Manifesto GIG abbozzato

Intro

Nel mondo, la giustizia intergenerazionale trova scarsa applicazione perché le poche norme volte a tutelare e a garantire le generazioni future – sia nel diritto internazionale, sia nei vari diritti nazionali –  hanno per lo più carattere di principio o di indirizzo, senza però prevedere procedure o strumenti per far valere i diritti in sede giudiziale. Nella stessa Costituzione italiana, sebbene per alcuni versi si possa ritenere tacita (artt. 2, 4 e 9 Cost.), manca qualsiasi riferimento esplicito alla tutela dei diritti e degli interessi delle successive generazioni.

Purtroppo, viviamo in un epoca in cui sembra difficile tutelare tutti i componenti delle generazioni presenti, un’epoca dove i primi articoli della Costituzione non si riescono ad applicare e dove le disuglianze sociali ed economiche stanno aumentando.

Tutelare per legge le generazioni future potrebbe forse essere il primo passo per tutelare maggiormente le generazioni presenti.

Raffaele Bifulco sottolinea che “esiste un obbligo, in capo alla generazione presente, di continuare la catena intergenerazionale, di evitare quindi l’estinzione della specie umana. L’esistenza di tale obbligo è infatti presupposta nello scopo stesso del diritto che, in quanto regolatore sociale, si occupa della sopravvivenza dell’uomo” (2008).

Cornice base

Il principio di responsabilità e l’imperativo “che vi sia un’umanità” di Hans Jonas (v. Il principio responsabilità, 1979) sintetizzabile in: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra”. 

I tre principi alla base dell’equità intergenerazionale di Edith Brown Weiss:

  1. La conservazione delle opzioni (conservation of options): a ciascuna generazione dovrebbe essere richiesto di conservare e mantenere la diversità delle risorse naturali e culturali in modo tale da non ridurre le opzioni possibili per le future generazioni di risolvere i loro problemi e di soddisfare i loro stessi valori. Le generazioni future hanno diritto alla diversità pari a quella goduta dalla precedente generazioni;
  2. La conservazione della qualità (conservation of quality): a ciascuna generazione dovrebbe essere richiesto di mantenere la qualità del pianeta in modo tale che questo non venga trasmesso in condizioni peggiori di quelle in cui è stato ricevuto;
  3. La conservazione dell’accesso (conservation of access): ciascuna generazione dovrebbe fornire ai suoi membri uguali diritti di avvesso all’eredità delle generazioni passate e dovrebbe conservare questo accesso per generazioni future.

La Costituzione Italiana:

1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al 
progresso materiale o spirituale della società.

9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Auspici per un futuro prossimo:

  1. Maggiore consapevolezza e attenzione degli organi politici e di informazione sulle questioni intergenerazionali;
  2. L’ampliamento della soglia minima di età dell’elettorato attivo, includendo i cittadini di anni 16;
  3. L’inserimento esplicito della tutela dei diritti delle generazioni presenti e future nella Costituzione e nei vari statuti regionali;
  4. L’istituzione di una Commissione con potere di veto e di indirizzo per materie legislative riguardanti le differenti generazioni, incluse quelle future (v. ad es. il tentativo fatto dal Parlamento Israeliano con la Commission for Future Generations)
  5. L’adozione di politiche intergenerazionali a livello ambientale, economico e sociale da parte delle istituzioni nazionali e locali (in linea con i Sustainable Development Goals – Agenda 2030);
  6. L’applicazione di quante più convenzioni, dichiarazioni e carte varie a tutela del futuro dell’uomo e del pianeta;
  7. La creazione di una speciale Corte di Giustizia a tutela delle generazioni giovani e future. 

Ulteriori spunti da:

World Future Council – Future Justice

Intergenerational Foundation – A Manifesto for Younger and Future Generations

AGE Platform EuropeManifesto for an Age-Friendly European Union by 2020



Biblio:

Lo scandalo del futuro

Di seguito pubblico alcuni estratti dell’introduzione del bellissimo libro di Ferdinando G. Menga Lo scandalo del futuro – Per una giustizia intergenerazionale (2016).

UN NERVO ANCORA SCOPERTO PER LA RIFLESSIONE ETICA CONTEMPORANEA

“Tutti gli uomini sono pronti a riconoscere una morale rigorosa quando non si tratta di applicarla” (Simone Weil, Lezioni di filosofia)

 

copertina di Lo scandalo del futuroLa questione riguardante la responsabilità nei confronti delle generazioni future si presenta ormai come compito improcrastinabile in ogni ambito della vita pubblica: dai dibattiti scientifico-disciplinari al settore dei media fino alle odierne agende politico-istituzionali nazionali e di governance internazionale. La crescente preoccupazione per temi quali il riscaldamento globale e il cambiamento climatico, l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, ma anche la protezione del comune patrimonio genetico e culturale, ruota costantemente attorno alla medesima domanda:come lasciare in eredità una vita degna d’essere vissuta tanto ai nostri successori, quanto agli abitanti del pianeta di un futuro lontano

Per quanto però la percezione di un tale richiamo alla responsabilità pssa mostrare un carattere esteso, diffuso e addirittura urgente a livello socio-politico, a livello teorico, la questione concernente la sua stessa giustificabilità o fondatezza permane tutt’oggi un tema ancora irrisolto. Non appena si a indagare, infatti, la situazione del dibattito in corso, ci si imbatte immancabilmente nella pietra d’inciampo – nello skandalon vero e proprio – di un’inconciliabile divergenza di fondo che palesa una tensione dal carattere squisitamente teorico assai rilevante: quella tra le posizioni a chiaro sostegno di una responsabilità intergenerazionale e quelle che, invece, teorizzano l’assenza (o la tenuta assai ridotta) di un fondamento motivazionale davvero in grado di giustificarla.

Nel quadro di una tale divergenza e alla luce della sua elevata posta in gioco, la riflessione filosofica è, pertanto, oggi più che mai chiamata a prendere posizione e, per quanto possibile, a cercare nuove strade e prospettive al fine di illuminare in modo rinnovato gli aspetti e gli snodi fondamentali concernenti una vera e propria giusitficabilità della responsabilità verso le generazioni future. […]

Pertanto, la questione cruciale che bisognerà porsi sarà la seguente: in che termini si può sostenere in modo convincente la fondatezza morale di una responsabilità verso le generazioni future alla luce delle teorie che ne attenuano o addirittura negano la giustificabilità. […]

Il nucleo fondamentale del mio contributo si proporrà esattamente di individuare una tale impostazione alternativa in un’etica di carattere fenomenologico fondata sul primato di una responsabilità che insorge non dall’estensione del modello contrattualista centrato sul presente e sulle reciprocità dei presenti, non da calcoli utilitaristici e neppure da un’impostazione atemporale di tipo metafisico-giusnaturalista, bensì a partire da un appello da parte di un’alterità genuinamente connessa al futuro. […]

Come sottolinea l’autore nel prosieguo dell’introduzione, questo suo “contributo intende collocarsi nella posizione intermedia che separa uno studio di carattere introduttivo da un’indagine teorica vera e propria che si inserisce nel dibattito con una linea argomentativa chiara e rigorosa”, fornendo al lettore non “semplicemente un passaggio in rassegna delle maggiori teorie al riguardo”, ma orientandolo “a partire da una prospettiva ermeneutica ben precisa” e riuscendosi benissimo. Il libro infatti costituisce un ottimo punto di partenza per poi approfondire tutti i vari aspetti filosofici e teorici collegati alla giustizia intergenerazionale.


Voglio che le cariche importanti,
dove si decide per il mondo
vengano assegnate solo a donne
madri di figli.
Sarei così curioso di vedere
se all’interno delle loro decisioni
riuscirebbero a scordarsi il loro futuro.
E il tetto delle nostre aspettative,
è così basso che si potrebbe anche toccare.
La vita media di una prospettiva è una campagna elettorale.
Ambiente non è solo un’atmosfera,
una rogna nelle mani di chi resta,
e il sasso su cui poggia il nostro culo
è il padrone della festa. (…)
(Il padrone della festa di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri)

Il tradimento continuo

Come già evidenziato da diversi studi e ricerche tra cui: Generazioni disuguali, Il Divario generazionale tra conflitti e solidarietà, e Generazioni a confronto, in questi ultimi anni le disuguaglianze intergenerazionali sono andate aumentando nell’indifferenza più o meno totale della classe politica.
Il divario economico tra vecchi e giovani si allarga sempre più ed sempre più difficile, per i giovani italiani, trovare stabilità e accedere a quelle sicurezze lavorative e abitative che hanno sostenuto le generazioni precedenti e che permettono di fare figli.

Di seguito pubblico l’articolo Così Matteo ha rottamato i millennials di Samuele Cafasso del 7.07.2017 via Pagina99.

Sapete perché i millennials non votano il Pd? Perché non gli conviene. A chi ha meno di 35 anni non interessa molto il salvataggio delle banche venete o l’abolizione delle tasse sulla casa, perché una casa non ce l’ha e risparmi in bond nemmeno. Eppure il governo ha speso molti soldi per questo. Ha investito anche contro la disoccupazione giovanile e la lotta alla povertà, ma non abbastanza da invertire una consolidata tendenza alla crescita del divario tra vecchi e giovani.

L’analisi del voto con il portafogli – andando cioè a vedere concretamente i beneficiari dei singoli provvedimenti adottati dal governo – è pratica poco frequentata in Italia, ma sul tema delle fasce d’età spiega molto.

«Nel primo anno e mezzo di governo Renzi», sostiene l’economista Massimo Baldini, «c’è stato su diversi fronti uno sforzo concreto, con misure pensate per tutti ma che potevano avvantaggiare i giovani: dagli sgravi sul lavoro (Ires e Irap) agli 80 euro. Poi però c’è stato un cambio di rotta, prima con l’abolizione della tassa sulla prima casa e soprattutto con la manovra del 2016 che rispondeva al pressing dei sindacati in tema di pensioni».

I veri rottamati di questi anni sono i millennials. Su lavoro, welfare, politiche per la casa, liberalizzazioni, banche e risparmio il governo Renzi prima e quello Gentiloni dopo hanno finito per favorire i più anziani, che sono poi la loro base elettorale.

Si potrebbe obiettare che non sarebbe diverso con altre maggioranze, osservazione corretta per motivi anagrafici. Nel nostro Paese i potenziali elettori sotto i 35 anni sono 11 milioni e 113 mila, meno di quelli sopra i 65 anni: 12 milioni e 643 mila. Molto meno, soprattutto, di quanti si trovano nella fascia tra i 35 e i 65 anni: 26 milioni e 275 mila. La classe 1965 (che oggi ha 52 anni) è composta da oltre un milione di persone. La classe 1998 – i 18enni – 575 mila, quasi la metà.

Lavoro? Per gli over 35

Jobs Act e decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato sono state le due grandi armi scelte dal governo Renzi per favorire la stabilizzazione dei più giovani. Ha funzionato? No, tant’è che adesso si parla di nuove misure per le fasce d’età più basse.

I dati Inps ci dicono che nel 2015, grazie alla decontribuzione offerta dal governo per tre anni, le assunzioni a tempo indeterminato sono balzate a 2,02 milioni (erano 1,3 milioni nel 2013), contro 3,4 a termine (erano 3,19). L’anno dopo, però, con la riduzione della quota di decontribuzione, i tempi indeterminati sono crollati a 1,26 milioni, contro 3,73 milioni di assunzioni a termine e 237 mila apprendistati. Rispetto al 2013 la situazione è peggiorata: i tempi determinati sono più numerosi e alla fine si approda a un contratto meno tutelato. Questo per effetto del decreto Poletti del 2014 che, smentendo la ratio della riforma che prevedeva un contratto unico, rende possibile il contratto a tempo determinato con un massimo di cinque rinnovi in tre anni.

Andiamo ora a vedere chi ha usufruito della decontribuzione che ha fatto esplodere in Italia la spesa per gli incentivi al lavoro: 5,1 miliardi nel 2015, 8,4 nel 2016, 10,4 preventivati nel 2017 (dati centro studi Uil). Nel 2015 gli incentivi all’occupazione a tempo indeterminato hanno riguardato 668 mila lavoratori sopra i 30, 265 mila sotto i 30. Nel 2016 siamo a 284 mila contro 129 mila. In entrambi i casi agli under 30 sono andati meno di un terzo degli aiuti.

Gugliemo Loy, Uil: «A parte Garanzia giovani (programma europeo, ndr) che ha fatto molto movimento e relativa sostanza, tutti gli altri interventi sono o esplicitamente per gli anziani, come l’Ape, o intergenerazionali. Ma quando si trattava di assumere, le imprese hanno optato prevalentemente per chi ha più esperienza: una misura universale quale la decontribuzione ha così favorito gli over 30. Servirebbero invece interventi selettivi». Il governo ha annunciato di voler introdurre una “dote contributiva” di tre anni per ogni ragazzo e ragazza sotto i 35 anni che si affaccia sul mercato del lavoro. Costo stimato: un miliardo. Cifre basse rispetto a quanto speso finora, ma consentirebbero ai più giovani di usufruire di un reale vantaggio competitivo.

Poco welfare per i giovani

A fine 2014 veniva nominato presidente dell’Inps l’economista Tito Boeri, sostenitore del contratto a tutele crescenti e della necessità di un riequilibrio del welfare a favore dei giovani. Un’ottima notizia per i millennials, non fosse che da allora il presidente dell’Inps e il governo hanno ingaggiato una costante battaglia che è specchio della contraddittorietà delle politiche di welfare degli ultimi anni. Il governo Renzi ha esordito con gli 80 euro a favore dei redditi più bassi (valgono 9,5 miliardi l’anno): nel primo anno i beneficiari sono stati per il 37,5% gli under 35 e per una misura analoga quelli tra 35 e 44 anni. Ma la misura era tagliata sui lavoratori dipendenti, categoria da cui molti giovani sono esclusi. A favore del governo Renzi va l’introduzione della Naspi, indennità di disoccupazione che ha allargato la rete protettiva prima molto ridotta, mentre con il governo Gentiloni è arrivato il reddito di inclusione (due miliardi l’anno), sostegno contro la povertà che nella sua universalità favorisce i giovani fino a oggi esclusi da ogni protezione.

Ma il lavoro di riequilibrio del welfare si è bloccato a pochi mesi dal referendum costituzionale, quando il governo ha approvato una sventagliata di misure per gli anziani che, forse, non sono estranee alla decisione del sindacato pensionati, unico caso dentro la Cgil, di fare campagna per il sì.

L’aumento delle pensioni più basse (quattordicesima e altre misure) è stato giustificato come una misura per la lotta alla povertà, problema reale ma che va affrontato su tutte le fasce d’età (vedi grafico in pagina). È stata poi introdotto la Ape sociale e per i lavoratori precoci, che permette di mitigare gli effetti più duri dell’aumento dell’età pensionabile dovuti alla riforma Fornero per i nati tra il 1951 e il 1953. Si è detto che è anche un modo di “liberare” posti di lavoro per i più giovani. Possibile. Tuttavia, il risultato è quello denunciato dal presidente dell’Inps Tito Boeri con le tabelle riprodotte qui in pagina: il welfare italiano, anche escludendo le pensioni previdenziali, è un welfare che stanzia il 9% delle risorse per chi ha meno di 30 anni, percentuale che sale al 26% per chi ne ha meno di 40. Tutto il resto va ai più anziani mentre la sostenibilità del sistema pensionistico è tutta da dimostrare nel lungo periodo. In questo quadro, l’assegno da 500 euro per i nuovi diciottenni e il bonus bebè da 800 euro sono derubricabili come misure una tantum un po’ populiste, ma che costano poco (insieme, circa 650 mila euro l’anno).

Chi paga le tasse sulle case?

In Italia oltre sette persone su dieci possiedono la casa in cui abitano. Ovvio, così, che l’abolizione totale della tassa sulla prima casa annunciata nell’estate del 2015 sia particolarmente popolare. «Con me il Pd non è più il partito delle tasse», ha rivendicato Renzi, ingaggiando una strenua battaglia contro «gli euroburocrati» che gli chiedevano di usare altrimenti le risorse, ad esempio per ridurre il costo del lavoro. Stiamo parlando di molti soldi: tra i 3 e i 4 miliardi di euro l’anno. Chi ne beneficia? L’ultima indagine del 2015 di Banca d’Italia dice che sono proprietarie di casa il 75,6% delle famiglie il cui capofamiglia ha più di 64 anni, e poi, a scendere, il 44,7% di chi ne ha meno di 34. Attenzione, però: stiamo parlando di chi è riuscito a uscire di casa e farsi una famiglia, che nel caso degli under 30 sono solo tre persone su dieci. Altro dato interessante: l’Italia è uno dei Paesi dove l’affitto costa di più: è pari al 31,9% del reddito medio contro una media Ue del 27%. Di intervenire su questo, però, si è parlato pochissimo. Di aiuti agli studenti fuori sede non si parla. (…)

Anziani, banche e patrimoni

In Europa l’Italia si contraddistingue per avere patrimoni privati alti (170 mila euro di media per singolo componente di nucleo familiare, dati Credit Suisse), un enorme debito pubblico (sopra il 130% del Pil) e redditi bassi. Questo è già di base una condizione molto sfavorevole ai più giovani, essendo i patrimoni privati naturalmente concentrati sulle fasce di popolazione più anziana mentre il debito pubblico è spalmato su tutti. Secondo l’ultima indagine Bankitalia, circa il 20% del patrimonio privato è in mano agli under 40, tutto il resto è dei più anziani.

Il governo Renzi, appena nominato, ha alzato la tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 26% diminuendo contemporaneamente le tasse sul lavoro: in quel caso furono avvantaggiati i più giovani. Sui titoli di Stato, però, rimane la tassazione privilegiata al 12,5%. Ma è soprattutto con i salvataggi bancari – Mps, istituti toscani prima e veneti dopo – che il governo ha preso misure esplicitamente rivolte a chi aveva depositi e bond subordinati, utilizzando soldi di tutta la collettività. Escludendo le garanzie statali, lo Stato ha sborsato circa 5 miliardi per le banche venete, 6,6 per Mps, un centinaio di milioni per “coprire” alcune categorie di risparmiatori delle banche toscane. Sono soldi che in parte potrebbero rientrare, a cui però vanno aggiunte 20 miliardi di euro di garanzie sui crediti. Una spesa notevole che, pur deliberata in un momento emergenziale, è rivolta comunque a categorie mediamente più anziane (e benestanti) della media.

[Renxit: perché (non) votare PD (per ora) di Alberto Bagnai del 18.06.2016]

Spunti per un nuovo patto generazionale ve ne sono in giro? Boh.

Millennial Manifesto

Di seguito riporto The Manifesto tratto dalla parte finale del libro di Scott Beale con Abeer B. Abdalla Millennial Manifesto.

Risultati immagini per millennial manifesto scott beale

THE MANIFESTO*

We are America’s future. We are a generation ready to take on the world. We believe our parents have failed to take into account the future or our values in today’s politics.

  • We believe in individual responsability; and as individuals we must be able to work with others for a common good.
  • We believe that community service is an important form of youth activism, but that politics, business, and faith are still necessary to improve our country.
  • We believe that every being is affected when the environment is polluted. We demand greater responsability from corporations, communities, the government, and individuals for addressing environmental problems. Environmental protection should neither be a hobby of the wealthy nor a burden of the poor; it is a global problem that we all must address.
  • Respect for human rights for all people is essential to the strength of any society, including a global one.
  • We are a generation tha sees the positive potential of internationalism – the exchange of people cultures, and economic ties that bind countries.
  • We also see the potential pitfalls of globalization if supranational companies, governments and organizations are not held accountable for maintening environmental protection, upholding labor standards, or addressing local needs.
  • Our generation has strong faith and religion is important to us. This spiritual base is at the root of much of our activism. We believe the war on drugs, the war war on crime, and current gun policies need to be re-examined and modified with new voice.
  • During our lifetimes, crime has dropped and yet the prison industrial complex has grown.
  • We demand urgent action address growing inequality. The psychological, physical, and political implications of economic inequality are not given their due attention.
  • Our most important political priority is education. As the sum total of all school age children in America, we see how some schools are failing and the cost of heigher education is rising. Education must be locally administered but federally supported.
  • We believe that racism and discrimination still exist in our country and must be ended before they tear apart the unity of our nation. Our generation will end racism.
  • Voting is important to us. Many in our generation are fighting to lower voting age. In fact, there is a new civil rights movement in our generation for youth rights. We do not believe that is acceptable to discriminate against people for any reason, including age.
  • We also value human life. A majority of us think both the death penalty and abortion should be legal and more rare.
  • We believe in liberty. The government has an important, but limited, role to play in society.
  • We are concerned about terrorism and the expanding wars overseas. The defense of our country is paramount to us, but so too are the values that make our country great. We are not a monolithic block, but we all agree that there are many things wrong with this world and we all have a responsability to stand un and fight for a better tomorrow.

*Quotes from this document come from the 2001 Century Institute’s Sagner Fellows as well as official youth statements of dozens of non-partisan conferences.

Le giovani generazioni nei programmi elettorali

Risultati immagini per partiti elezioni 2018

Di seguito l’articolo Elezioni politiche 2018. Le giovani generazioni nei programmi elettorali di Alessandro Rosina via Neodemos del 23.02.2018.

L’Italia è un paese strano (ma questo potrebbe non essere di per sé un problema) e confuso (questa invece è una colpa grave in un mondo complesso e in corsa accelerata), è quindi bene iniziare con qualche dato di chiarezza.
Gli over 65 sono la componente che di meno ha visto crescere il proprio rischio di povertà negli anni di crisi. La fascia 55-64 è quella che ha visto aumentare maggiormente il proprio tasso di occupazione (anche come conseguenza dello spostamento in avanti dell’età alla pensione. La classe 35-54 è quella con divario minore di occupazione rispetto alla media europea (sul lato maschile la differenza è sotto i 5 punti percentuali). I giovani-adulti (25-34 anni) si trovano invece con il tasso di occupazione più basso in Europa (nel terzo trimestre 2017, ultimo dato disponibile, in età 25-29 risulta pari al 55,3%, contro 58,1% della Grecia e 75% Ue-27). Il rischio di povertà assoluta negli ultimi anni è diventato sempre più inversamente legato all’età, toccando i valori più alti nelle famiglie con persona di riferimento under 35. Anche i livelli di retribuzione hanno visto un peggioramento a svantaggio dei più giovani. I dati dell’ultimo rapporto AdEPP (Associazione Enti Previdenziali Privati) mostrano come nel 2016 un libero professionista di 35 anni abbia guadagnato in media circa 20 mila euro, contro i 48 mila di un 55enne.
Si può quindi promettere pensioni più generose agli anziani e più risorse per i rischi di disoccupazione dei lavoratori maturi. Difficile però non riconoscere che l’anomalia principale del nostro Paese è la condizione delle nuove generazioni, ovvero degli attuali under 35.

I contenuti dei programmi elettorali

Considerato lo spazio limitato qui tratteremo solo i programmi elettorali dei principali partiti rispetto al tema considerato in assoluto più importante, quello del lavoro, con a monte la formazione di adeguato capitale umano e a valle una sua valorizzazione, in termini di opportunità e di retribuzioni (in grado di rendere accessibile l’autonomia dalla famiglia di origine e la formazione di una propria famiglia). Per motivi di spazio vengono inoltre solo indicate proposte intese come positive per i giovani, ma va tenuto presente che nei programmi elettorali sono contenute anche proposte rivolte ad altre categorie che possono avere ricadute negative in termini di vincoli e costi sulle nuove generazioni.

Forza Italia

Nei dieci capitoli in cui si articola il programma disponibile sul sito di Forza Italia, quelli qui di specifico interesse sono l’8 (“Più qualità nella scuola, nell’università e nella sanità pubblica”) e il 10 (“Più tecnologie, cultura e turismo. Tutela dell’ambiente, efficientamento energetico”). Sono indicate voci come “abolizione delle storture della legge sulla Buona scuola”, “Centralità del rapporto docente-studente”, “sostegno all’aggiornamento e meritocrazia”, “azzeramento progressivo del precariato”, “rilancio dell’Università italiana”. Nel capitolo 10 si trova anche il “Sostegno alle start-up innovative attraverso la semplificazione del crowdfunding”. Integra il programma la proposta, lanciata tramite interviste da Silvio Berlusconi, di incentivi fiscali per l’assunzione di giovani. Nell’”Impegno con gli italiani” sottoscritto il 14 febbraio negli studi di “Porta a porta” vengono toccati specificamente i temi del lavoro, ma con un’interpretazione non corretta degli indicatori che riguardano i giovani (come mostrato qui) e con obiettivi da raggiungere limitati al tasso di disoccupazione generale (da riportare sotto la media europea).

Fratelli d’Italia

Il partito guidato da Giorgia Meloni presenta un elenco di proposte all’interno di un documento dal titolo “Le sfide per l’Italia”. La sfida 8 si occupa di “Un futuro di lavoro” e prevede: la riduzione del cuneo fiscale nei primi anni di assunzione; valorizzazione dell’artigianato di qualità; azioni di rafforzamento su apprendistato, su politiche attive e collegamento tra scuola e lavoro, su orientamento al lavoro ed educazione all’imprenditorialità (in tutti gli istituti secondari). Il tema della formazione e dell’avvicinamento tra scuola e lavoro torna anche nella sfida 12 (“L’Italia tra cultura e turismo”) e nella sfida 13 (“Costruire il futuro partendo da scuola e università”) dove si parla anche del sostegno alla mobilità europea degli studenti e dell’istituzione di un prestito d’onore. Nella sfida 14 (“La rete e la rivoluzione digitale: una grande opportunità”) si prevede, tra l’altro, il sostegno alle imprese che operano “nel comparto della internet economy” e la promozione di progetti sullo sviluppo della digitalizzazione delle piccole e medie imprese.

Lega

Il “Programma di Governo – Salvini premier, la rivoluzione del buon senso” presenta un capitolo dedicato al lavoro dove si trova: l’introduzione del salario minimo, aumenti attraverso incentivi su base meritocratica, rafforzamento dell’alternanza scuola-lavoro, creazione di una figura di tutor per “monitorare e coordinare le azioni di ricollocamento per chi usufruisce dell’indennità di disoccupazione”, risposta alle sfide di Industria 4.0 attraverso strumenti di qualificazione dei lavoratori e formazione di adeguate competenze. Particolarmente sviluppata è la proposta sul sostegno alle startup e all’imprenditoria giovanile, all’interno della quale si propone “un investimento minimo di alcuni punti percentuali (in uno spettro compreso tra il 3% e il 5%) in questo settore per i Piani Individuali di Risparmio (PIR) e per i fondi pensione italiani”, ma anche “decontribuzioni di almeno il 50% sul costo del lavoro per le assunzioni fatte da startup innovative su un orizzonte di 5 anni”.
Il capitolo “Istruzione” propone un ripensamento dei cicli scolastici (con accorpamento tra elementari e medie). Riguardo alla scuola superiore viene affermato che “possedere, una volta maggiorenne, gli strumenti professionali per interagire con il mondo del lavoro deve tornare
a essere la norma, non l’eccezione”. Passando all’Università, l’obiettivo è far lievitare i finanziamenti per la ricerca, contrastando la “migrazione di cervelli”, e aumentare il reclutamento (non precario) di ricercatori. Sulle tasse universitarie si propone una riduzione a fronte di una restituzione nel caso si trovi lavoro entro un anno dalla laurea grazie al “job placement” dell’Università.

MoVimento 5 Stelle

Il M5S enuncia 20 punti “per la qualità della vita degli italiani”. Relativamente ai temi qui di interesse le proposte principali sono le seguenti. Smart Nation: investimenti ad alto moltiplicatore occupazionale (per creare nuove opportunità di lavoro e nuove professioni) e investimenti in nuova tecnologia (internet delle cose, auto elettriche, digitalizzazione PA). Istituzione di un Reddito di cittadinanza, che può non avere natura passiva solo se legato a riforma dei Centri per l’impiego (vengono indicati 2 miliardi di euro per far incontrare meglio domanda e offerta di lavoro, garantendo riqualificazione a chi perde l’occupazione). Creazione di una “Banca pubblica per gli investimenti” a favore di piccole imprese, agricoltori e famiglie. Green economy: “200mila posti di lavoro da economia del riciclo rifiuti” e “17mila nuovi posti di lavoro per ogni miliardo di euro investito nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica”. Rafforzamento spesa pubblica per l’istruzione scolastica. Italia.it: piattaforma e-commerce per i prodotti made in Italy nel mondo. Investimenti produttivi: 50 miliardi in settori strategici (innovazione, energie rinnovabili, manutenzione del territorio, contrasto al dissesto idrogeologico, adeguamento sismico, banda ultra larga, mobilità elettrica). Staffetta generazionale per favorire il passaggio di competenze nelle aziende tra lavoratori maturi uscenti e nuovi entranti.

+Europa

“Buona scuola” e “Jobs Act” vengono considerate un lascito positivo del precedente Governo ma emerge dal programma una decisa convinzione della necessitò di fare di più e meglio. In coerenza con il Piano nazionale “Industria 4.0” viene considerato strategico il rafforzamento di competenze avanzate, in particolare quelle digitali. Si punta inoltre anche al sostegno all’autoimprenditorialità e a una revisione del sistema degli ordini professionali.
All’interno delle proposte di +Europa è inoltre dedicata particolare attenzione alla ricerca scientifica e alla formazione (più investimenti in ricerca, più borse di studio per i meritevoli, più alternanza scuola-lavoro, più mobilità europea) prevedendo anche un rafforzamento della filiera degli Istituti Tecnici superiori. Si propone di potenziare le politiche attive del lavoro, mettendo meglio in relazione scuola, imprese e centri per l’impiego (questi ultimi da riformare per renderli più efficaci nel mettere in relazione domanda e offerta di lavoro). Due aspetti che connotano il programma di questa forza politica sono la costruzione di un vero mercato del lavoro europeo (“interdipendente e integrato”) e un forte impulso alla valutazione delle misure proposte per il miglioramento della transizione scuola-lavoro.

Partito democratico

Il PD è il partito che maggiormente ha assunto responsabilità di governo nella legislatura in chiusura. Il programma propone 9 settori di azione per il futuro. Nel settore “Lavoro di qualità, non assistenzialismo”, viene proposto di: ridurre il costo del lavoro e rendere più vantaggiosa l’assunzione a tempo indeterminato, introdurre un salario minimo, aumentare le tutele del lavoro autonomo, rafforzare gli istituti tecnici superiori (ITS, con obiettivo di raggiungere 100 mila studenti), riduzione delle tasse sulle imprese che creano sviluppo (in coerenza con il Piano Impresa 4.0). Viene inoltre posto come obiettivo la riduzione della disoccupazione giovanile (sotto il 20%). Nel settore “La società della conoscenza” i punti salienti sono: la riduzione della dispersione scolastica (puntando a piani educativi personalizzati), il sostegno all’apprendimento trasversale e digitale, il potenziamento dell’orientamento nel percorso scuola-lavoro, il rafforzamento delle borse per studenti meritevoli, il lancio di un piano di reclutamento di 10 mila ricercatori tipo B. Nel settore “Verso gli Stati Uniti d’Europa” si propone anche di incentivare Erasmus e Servizio civile europeo.

Liberi e Uguali

Il programma di LeU mette al primo posto istruzione e ricerca. La posizione è molto critica rispetto alla legge “Buona scuola”: l’alternanza scuola-lavoro deve tornare volontaria, va migliorata l’edilizia scolastica, va potenziato il finanziamento del sistema universitario e della ricerca pubblica. La proposta che più caratterizza questo partito è quella della “progressiva gratuità dell’accesso a partire dall’abolizione delle tasse universitarie”.
Relativamente al lavoro si propone un Green New Deal “che apra la strada alla riconversione ecologica dell’economia” con interventi di messa in sicurezza del territorio, puntando su energie alternative e con investimenti ad alto moltiplicatore (su istruzione, sanità, trasporto pubblico, cultura, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ricerca). Viene previsto uno sblocco del turnover nella PA “assumendo giovani con le competenze di cui la Pubblica amministrazione oggi è più carente”.
Critica è anche la posizione rispetto al Jobs Act: si prevede il ripristino del’art. 18, limitando i contratti a tempo non indeterminato “esclusivamente con il ripristino della causale, che giustifichi la necessità di un’assunzione a scadenza”. Viene inoltre proposto di disciplinare “le nuove forme di lavoro, come quelle con le piattaforme, per le quali manca un inquadramento giuridico certo”. La rivoluzione 4.0 viene vista soprattutto in termini di rischi di riduzione di occupazione a cui rispondere “considerando in primo luogo il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”. C’è però un capitolo dedicato alla Rete in cui si riconoscono le potenzialità delle nuove tecnologie per una economia sostenibile e per incrementare una trasparente partecipazione democratica.

Questo e altro, in programmi elettorali che appaiono più un elenco di promesse (più o meno condivisibili in sé) che un sistema di azioni coerenti tra di loro come parte integrante di un modello di sviluppo sociale ed economico del Paese. La visione proposta non va molto al di là di un generico riconoscimento dell’impatto dell’innovazione tecnologica e dell’importanza di valorizzare la creatività e il patrimonio culturale italiano. Alcune promesse elettorali risultano troppo generiche, altre poco praticabili, altre ancora molto costose. Sono più eccezioni che la regola gli obiettivi misurabili, che rendano concreto il risultato a cui si punta e possibile una valutazione della effettiva capacità di ottenerlo. Difficilmente si trovano nei programmi impegni espliciti a ridurre: la percentuale di giovani (15-24) che non studiano e non lavorano, la percentuale di persone in età 25-29 che dipendono economicamente dai genitori, la percentuale di famiglie povere con persona di riferimento under 35. Tutti indicatori che ci vedono con valori tra i peggiori in Europa e che vorremmo (con i fatti) veder fortemente ridotti nella prossima legislatura, non solo per i giovani stessi ma soprattutto per rendere davvero solide le prospettive di crescita presente e futura del Paese.

Generazioni disuguali, una decisione politica

Generazioni disuguali, (a cura di) A. Schizzerotto, U. Trivellato e N. Sartor (2011) è uno dei migliori libri sul tema delle differenze e delle disuguaglianze tra le generazioni. Il volume esamina le variazioni delle condizioni di vita dei giovani nel volgere delle generazioni che si sono succedute nell’ultimo mezzo secolo in Italia e contiene i risultati di una ricerca, sviluppata nell’arco di un biennio, su alcuni profili delle disuguaglianze intergenerazionali, considerate in un’articolata comparazione tra la realtà italiana odierna e quella della seconda metà del secolo scorso.

Di seguito, un piccolo estratto del capitolo I giovani di oggi stanno peggio di quelli di ieri?

generazioni disuguali

[…] Si può affermare, dunque, che il peggioramento della posizione delle giovani generazioni non è stato solo un accidente legato al momento storico in cui la necessità del risanamento è emersa con urgenza, ma in buona parte il risultato della decisione politica di ricorrere a strumenti non rispettosi del criterio di equità intergenerazionale. […]

Ma perché le condizioni correnti e, ancor più, le prospettive di vita dei giovani d’oggi sono peggiorate rispetto a quelle dei loro padri quando questi ultimi avevano la loro stessa età? Pensiamo che la risposta vada ricercata nell’interazione tra effetti differenziali di coorte e di periodo. (..) Dalla metà degli anni ’90 il nostro sistema economico ha smesso di crescere, in assoluto e comparativamente ad altri paesi sviluppati. Basti segnalare che, fatto 100 il Pil pro capite a parità di poteri di acquisto dell’Ue15, quello dell’Italia è passato da oltre 104 nel 1995 a 90 nel 2010! Nell’ultimo quindicennio, poi, sono state poste in atto politiche di bilancio – in particolare, in materia pensionistica – e misure di regolazione e politiche passive del lavoro, che hanno penalizzato fortemente, in buona misura con effetti che si preannunciano duraturi, i giovani. Di conseguenza è il futuro, ancora più del presente, che si presenta con tinte grigie agli occhi dei giovani di oggi. Per loro sarà difficile sia raggiungere livelli di benessere analoghi a quelli che raggiungeranno, da adulti, i loro coetanei dei paese sviluppati dell’Ue, sia migliorare le condizioni di vita rispetto a quelle dei genitori. Quest’ultima eventualità appare preoccupante anche sotto il profilo della tenuta del tessuto sociale, perché disegna una discontinuità rispetto alle esperienze di tutte le coorti di giovani che si sono succedute nel corso dell’intero ‘900. Pur a fronte di gravi shock – i due conflitti mondiali e la crisi del 1929, esse sono infatti riuscite a innalzare il tenore e le prospettive di vita rispetto a quelli/e dei rispettivi genitori. Ed è proprio questa possibilità che, invece, sta venendo meno ai giovani italiani di oggi.
Vi può essere, per loro (e per noi), qualche speranza che queste congetture non si avverino? Sì, a quattro condizioni: che la congiuntura economica cambi velocemente di segno; che si avvii un processo di crescita sostenuto e sostenibile; che vengano poste in atto politiche redistributive eque e robuste; che capacità e competenza personali vengano riconosciute e premiate.
Guardando alla situazione del nostro pese, queste quattro condizioni paiono configurare più un libro dei sogni che una prospettiva realisticamente percorribile. Ma la storia è segnata da discontinuità, non soltanto da inezie. E dentro la “ragione” trovano spazio anche le “passioni”. Quindi, non disperiamo di essere smentiti.

Noi non ci saremo

Noi non ci saremo. Noi non ci saremo ai prossimi mondiali di calcio ed a chissà quali altri eventi della Storia. Come Italia e come italiani.

(..) E il vento d’estate che viene dal mare
intonerà un canto fra mille rovine,
fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà,
fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
E dai boschi e dal mare ritorna la vita,
e ancora la terra sarà popolata;
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà
gli spazi di sempre per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo,
ma noi non ci saremo…

Non ci saremo perché semplicemente non ci saremo.

Non ci sono più i numeri per invertire la tendenza demografica, sociale ed economica declinante dell’Italia. Andiamo verso l’estinzione. È dalla fine della prima Repubblica che l’Italia sta lentamente morendo. Piano piano si stanno vedendo i risultati di totale mancanze di politiche a medio-lungo termine. Il calcio perfetto specchio dell’Italia. Una classe dirigente nella politica e nell’economia vecchia, totalmente incapace di creare alcun valore aggiunto e maggior benessere per le generazioni a venire, anzi..
E se per il calcio probabilmente si è toccato il punto limite, purtroppo per la società italiana questo toccare il fondo ancora dovrà arrivare. E basta leggere persone intelligenti come ad esempio Bagnai o Barnard per capire la fine che faremo.

A tal proposito, oggi mi vengono in mente alcune parole di due “vecchi” che ho ammirato e che hanno fatto della ricerca e della divulgazione la loro missione di vita: Piero Angela e Tiziano Terzani.

In un’intervista ripresa da dagospia Piero Angela alla domanda di cosa auspicasse per i giovani ha affermato: «La capacità di informarsi correttamente, con strumenti affidabili. I giovani avranno davanti un futuro non facile, perché tutto cambia troppo velocemente. E poi siamo destinati a fare i conti con un mondo diverso, fatto di vecchi, immigrati e pochi bambini. Il dramma della longevità è che va di pari passo con la denatalità, con una spesa sociale per le famiglie troppo bassa».

Nel 2008 con il suo libro Perché dobbiamo fare più figli? ci metteva in guardia sul problema demografico in Italia:

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Prendete un mazzo di carte da gioco e posatelo sul tavolo. Chiedete ad un amico di “tagliare” il mazzo di dividerlo in due. Le 52 carte, una volta dimezzate, si ridurranno a 26.
Fate tagliare una seconda volta: ne rimarranno 13. Dopo un terzo taglio le carte si ridurranno a 6 o 7.
In soli tre tagli, cioè, il mazzo è passato da 52 a 6 o 7 carte.
Per le nuove generazioni italiane sta succedendo qualcosa del genere. A ogni ricambio generazionale i neonati si stanno quasi dimezzando. 
In tutti questi anni si è parlato soprattutto della sovrappopolazione nel mondo e dei rischi connessi. Ed è vero. È una grave distorsione che pagheremo cara. Ma questa esplosione demografica ha avuto luogo nelle regioni più povere del pianeta: quelle che faranno salire a oltre 9 miliardi la popolazione mondiale nel 2050.
Accanto questo squilibrio ve ne è un altro, di segno opposto, che si sta verificando nei paesi sviluppati, e in particolare l’Italia: l’eccesso di denatalità. L’Italia è fra i paesi al mondo dove nascono meno figli. E questo sta portando a conseguenze traumatiche. Perché in questo caso non si tratta più di una sana ed auspicata riduzione della popolazione (che comunque in Italia sta avvenendo), ma anche qui di una distorsione pericolosa soprattutto per la velocità con cui si verifica.

Nell’ultimo capitolo di Un altro giro di giostra Terzani dopo averci fatto girovagare per il mondo alla ricerca di sé e della miglior guarigione per il proprio cancro (che lo porterà alla morte nel 2004) ci rende partecipe di alcune considerazioni sulla fine del suo viaggio.
Sono riflessioni che possono valere per qualsiasi cosa e persona. Una vita, una famiglia, una nazione, una partita di calcio. Un altro giro, un’altra fine e un altro inizio.

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[…] Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi che si pensa di aver fatto. E il banco di prova è uno solo: la propria vita. A che serve essere stati seduti sui tallone per ore e ore a meditare se non si è con questo diventati migliori, un po’ più distaccati dalle cose del mondo, dai desideri dei sensi, dai bisogni del corpo? A che vale la pena predicare la non violenza se si continua a profittare del violento sistema dell’economia di mercato? A che serve aver riflettuto sulla vita e sulla morte se poi, dinanzi a una situazione drammatica, non si fa quel che si è detto tante volte bisognerebbe fare e si finisce invece per ricadere nel vecchio, condizionato modo di agire? […]
Un lieto fine questo?
E che cos’è lieto, in un fine? E perché tutte le storie ne debbono avere uno? E quale sarebbe un lieto fine per la storia viaggio che ho appena raccontato? “…e visse felice e contento”? Ma così finiscono le favole che sono fuori dal tempo, non le storie della vita che il tempo comunque consuma. E poi chi giudica ciò che è lieto e ciò che non lo è?
A conti fatti anche tutto il malanno di cui ho scritto è stato un bene o un male? È stato, e questo è l’importante. È stato, e con questo mi ha aiutato, perché senza quel malanno non avrei mai fatto il viaggio che ho fatto, non mi sarei mai posto le domande che, almeno per me, contavano.
Questa non è un’apologia del male o della sofferenza – e a me ne è toccata ancora poca. È un invito a guardare il mondo da un diverso punto di vista e a non pensare solo in termini di ciò che ci piace o meno.
E poi: se la vita fosse tutto un letto di rose sarebbe una benedizione o una condanna? Forse una condanna, perché se uno vive senza mai chiedersi perché vive, spreca una grande occasione. E solo il dolore spinge a porsi
la domanda.
Nascere uomini, con tutto quel che comporta, è forse un privilegio. Secondo i Purana, le antiche storie popolari indiane, persino le creature celesti a cui tutto era dato e che conoscevano solo il bello, il bene, la gioia, dovevano a un certo punto nascere uomini, appunto perché anche loro potessero scoprire il contrario di tutto questo e capire il significato della vita. E la prova non può essere che su sé stessi. Bisogna personalmente fare l’esperienza per capire. Altrimenti si resta solo alle parole che di per sé non hanno alcun valore, non fanno né bene né male. 
[…]


28.11.2017 Quei centomila italiani mai nati negli anni della crisi economica

22.11.2017 Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?

Una generazione “a galla”

Dall’Australia, un nuovo report uscito nel mese di settembre ci racconta come anche lì i giovani non se la passino proprio bene: il tradizionale percorso verso l’età adulta sembra non esistere più e farsi una carriera, comprarsi una casa, sposarsi e poi finalmente “sistemarsi” per molti non sembrano più essere degli obiettivi realistici.

#stefanobosso ph., West-Flanders skies and fields and feet, 2016

#stefanobosso ph., West-Flanders skies and fields and feet, 2016


Il report in questione è Gen Y on Gen Y , (parte del programma Life Patterns program, dell’Università di Melbourne) che ha tracciato la vita di circa 515 membri della Generazione Y, ora dell’età di 28-29, da quando erano undicenni (nel 2005). In questo report viene documentata la transizione di questi giovani verso l’età adulta grazie a delle interviste in focus group, nelle quali sono state poste una serie di domande su svariati temi tra cui: l’educazione e il lavoro, le loro relazioni, il loro benessere, le loro speranze, i loro piani per il futuro, le strategie da intraprendere per migliorare la propria vita. 

Quello che emerge è la storia di una generazione stretched and stressed” che cerca in qualche modo di rimanere a galla. Una generazione che, nello sforzo di assicurarsi delle entrate per lo più modeste, si possa permettere un minimo di sicurezza lavorativa ed abitativa, un equilibrio tra lavoro e vita privata, delle relazioni sociali positive e una salute mentale e fisica.

Lì, come da noi, il problema più grande è determinato dalla precarietà lavorativa, fatta di contratti a termine e di lavori ad intermittenza. Questa precarietà, sempre più esistenziale e cronica, sta erodendo la capacità di un’intera generazione di “andare oltre” con la propria vita e di entrare definitivamente nella fase adulta, con possibilità di progetti di vita a medio-lungo termine. Al momento infatti, preoccupazioni e stress maggiori sono causati dal trovare case a prezzi abbordabili e dal ripagare i debiti fatti durante gli anni di studio

Come ci dice il report, la generazione Y sta focalizzando le proprie energie su strategie volte alla gestione del cambiamento degli obiettivi di vita. C’è un emergente consapevolezza che il futuro (seppur modesto) da loro immaginato si stia “allontanando nel tempo” e che non sia più alla loro portata. Obiettivi base – avere un lavoro sicuro che permetta di guadagnare il necessario per vivere una vita dignitosa, comprare una casa e impegnarsi in una relazione stabili – e che erano dati per scontati per le precedenti generazioni oggi sembrano più difficili da raggiungere. Non si parla neanche più di mutuo o pensione futura, ma di sopravvivenza base. Ad esempio, uno degli intervistati dice: I’ve only just started full-time work again this year . . . I have no aspiration to really get a house any time soon, because I know that it’s so unattainable at this point.” Un altro dice: “I feel like a lot of us – looking at my friends and stuff – and even my brothers and sisters, we’re all sort of the same age – but all of us are just kind of – we’re just staying afloat.

L’effetto cumulativo di queste condizioni ha fatto sì che la generazione Y abbia perso un percorso di vita sicuro e che sia in balia di forze economiche sulle quali nessuno ha più controllo.
Nonostante questa generazione abbia fatto tutte le cose “giuste” (investire nell’educazione ed essere umili e flessibili riguardo le condizioni lavorative), è stata schiacciata dalle riforme lavorative, dalle politiche abitative e dai processi globali che ne hanno minato la valenza e la legittimità per andare avanti.

Per molti, quindi “rimanere a galla” è diventato il più ragionevole degli obiettivi di vita.

Similmente a quella italiana, questa generazione di giovani australiani vive con un senso pervasivo di stress e pressioni, per far fronte all’imprevedibilità futura delle entrate economiche personali, e per cercare di mantenere quanto più possibile gli standard di vita che la generazione dei genitori aveva raggiunto e i cui figli avevano beneficiato.
Rimane un forte senso di disgiunzione tra le “promesse” di gratificazioni che sarebbero dovute venire dopo gli investimenti negli studi e l’effettiva realtà lavorativa. 
Fondamentale risulta il supporto, i consigli e le conferme dati da famiglia, partner ed amici per limitare quanto più lo stress e per affrontare i momenti più difficili.

Una buona sintesi del report è data nell’articolo A generation dislodged: why things are tough for Gen Y  di J. Wyn e H. Cahill dell’Università di Melbourne.

Una generazione di cercatori? Con quali speranze?

Risultati immagini per donati colozzi giovani e generazioniEsattamente 20 anni fa (1997) usciva il libro Giovani e generazioni a cura di Pierpaolo Donati e Ivo Colozzi. Come sostenevano gli autori nell’introduzione, “a partire dagli ’60, il tema dei giovani è senza dubbio cresciuto di importanza e non cessa di interrogare la nostra società”. La novità di questo libro è stata quella di sopperire alla mancanza “di un’analisi della condizione giovanile nel contesto delle generazioni compresenti”. I giovani infatti “non sono quasi mai definiti “relazionalmente”, ossia in quanto vengano osservati e compresi per il modo in cui essi si rapportano alle altre generazioni (più grandi e più piccole) temporalmente compresenti. (..) I giovani sono un pianeta di generazioni con-fusive tra loro, con confini sempre più labili e aperti verso le generazioni più adulte. Nello stesso tempo, essi sono distinguibili in gruppi molto eterogenei, che si costituiscono sulla base di fattori socioculturali discriminanti. Tra questi fattori quello più importante è senza dubbio il fattore religioso. Per dirla in breve: quanto più forte è il senso della religiositià nei giovani, tanto più c’è per essi speranza e futuro (..).” 

Le analisi della ricerca toccano i vari aspetti del mondo giovanile di allora: le dinamiche di socializzazione familiare, il coinvolgimento nelle reti primarie e secondarie di vita, le esperienze scolastiche e i problemi di inserimento nel mondo del lavoro, i loro valori e dinamiche culturali, la religiosità dei giovani, per finire su come i giovani usino i tempi di vita quotidiana e definiscano i loro progetti per il futuro. L’obiettivo generale dell’indagine è quello di comprendere quali percorsi di vita conducano i giovani a sentirsi più o meno “generazione”, nel duplice senso di sentirsi generati e sentirsi capaci di generare il loro futuro.

Sebbene siano passati tutti questi anni e quindi i dati e le statistiche possano essere cambiate, il libro offre ancora diverse interessanti riflessioni sulla condizione ed il tempo giovanile, nonché sul significato di essere e sentirsi “generazione”. Di seguito riporto il paragrafo conclusivo del libro “Una generazione di cercatori? Con quali speranze?” che a tutt’oggi aspetta risposte.

5.1 All’inizio ci eravamo posti alcuni interrogativi ai quali, per terminare, vorremmo rispondere molto sinteticamente.
Come vivono i giovani il loro tempo, sia quello quotidiano sia quello della propria epoca storica? Perché è venuta meno la memoria storica? Perché manca la progettualità? Come si vivono i gioani in quanto generazione storica?
In linea generale, abbiamo visto come i giovani non percepiscano più il tempo così come lo sentivano le generazioni più anziane, ossia come un’esigenza di sacrificio e progetto, Già i loro genitori hanno perso molto di quel significato, tramandato fino a loro dalla religione come un tempo di prova e di messa a frutto dei talenti di ciascuno. Era, quella, la concezione del tempo come un’opportunità data per “vivere bene” (“tempus breve est”), nel senso di “metterlo a frutto” nella speranza di una salvezza ultraterrena. La memoria storica è stata dispersa e quasi annullata dalle dinamiche di una società della pura comunicazione che si regge sulle immagini del presente. La famiglia fa molta fatica a ri-rappresentare le memorie del passato. Le ha consegnate alla scuola, la quale si trova ora in grandi difficoltà a far fronte a questo compito. La progettualità giovanile manca semplicemente perché non è più richiesta da questo tipo di società, e in concreto da questo mondo adulto, s’intende così come lo percepiscono i giovani. È logico, quindi, che i giovani tendano a viversi come una generazione priva di dimensione storica, o la cui storia sarà fatta da un futuro che essi sentono di non potere né prevedere né tanto meno progettare. Se il futuro non può nemmeno cominciare, come dice Luhmann [1984, trad. it. 1990] che senso ha crescere? Perché un giovane dovrebbe crescere? Evidentemente, crescere ha senso dove ci sono delle scelte da fare, per quanto le scelte possano essere accettate o respinte.
Il malessere giovanile sta precisamente qui. Ma non tutti i giovani, come abbiamo visto, ne restano preda. Per ora, la maggior parte di essi riesce ancora a sfuggire alle contraddizioni e ai rischi lacerante in cui sono immersi. Buona parte dei giovani vive il tempo con volontà autonoma e capacità di scelta (gli “impegnati”, pari al 28,1%), altri vivono il tempo come conformità ai programmi del loro ambiente sociale (i “programmati”, pari al 30,6%) alcuni sono già entrati in un tempo vincolato da ruoli istituzionali di famiglia e di lavoro (gli “strutturati istituzionali”, pari al 20,8%), e altri ancora hanno totamlente perso una nozione e un uso valoriale del tempo (i “destrutturati”, pari al 20,6).
Ma fino a quando la maggior parte dei giovani riuscirà a vivere il proprio tempo (il tempo sociale dell’esistenza quotidiana) come significativo e progettuale? La modesta risposta che ci sentiamo di dare è: fino a quando riuscirà a persistere e rigenerarsi il senso della generazionalità, così come lo abbiamo definito in questa ricerca.

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