Il giovane Mazzini analizzò acutamente la situazione per preparare la vittoria futura: uno dei punti era che i leader del movimento erano invecchiati e perciò avevano perso entusiasmo; un altro punto era che gli italiani speravano solamente nell’aiuto degli altri paesi e quindi la loro determinazione di cambiare la storia con le proprie forze era venuta meno; e soprattutto che il popolo era lontano dalla lotta. Questa fu la sintesi finale di Mazzini. I leader dell’epoca erano diventati arroganti ed evitavano il contatto diretto con le persone, non andavano più in mezzo alla gente. Ma finché il popolo non si fosse risvegliato e non avesse alzato la testa, non si sarebbe potuta raggiungere l’indipendenza della patria. Perciò Mazzini, basandosi sul suo senso di giustizia e sulla passione dei giovani, decise con forza di creare un grande movimento fondato sul popolo e nel 1831, all’età di ventisei anni, fondò la Giovine Italia. Scriveva: «Mettete i giovani alla testa del popolo! Quanta forza ci può essere nel senso di solidarietà dei giovani! Solo La voce dei giovani può manifestare un’immensa influenza sul popolo».
Questa è la base per riformare la storia in tutto il mondo e in tutti i tempi. 
Ora la Divisione giovani italiana sta crescendo magnificamente, e anche chi una volta ne faceva parte sta portando avanti una grande attività nelle Divisioni donne e uomini.
Mazzini incoraggiò a promuovere il dialogo con la gente comune: «Risvegliamo nei giovani il loro senso di missione!»; «Giovani andate sulle colline, sedetevi al tavolo con i contadini, andate nelle officine e dagli operai che non avete considerato fino a questo momento. Parlate loro della vera libertà, delle loro antiche tradizioni, della loro gloria, dei loro ricchi commerci del passato che ora non possono più fare. Parlate loro delle varie forme di dispotismo che non conoscono perché nessuno offre loro spiegazioni!».
A queste parole di Mazzini tanti giovani risposero con le loro azioni dedicando con coraggio la vita a costruire il futuro della loro amata patria. I giovani dialogarono con ogni persona con grandissimo impegno recandosi nelle loro case e portando con sé di città in città, da villaggio a villaggio, in tutti gli angoli del paese il loro organo ufficiale (potremmo paragonarlo alle pubblicazioni della Soka Gakkai), il giornale in cui era espresso il loro desiderio di indipendenza. Grazie a questa azione, la rete di solidarietà di chi voleva affiancarli nella lotta si allargava sempre di più, a migliaia e a decine di migliaia di persone, coinvolgendo tutti i ceti sociali.
Fu un giovane ad affermare: «Proprio quando abbiamo voglia di stare a casa, è il momento in cui dobbiamo uscire! Quando vogliamo tacere è il momento in cui dobbiamo parlare!».
Anche nel Buddismo l’azione è uguale alla fede e la voce svolge il lavoro del Budda. 
Se le autorità li avessero scoperti sarebbero potuti finire in prigione, essere esiliati o condannati a morte. Schiacciati da un’atroce repressione, alcuni persero la vita. Nonostante ciò, inseguendo sempre quel nobile ideale, i giovani alimentarono con ancora più tenacia il loro spirito combattivo, trasformando le sofferenze in onore e in gioia.
Anche Mazzini fu continuamente perseguitato; a causa di colpe non commesse venne trattato come un criminale e ricevette addirittura una condanna a morte.
Però vedeva le cose con grande lungimiranza: «Qualè la strada per risvegliare veramente il popolo?», si chiedeva. Arrivò alla conclusione che i leader per primi non devono arrendersi di fronte alle avversità, non devono perdersi d’animo davanti all’indifferenza né soccombere ad alcuna difficoltà. 
Le azioni di questi giovani mazziniani sono celebrate come quella grande “forza educativa per il popolo” che produsse uno straordinario contributo all’unificazione dell’Italia. Anche i leader che più tardi avrebbero sostenuto l’Italia vennero dalle file di questi giovani combattenti.
[…] Mazzini disse anche: «Lavorando per la patria, seguendo un giusto principio, noi lavoriamo per l’umanità».4 
Il Buddismo incarna i massimi valori etici: basandosi su questi valori, la Soka Gakkai Internazionale contribuisce alla prosperità dei vari paesi e dell’umanità in virtù degli ottimi cittadini del mondo che la compongono.
Mazzini affermò inoltre: «Cambiare in meglio se stessi e gli altri, questo è il primo scopo e il massimo che ci si può aspettare da tutte le riforme e le trasformazioni sociali».5 
E ancora: «La parola d’ordine della fede in futuro sarà “associazione”, collaborazione fraterna verso un obiettivo comune».6«
Vivete nella direzione che conduce alla pace, in armonia con il prossimo e con tutti gli amici del mondo, studiando e mettendo in pratica la filosofia della vita che permette di risolvere la sofferenza fondamentale della vita e della morte: questa è l’attività della Gakkai. Tutte le azioni che ognuno di noi fa per il movimento di kosen-rufu, grazie al principio di ichinen sanzen permetteranno di rendere felici non solo noi stessi ma anche la società e la nazione in cui viviamo.
Vorrei concludere con un’altra affermazione di Seneca: «L’uomo saggio è sempre in azione e dà il massimo di sé quando la fortuna gli si fa nemica».7 Diventate “saggi della vita” e realizzate un nuovo magnifico avanzamento con saggezza e vigore, in buona salute!”

Note:

1) Lucio Anneo Seneca, De tranquillitate animi.
2) Bolton King, The Life of Mazzini, a cura di Ernest Rhys, J. M. Dent & Sons, Ltd., Londra, 1914, p. 24.
3) Tetsuto Morita, Mattsini, Shimizu Shoin, Tokyo, 1972, p. 77.
4) Mazzini’s Essays, a cura di Ernest Rhys, Everyman’s Library, Londra, p. 55.
5) Ibidem, p. 19.
6) Ibidem, p. 51.
7) Lucio Anneo Seneca, Lettere morali a Lucilio, 85.

Il discorso della tartaruga Giorgina

Facendo zapping in TV mi è capitato di vedere il cartone animato Animals United (2010). Di seguito riporto il discorso della tartaruga Giorgina.

(..) L’acqua è il sangue di tutti i nostri antenati. (..)

Buona sera (io mi chiamo Winston) e io mi chiamo Giorgina.
Siamo nati più di 700 anni fa su un isola che si trova nel cuore dell’oceano Pacifico. In tutti questi anni ci è capitato di incontrare molti esseri umani.. che hanno rubato, che hanno ucciso e distrutto ogni cosa molte, molte volte e abbiamo lasciato che accadesse e proprio a causa di questo abbiamo perso tutto.
La nostra amata casa purtroppo non esiste più. Dove una volta sbocciavano fiori di tutti i colori, ora la terra è arida e sterile. Lì dove un tempo l’aria vibrava del cinquettio di mille varietà di uccelli ora c’è soltanto silenzio. Dove una volta le foche e le creature dell’oceano giocavano tra le onde ogni forma di vita si sta estinguendo. Le Galapagos, la nostra meravigliosa casa sono oramai poco più di un orrida massa nera, scura e oleosa.
Tutto il mondo non è altro che un’orrida massa nera, scura e oleosa. Tutto il mondo, a parte questo luogo. Ma se voi non farete qualcosa per fermarli, anche di questo luogo non resterà che una macchia annerita poiché l’uomo è come un ladro di notte e porta via dalla terra ciò che vuole. Egli è come un serpente che si ciba della sua stessa coda per sopravvivere.
Ma la Terra non appartiene all’uomo. Egli non è che una parte minuscola. Non fu l’uomo a tessere la tela della vita sulla Terra. È solo uno dei fili della trama poiché tutti noi condividiamo il medesimo respiro: la nebbia che si alza tra il verde lussureggiante delle foreste, la frescura che si alza dalle montagne rocciose, il profumo del vento dopo la pioggia, le piante, gli uomini e noi animali.
Quello che l’uomo non comprende è che ciò che infligge alla Terra, alla fine lo infligge a sé stesso. E quando un giorno la Terra sarà stata distrutta e gli animali saranno stati scacciati o sterminati, l’uomo regnerà sulla Terra da solo. E allora sconvolto e prostrato anch’egli sparirà dalla faccia della Terra.
Ma è una ben magra consolazione per noi adesso perché tutti voi presto perirete se non vi deciderete a difendervi contro l’umanità. (..)

Una generazione di cercatori? Con quali speranze?

Risultati immagini per donati colozzi giovani e generazioniEsattamente 20 anni fa (1997) usciva il libro Giovani e generazioni a cura di Pierpaolo Donati e Ivo Colozzi. Come sostenevano gli autori nell’introduzione, “a partire dagli ’60, il tema dei giovani è senza dubbio cresciuto di importanza e non cessa di interrogare la nostra società”. La novità di questo libro è stata quella di sopperire alla mancanza “di un’analisi della condizione giovanile nel contesto delle generazioni compresenti”. I giovani infatti “non sono quasi mai definiti “relazionalmente”, ossia in quanto vengano osservati e compresi per il modo in cui essi si rapportano alle altre generazioni (più grandi e più piccole) temporalmente compresenti. (..) I giovani sono un pianeta di generazioni con-fusive tra loro, con confini sempre più labili e aperti verso le generazioni più adulte. Nello stesso tempo, essi sono distinguibili in gruppi molto eterogenei, che si costituiscono sulla base di fattori socioculturali discriminanti. Tra questi fattori quello più importante è senza dubbio il fattore religioso. Per dirla in breve: quanto più forte è il senso della religiositià nei giovani, tanto più c’è per essi speranza e futuro (..).” 

Le analisi della ricerca toccano i vari aspetti del mondo giovanile di allora: le dinamiche di socializzazione familiare, il coinvolgimento nelle reti primarie e secondarie di vita, le esperienze scolastiche e i problemi di inserimento nel mondo del lavoro, i loro valori e dinamiche culturali, la religiosità dei giovani, per finire su come i giovani usino i tempi di vita quotidiana e definiscano i loro progetti per il futuro. L’obiettivo generale dell’indagine è quello di comprendere quali percorsi di vita conducano i giovani a sentirsi più o meno “generazione”, nel duplice senso di sentirsi generati e sentirsi capaci di generare il loro futuro.

Sebbene siano passati tutti questi anni e quindi i dati e le statistiche possano essere cambiate, il libro offre ancora diverse interessanti riflessioni sulla condizione ed il tempo giovanile, nonché sul significato di essere e sentirsi “generazione”. Di seguito riporto il paragrafo conclusivo del libro “Una generazione di cercatori? Con quali speranze?” che a tutt’oggi aspetta risposte.

5.1 All’inizio ci eravamo posti alcuni interrogativi ai quali, per terminare, vorremmo rispondere molto sinteticamente.
Come vivono i giovani il loro tempo, sia quello quotidiano sia quello della propria epoca storica? Perché è venuta meno la memoria storica? Perché manca la progettualità? Come si vivono i gioani in quanto generazione storica?
In linea generale, abbiamo visto come i giovani non percepiscano più il tempo così come lo sentivano le generazioni più anziane, ossia come un’esigenza di sacrificio e progetto, Già i loro genitori hanno perso molto di quel significato, tramandato fino a loro dalla religione come un tempo di prova e di messa a frutto dei talenti di ciascuno. Era, quella, la concezione del tempo come un’opportunità data per “vivere bene” (“tempus breve est”), nel senso di “metterlo a frutto” nella speranza di una salvezza ultraterrena. La memoria storica è stata dispersa e quasi annullata dalle dinamiche di una società della pura comunicazione che si regge sulle immagini del presente. La famiglia fa molta fatica a ri-rappresentare le memorie del passato. Le ha consegnate alla scuola, la quale si trova ora in grandi difficoltà a far fronte a questo compito. La progettualità giovanile manca semplicemente perché non è più richiesta da questo tipo di società, e in concreto da questo mondo adulto, s’intende così come lo percepiscono i giovani. È logico, quindi, che i giovani tendano a viversi come una generazione priva di dimensione storica, o la cui storia sarà fatta da un futuro che essi sentono di non potere né prevedere né tanto meno progettare. Se il futuro non può nemmeno cominciare, come dice Luhmann [1984, trad. it. 1990] che senso ha crescere? Perché un giovane dovrebbe crescere? Evidentemente, crescere ha senso dove ci sono delle scelte da fare, per quanto le scelte possano essere accettate o respinte.
Il malessere giovanile sta precisamente qui. Ma non tutti i giovani, come abbiamo visto, ne restano preda. Per ora, la maggior parte di essi riesce ancora a sfuggire alle contraddizioni e ai rischi lacerante in cui sono immersi. Buona parte dei giovani vive il tempo con volontà autonoma e capacità di scelta (gli “impegnati”, pari al 28,1%), altri vivono il tempo come conformità ai programmi del loro ambiente sociale (i “programmati”, pari al 30,6%) alcuni sono già entrati in un tempo vincolato da ruoli istituzionali di famiglia e di lavoro (gli “strutturati istituzionali”, pari al 20,8%), e altri ancora hanno totamlente perso una nozione e un uso valoriale del tempo (i “destrutturati”, pari al 20,6).
Ma fino a quando la maggior parte dei giovani riuscirà a vivere il proprio tempo (il tempo sociale dell’esistenza quotidiana) come significativo e progettuale? La modesta risposta che ci sentiamo di dare è: fino a quando riuscirà a persistere e rigenerarsi il senso della generazionalità, così come lo abbiamo definito in questa ricerca.

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Le lauree più richieste nel mondo del lavoro

In questo periodo estivo, se per molti giovani è il tempo del riposo, della ricarica e dello stacco dal lavoro, per tanti altri che invece hanno appena terminato le scuole superiori è il tempo delle scelte.

Continuare a studiare o fermarsi e cercare subito un lavoro? E se si decidesse di continuare, quale facoltà scegliere? Rimanere in Italia o andare all’estero?

Col senno di poi, il mio modesto suggerimento (se si hanno le possibilità economiche) è quello di andare a studiare all’estero, che poi per tornare c’è sempre tempo. Più difficile è il contrario, ossia studiare qui prima e poi andare a cercare lavoro all’estero, a meno che non si sia già dei professionisti qui con un’ottima padronanza della lingua del posto prescelto.

Fondamentale è in questo periodo cercare di fare più chiarezza possibile su quelle che sono le nostre passioni, attitudini ed abilità, senza dimenticarci di quali siano le richieste del mercato lavorativo.

Quali sono quindi le lauree più richieste?

Qualche indagine ci può venire in aiuto. Studenti.it riprendendo i dati dell’ultimo rapporto di Almalaurea osserva che le migliori percentuali statistiche di occupazione le ottengono gli studenti delle Facoltà delle Professioni sanitarie, (Medicina, Scienze infermieristiche e tutte le altre tecnico-sanitarie) seguite poi da Ingegneria, Scienze statistiche ed Economia.
In questo periodo particolare, da quanto emerge dall’analisi del sistema informativo Excelsior sulle previsioni di assunzione delle imprese private dell’industria e dei servizi tra luglio e settembre di quest’anno, i laureati più “rari” da procurarsi sul mercato (secondo le aspettative delle aziende) sono quelli nelle discipline linguistiche (interpreti e traduttori), (69,9%) seguiti da: ingegneri elettronici (58,7%) e ingegneri industriali (50,2%), matematici e fisici (40,9%).
Per i diplomati invece sono faticose 2 ricerche su 5 rivolte all’indirizzo in produzione industriale e artigianale e in informatica e telecomunicazioni (45,1%), seguiti poi dai profili tecnici diplomati in costruzioni, ambiente e territorio (34,0%), quelli in meccanica (29,6%) e quelli in elettronica ed elettrotecnica (30,6%).
Nel medio-lungo termine invece, vista la velocità dei cambiamenti socio-economici-lavorativi, per far fronte alle professioni del futuro, c’è chi pensa che la facoltà migliore sia quella di Filosofia.

L’articolo Data scientist o saldatore? La nuova geografia dei mestieri di qualche mese fa di pagina99 provava a fare il punto su quali siano le professioni più richieste nel mercato italiano del lavoro. Ne riporto un estratto.

(..) In pochi campi come il lavoro (che non c’è) le agenzie di stampa battono ogni giorno dichiarazioni in libera uscita di politici, ministri e opinionisti a vario titolo: dai giovani “choosy” – disoccupati perché schizzinosi – alle giaculatorie sui guasti di un’università che sforna laureati nelle discipline sempre sbagliate, il ventaglio di giustificazioni portate a spiegazione di una disoccupazione giovanile che, pur in calo, resta sopra il 35%, sono molte. Non sempre, però, queste sono aderenti ai dati e alle ricerche che disegnano in realtà un quadro abbastanza chiaro.

Su cosa bisogna puntare

Incrociando i dati Excelsior delle Camere di commercio, lo “Skills Panorama” promosso dall’istituto europeo Cedefop e altri dati risulta evidente che l’Italia è un Paese che richiede una percentuale preponderante di lavoro non qualificato, ma che già oggi e sempre più nei prossimi anni offrirà buone opportunità per chi sceglie di laurearsi in ingegneria e nelle discipline scientifiche, soprattutto matematica, statistica e informatica. C’è posto anche per i vituperati laureati in scienze della comunicazione e affini, a patto che abbiano una formazione molto orientata ai nuovi media, mentre per chi non si vuole laureare, la strada migliore è quella delle discipline tecniche. Si tornerà, inoltre, a fare gli operai, ma operai altamente specializzati. Detto in parole spicce: in un Paese di cuochi e camerieri, sarà l’industria 4.0 (nuovi materiali, uso massiccio di connessioni wireless e data analysis, macchine intelligenti) l’ancora di salvezza per chi cerca un lavoro ben qualificato, sia ai livelli molto alti che a quelli più esecutivi.

Le specializzazioni più richieste

Se guardiamo all’ultimo bollettino Excelsior disponibile e che riguarda le assunzioni previste nel primo trimestre 2017, la professione dove un maggior numero di imprese (56,2%) dichiarano difficoltà a trovare addetti (escluso i dirigenti) è quella degli “ingegneri e professioni assimilate” per cui sono previste 3.900 assunzioni. Chi oggi si laurea in una buona università in questo settore ha quindi un posto di lavoro assicurato.

Al Politecnico di Milano le percentuali di occupazione un anno dopo i festeggiamenti per la laurea magistrale in ingegneria superano il 90%. «Abbiamo visto quanto sia cresciuta la percentuale di occupati a un anno. Solo per fare un esempio: per gli ingegneri informatici siamo al 99%, per il campo meccanico poco al di sotto, al 97,8%», spiega il rettore Ferruccio Resta. «Soprattutto le richieste sono per una vasta gamma di competenze nella gestione dei dati. In tutti i settori: dal manifatturiero alle aziende chimiche e meccaniche le domande sono sempre più dirette verso i “data scientist”, in assoluto la figura professionale più richiesta». (..)

Tuttavia è bene sottolineare che l’Italia è un Paese – ancora i dati Excelsior lo dicono – che offre ai laureati un 17% delle nuove assunzioni. Per il 15% serve un titolo di qualifica professionale. Per il 67% restante è sufficiente un diploma, o nemmeno quello. Questo non vuol dire che non convenga laurearsi – i dati mostrano che le occupazioni più richieste sono comunque quelle a più alta qualificazione – ma certo i dati disegnano un Paese caratterizzato da un sistema economico poco orientato all’alta formazione. (..)

Su quest’argomento poi mi è tornato in mente il provocatorio libro del 2008 di Pier Luigi Celli Comandare è fottere, che in un capitolo illustra l’importanza di un buon curriculum e degli studi da fare per trovare lavoro nelle aziende. Riporto l’estratto su quali facoltà secondo l’autore servano maggiormente.

Risultati immagini per comandare è fottere

(..) Il curriculum è sacro, e non mente. Perché non è altro che una radiografia: sintetica, essenziale, brutale persino. Se ci sono della magagne, non sfuggono. Se la struttura “ossea” lascia a desiderare, nessuno si farà illusioni sul vostro rendimento futuro.
E dunque va preparato, cominciando col non trascurare la scelta scolastica.
A proposito della quale, lasciando da parte le ubbie dei parenti e il sentimentalismo adolescenziale che tenderà a enfatizzare gli inutili innamoramenti filosofici o estetici, ricordate che quello che conta è ciò che diranno quelli che vi devono selezionare. Ai quali non importerà nulla dei vostri tormenti esistenziali, non essendo disposti a mettere in conto titubanze, indecisioni, rapporti personali, affetti e cianfrusaglie varie.
La scuola non è una cosa seria per quello che i libri dicono, ma per quanto vi predispone a saper fare quello che i vostri futuri capi vi chiederanno. Innanzitutto, la capacità di adattarsi a obbedire.
Sotto questo profilo Ingegneria ha dei vantaggi.
Obbliga ad un metodo, scarta le strade di dubbia fama, orienta ad avere ragione confidando nella superiore razionalità degli strumenti che si adottano.

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Neet, una generazione in panchina

È da poco uscito il sesto quaderno del Rapporto Giovani (a cura di Sara Alfieri ed Emiliano Sironi) dal titolo “Una generazione in panchina, da Neet a risorsa per il paese”. Il volume raccoglie le versioni riviste ed estese dei contributi presentati al ‘Neeting’, il primo convegno nazionale sui Neet tenutosi all’Università Cattolica il 3 e 4 novembre 2016.

Giovani e meno giovani che non studiano e non lavorano ci sono sempre stati, ma è partire dal 1999 che grazie al report Bridging the gap: New opportunies for 16-18 year olds not in education, empoloyment or training iniziano le narrazioni di questo fenomeno sui media e nelle ricerche, sopratutto inglesi.

Leggendo il libro di Rapporto Giovani mi è tornato in mente un articolo che avevo ritagliato della Repubblica nel lontano aprile 2007 dal titolo “Neets”, la generazione degli autoesclusi di Cinzia Sasso, che ripropongo. Senza dover sapere l’inglese, già solo 10 anni fa la classe politica italiana avrebbe potuto avere il sentore di quello che sarebbe accaduto anche in Italia e che le misure “una tantum e via” servono veramente a poco.

Londra – A scoprirli e battezzarli, sperduti per le strade di Londra, mescolati agli altri adolescenti nelle vie delle città dell’Inghilterra, vestiti come tutti con i pantaloni bassi, le felpe e i berrettini da baseball e incollati agli iPod, non è stata questa volta una ricerca sociologica: a individuare i “Neets” come l’ultima tribù da tenere sotto osservazione è stato uno studio della London School of Economics intitolato “The cost of esclusion”. Sono risvolti economici di quella che viene definita “una generazione tradita” il miliardo di sterline l’anno che costano i loro comportamenti, i 6-7 miliardi di euro che la loro marginalità costa alla collettività, le ragioni che hanno portato stavolta ad accendere un faro su di loro. Sui ragazzi che non vanno a scuola, che non hanno un lavoro, che quel lavoro nemmeno vogliono imparare o cercare. “Neets” significa “not in education, employment or training”. Significa insomma i marginali, gli esclusi, quelli senza arte né parte, quelli che le scelte di oggi porteranno ad essere anche gli emarginanti di domani. Significa, in altre parole, ragazzi senza futuro.
Sono una tribù numerosa, fatta di almeno un milione di giovani. Ragazzi o poco più, la loro età è compresa tra i 16 e i 24 anni, perché oggi l’adolescenza si trascina e fino a quell’età. Sarebbe ancora possibile essere studenti, oppure cominciare a fare pratica in qualche mestiere, trovare insomma una propria strada. Ma i “Neets”, una loro strada non la vogliono e non la cercano. Sono disinteressati a tutto, se non proprio cinici comunque indifferenti. Abbandonano gli studi e poi non fanno niente. Nel momento in cui si registra in Inghilterra uno dei tassi di disoccupazione più bassi, intorno al 9%, loro lo sono per almeno il doppio. Nullafacenti oggi, destinati ad essere disoccupati domani.
Un fenomeno che esiste anche in altri paesi del mondo: in Giappone, ad esempio; ed anche in Europa. Ma gli esperti britannici proprio per questo si dicono ancora più preoccupati: i “Neets” inglesi sono almeno il doppio di quanti siano i loro compagni tedeschi e francesi. Come se questa malattia di vivere avesse attecchito più qui che altrove. E così il presente incerto si trasforma in una ipoteca sul futuro: lo studio eseguito dalla London School of Economics per l’associazione Prince’s Trust, fondata dal principe Carlo proprio per aiutare i giovani a completare l’istruzione e a trovare una strada nel mondo del lavoro, prevede che le conseguenze saranno anche peggiori. Tagliati fuori dal mondo, alla ricerca di un qualche modo per campare, questi giovani facilmente finiranno nella piccola criminalità. Martina Milburn, capo del progetto voluto dal principe di Galles, dice: “Questo problema ha dei costi sociali ed economici altissimi. E le nostre previsioni sono sicuramente più ottimistiche di quel che sarà la realtà”. L’esclusione sociale costa tra i 6 e i 7 miliardi di euro l’anno, e con quella cifra sarebbe possibile ridurre di un punto le tasse; l’aumento della criminalità minorile significa per lo Stato un esborso di di 1 miliardo di sterline l’anno; e poi gli economisti conteggiano le perdite per l’educazione mancata e la futura assistenza di una classe sociale di disoccupati. Il Governo ha già aiutato 700mila giovani tra i 18 e i 24 anni, ma ha scoperto che è molto difficile tradurre il sostegno momentaneo in qualcosa di definitivo. Forse, a occuparsi dei “Neets” dovranno essere anche i sociologi: fare i conti non basta; per aiutare la generazione tradita bisogna capire perché si è perduta.

Di seguito inoltre pubblico un estratto dell’intervento introduttivo del Rapporto GiovaniRiconvertire i giovani da NEET a motore per la crescita del paese, di Alessandro Rosina, Sara Alfieri ed Emiliano Sironi.

L’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training) è stato coniato nel Regno Unito verso la fine del secolo scorso, ma il suo utilizzo diffuso inizia dal 2010 quando l’Unione Europea adotta il tasso di NEET come indicatore di riferimento sulla condizione delle nuove generazioni.
Rispetto all’usuale tasso di disoccupazione giovanile, nell’indicatore sono compresi tutti i giovani inattivi, non solo i disoccupati in senso stretto.
Uno dei pregi della categoria NEET è l’inclusione non solo di chi cerca attivamente lavoro (tecnicamente ‘disoccupati’, parte della ‘forza lavoro’ assieme agli occupati) ma anche degli ‘inattivi’. In quest’ultimo gruppo rientrano però sia gli ‘scoraggiati’ (ovvero chi non cerca più, ma vorrebbe lavorare) sia coloro che non sono interessati al lavoro (Alfieri -Rosina – Sironi – Marta – Marzana, 2015). Il fatto che nel tasso dei NEET rientri anche quest’ultima sottocategoria — che non solo non fa parte della forza di lavoro in senso stretto, ma nemmeno di quella potenziale — è l’aspetto più criticabile. È però utile tener presente che in chi risponde di non essere attualmente interessato ad un lavoro, rientra anche il lavoro sommerso e le persone, soprattutto donne, impegnate in attività di cura potenzialmente incluse nel mercato del lavoro in presenza di adeguati strumenti di conciliazione tra famiglia e lavoro.
Rispetto alla dimensione del fenomeno, i dati EUROSTAT evidenziano che l’Italia presentava livelli più elevati della media europea prima della recessione (18,8% nel 2007 contro 13,2% Ue-28); il fenomeno è aumentato maggiormente da noi durante la crisi (salito a 26,2% nel 2014 contro 15,4% Ue-28); la nostra discesa risulta più lenta con l’uscita dalla crisi (attorno al 22% nella prima metà del 2016, mentre molti paesi dell’Unione sono già tornati ai livelli precedenti la recessione). Attualmente, in termini relativi, siamo secondi solo alla Grecia, mentre, in termini assoluti, siamo il maggior produttore di NEET in Europa con oltre 2,2 milioni di under 30 che non studiano e non lavorano (ma si sale a 3,3 nella fascia 15-34 anni, dato ISTAT del 2016).
È necessario quindi agire con ancora più efficacia sui flussi e sullo stock. I flussi sono i giovani che escono dal sistema scolastico ed entrano nella condizione di NEET. Lo stock comprende coloro che permangono nella condizione di NEET diventando disoccupati di lunga durata o gli scoraggiati. Come mostrano dati comparativi internazionali (Eurofound, 2016), l’Italia si distingue non solo per l’alto numero di NEET ma anche per l’alta quota di chi lo è da oltre un anno, molti dei quali hanno smesso di cercare.
Tale condizione produce un effetto corrosivo, come evidenziano i dati dell’Osservatorio Giovani (Istituto Toniolo, 2017): al ‘non’ studio e lavoro tendono ad associarsi anche altri ‘non’ sul versante delle scelte di autonomia, di formazione di una famiglia, di partecipazione civica, di piena cittadinanza.
Il fenomeno non deve però essere letto solo in termini di costi, ma anche di mancata opportunità del ‘sistema paese’ di mettere la sua componente più preziosa e dinamica nella condizione di contribuire pienamente alla produzione di crescita presente e futura (Rosina, 2015).
La complessità e la varietà del ‘fenomeno NEET’ suggeriscono, quindi, una lettura sotto molteplici punti vista: psicologico, educativo, sociologico, economico e demografico. Proprio per questo motivo uno dei valori aggiunti del convegno è la prospettiva interdisciplinare: nell’arricchimento della conoscenza scientifica del fenomeno, nella riflessione su misura e metodo, nella valutazione dei programmi di ingaggio e attivazione. (..)

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Dare il voto ai sedicenni

L’articolo Tutte le ragioni per dare il voto ai sedicenni uscito sul numero 25/2017 di pagina99 e firmato da Marco Filoni e Pietro Intropi prende spunto dalla proposta dei 5S e dal paper di ricerca Why the voting age should be lowered to 16 di Tommy Peto per analizzare le possibili ragioni per dare il voto ai sedicenni.

Il tema dell’abbassamento dell’età per avere il diritto di voto non è nuovo, poiché già alcuni paesi permettono ai minori di anni 18 di votare alle elezioni ed è negli obiettivi programmatici della Foundation for the Rights of Future Generations, della Intergenerational Foundation e di Future Justice.
Al di là delle ragioni etico-politiche, a me preme anche ricordare le ragioni numeriche di questa necessità. I giovani sono sempre di meno e quindi contano sempre di meno. Come sottolinea l’ultimo Bilancio nazionale dell’Istat, continua il calo di nascite e come Marco Aime e Luca Borzani ci ricordano nel loro ultimo libro Invecchiano solo gli altri:

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Da un punto di vista cronologico l’onda lunga del baby boom si è ampiamente esaurita. Se osserviamo i dati forniti dall’Istat sui tassi di natalità e di mortalità dal dopoguerra ad oggi balza agli occhi come si sia passati dalle 938.855 nascite del 1950 alle 485.780 nascite del 2015, anno in cui per la prima volta le nascite in Italia sono scese sotto le 500.000. Un dimezzamento netto, ancora più marcato se si tiene conto che la popolazione è aumentata di 14 milioni. Con il 2016 il tasso di natalità si è ulteriormente ridotto. Questo calo delle nascite fa sì che oggi la mappa demografica del nostro paese mostri un evidente invecchiamento della popolazione. (..)

(..) Si può quasi apertamente parlare di dittatura degli anziani. Se, come abbiamo visto, oggi ci sono 1,5 ultracinquantenni per ogni ragazzo sotto i quattordici anni, nel 2030 questa cifra aumenterà a 2,07; il che tradotto in termini elettorali significa che i “vecchi” incideranno sulla base dei votanti per oltre un  quarto complessivo dell’elettorato. E gli anziani sembrerebbero avere una concezione tendenzialmente egoistica e individualistica dell’esistenza, connessa alla loro più breve aspettativa di vita. Come scrive l’economista Sergio Noto: “Ciò che li caratterizza è il loro istinto di sopravvivenza, l’attaccamento alle cose e alle abitudini quotidiane […] Vogliono ospedali, non scuole. Vogliono assistenza domiciliare, non biblioteche. Vogliono marciapiedi e panchine, non comunicazioni rapide e a basso costo”.
Se da un lato l’immagine degli anziani assume il volto arcigno e un po’ stereotipato tratteggiato da Noto, dall’altro larga parte (non tutti, certo) di questi anziani non vuole più solo panchine e marciapiedi, quanto piuttosto non mollare il colpo. Continuare a conservare una centralità sociale. È la vecchiaia minimizzata, nuova e diffusa forma di mimetismo sociale.

Altre misure che secondo me andrebbero prese per coinvolgere maggiormente i giovani alla partecipazione attiva e alla “conta” politica sono: eliminazione del limite dei 25 anni per esseri eletti alla Camera e dei 40 anni al Senato; eliminazione del limite dei 25 anni per votare al Senato; inserire un limite di età all’eleggibilità per le cariche politiche, che potrebbe aggirarsi intorno ai 70 anni.

Di seguito pubblico l’articolo di pagina99 Tutte le ragioni per dare il voto ai sedicenni di Marco Filoni e Pietro Intropi per pagina99 (neretto nel testo mio).

Andiamo con ordine. Qualche settimana fa Beppe Grillo – attraverso un post sul suo blog – ha dichiarato che «il M5s si batterà per dare il diritto di voto ai sedicenni».

È arrivato il momento di dare il voto ai sedicenni e ai diciassettenni?
Se nel nostro Paese mettessimo seriamente al centro delle cronache politiche questa domanda anziché lo sfiancante confronto sulla legge elettorale potremmo assistere a un dibattito interessante.

Quali sono le ragioni a sostegno dell’inclusione degli under 18 nei confini del club dei cittadini che godono di pieni diritti politici? Quali potrebbero essere le implicazioni dell’estensione del diritto di voto a questi adolescenti? Quali forze politiche potrebbero farsi promotrici di questa proposta nella prossima Legislatura?

Grillo lamentava, inoltre, che «solo in Italia per eleggere una delle due Camere [il Senato] bisogna aver compiuto 25 anni, causando distorsioni vistose nella composizione di Camera e Senato che sono tra le cause dell’ingovernabilità».

La dichiarazione del leader del M5s ha avuto scarsa eco nei media nostrani, ma la proposta merita di essere presa seriamente in considerazione.

In altri Paesi il tema è già entrato stabilmente nel dibattito politico. Prima delle elezioni politiche dello scorso 8 giugno, tutti i maggiori partiti politici del Regno Unito (il Labour, i liberal-democratici, i verdi) a esclusione del Partito Conservatore, hanno sostenuto nei loro programmi la proposta di allargare il diritto di voto anche ai 16-17enni.

In alcuni Paesi europei il voto ai 16-17enni è già realtà: in Scozia gli under 18 hanno potuto votare al Referendum per l’Indipendenza del 2014 (ma l’esclusione dei 16enni dal voto sulla Brexit ha suscitato notevoli polemiche) e, dal 2015, i più giovani possono esprimere il loro voto in tutte le consultazioni politiche (nazionali e locali) del loro Paese.

In Austria il voto agli under 18 è realtà dal 2007. In Germania il diritto di voto ai 16-17enni è garantito nelle elezioni dei Parlamenti di alcuni Länder. Nel 2011 la Norvegia ha fatto un “trial” estendendo il diritto ai 16enni per le elezioni locali. Infine, tra i Paesi extra-europei che permettono il voto agli under 18, figurano Argentina, Brasile, Cuba , Ecuador, Nicaragua (si noti che in Argentina e Brasile il voto è obbligatorio per la fascia di età dai 18-70 anni, e che Cuba, Ecuador, e Nicaragua, non hanno regimi classificabili come democratici).

Sulla base di queste esperienze è possibile studiare il fenomeno, valutarne vantaggi e svantaggi, determinare gli scenari che si aprono nel campo democratico. L’ha fatto Tommy Peto, dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche a Oxford, che recentemente ha pubblicato un articolo sulle ragioni morali che supportano la proposta di allargamento del diritto di voto ai 16enni, con un paper dal titolo Why the voting age should be lowered to 16 (Perché dovremmo abbassare l’età del voto a 16 anni).

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Casa

La scorsa puntata di Petrolio dal titolo Che tempo fa affronta i temi dei cambiamenti climatici mostrando parti del documentario di Leonardo Di Caprio Before the Flood e intervistando vari esperti italiani presenti in studio.

La presentazione ci dice che: Già all’inizio di questa estate siccità, erosione costiera, fenomeni estremi come incendi e inondazioni, hanno riempito le pagine dei giornali. Una situazione drammatica che stiamo già pagando a caro prezzo. Riusciremo a uscire da questa situazione? Riusciremo a consegnare ai nostri figli un mondo ancora vivibile senza doverci vergognare per quello che stiamo facendo?

#stefanobosso ph. dryness

#stefanobosso ph.


Guardando la trasmissione mi è tornato in mente Home (2009), un documentario molto suggestivo su ambiente e cambiamento climatico di Yann Arthus-Bertrand, e prodotto da Luc Besson. Concepito come un reportage di viaggio, è realizzato quasi interamente con immagini aeree. Lo ripropongo, suggerendone la visione.

(..) “Nella grande avventura della vita sulla terra, ogni specie ha il suo ruolo, ogni specie ha il suo posto. Nessuna è inutile o dannosa. Tutte contribuiscono all’equilibrio. È allora che tu homo sapiens, uomo pensante entri in scena. Raccogli i benefici della meravigliosa eredità di 4 miliardi di vita della terra. Hai soltanto 200 mila anni, ma hai cambiato la faccia del mondo. Malgrado tu sia vulnerabile hai preso possesso di ogni habitat e conquistato interi territori come nessuna specie aveva mai fatto. Dopo 180 mila anni di nomadismo, grazie ad un clima più clemente, l’uomo si ferma. Non dipende solo dalla caccia per sopravvivere, cerca di stabilirsi in zone umide che abbondano di pesce, selvaggina e piante selvatiche, luoghi in cui la terra, l’acqua e la vita si armonizzano.” (..)

(..) “Abbiamo provocato fenomeni che non possiamo controllare. Fin dalle nostre origini, acqua, aria e forme di vita erano intimamente collegate, ma di recente abbiamo spezzato questi legami. Affrontiamo la realtà, dobbiamo credere a quello che sappiamo. Quello che abbiamo appena visto è il riflesso del comportamento umano. Abbiamo plasmato la Terra a nostra immagine. Ci resta poco tempo per cambiare. Come farà questo secolo a portare il peso di 9 miliardi di esseri umani se ci rifiutiamo di fare i conti con tutto quello che solo noi abbiamo fatto?”

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