I giovani e l’idea di umanità

Di seguito un estratto del paragrafo I giovani e l’idea di umanità del libro La rivoluzione giovanile di Salvatore Valitutti.

Risultati immagini per valitutti la rivoluzione giovanile

Uno stimolo alle iniziative intese a salvaguardare e a sviluppare le energie della gioventù è dato dall’ideale di umanità, così com’esso è sentito e concepito in una certa fase storica della vita spirituale dell’Europa.
L’educazione classica ha sempre avuto il fine di formare l’uomo, di svolgere in lui e renderli al massimo operanti i poteri creativi dell’humanitas. Ma l’umanità che costituisce l’ideale dell’educazione classica ha il suo sviluppo storico; è una forma inscindibile dal suo contenuto che è necessariamente storico. Affinché tale forma si realizzi è necessario che l’educazione sia storica. E’ impossibile formare l’uomo, secondo l’ideale dell’educazione classica, al di fuori del rapporto diretto con le più pure creazioni dello spirito nel suo svolgimento storico. Quel che invece caratterizza l’idea dell’umanità, quale si diffonde ed opera in un certo momento della vita europea è che essa colloca tutta l’umanità nell’avvenire. Nel passato non ci sono che manifestazioni imperfette e parziali, il valore delle quali non consiste che nel testimoniare, da una parte, che il progresso dell’umanità è possibile e, dall’altra che per renderlo regolare  e continuo basta eliminare le cause che finora lo hanno ostacolato e ritardato.
La nuova idea dell’umanità è strettamente congiunta a quella del progresso. Come ci può essere una vera umanità, così ci può essere un vero progresso, ossia un progresso rapido e continuo. Solo l’umanità pura è capace di questo progresso. Non ha importanza se la nuova umanità sia vista apparire, come la vede Rouseeau, all’alba della vita. Quel che conta è che essa sia posta fuori dagli erramenti della storia. Che l’avvenire in cui trionferà la vera umanità sia o non sia collegato ad un passato preistorico è del tutto secondario. Ciò che ha valore è che gli sforzi intesi ad aprirle la strada siano orientati verso l’avvenire.
Questa idea ha una grande efficacia operativa specie, se non soprattutto, nel campo dell’educazione. Essa non ha questa efficacia in un momento in cui è necessario fare il massimo sforzo per distruggere vecchi ma tenaci istituzioni ed usi inveterati.

I fanciulli e i giovani appaiono ai novatori come coloro che hanno ancora integre in se stessi le forze della pura umanità. Da ciò la grande importanza che ha l’educazione nel loro pensiero e nella loro azione. L’educazione deve salvare e sviluppare le forze che sono nella gioventù. Tutto il male è negli adulti, tutto il bene è nascosto nella vita dei giovani. La scuola dei giovani è, come dirà più tardi Fichte, l’isola dell’avvenire nel mondo presente. Bisogna far sì che nulla menomi e tutto salvaguardi ed accresca l’intima fertilità di quest’isola.

Anche Immanuel Kant si fa assertore dell’educazione come mezzo per la formazione della pura e piena umanità. Nel suo pensiero educativo non c’è solo questo motivo; ce ne sono altri che lo contengono e lo smentiscono. È sua per esempio, l’idea rigoristica della disciplina per mezzo della quale la rozza volontà si umanizza. Egli colloca tuttavia la speranza e la previsione della natura umana. “Forse l’educazione – egli dice – migliorerà, ed ogni generazione farà un passo innanzi verso il perfezionamento dell’umanità, poiché il gran segreto della perfezione umana è nell’educazione stessa… È meraviglioso pensare che la natura umana possa divenire sempre più progredita grazie all’educazione e che si possa elevare quest’ultima al progresso dell’umanità. Ciò ci dà la prospettiva di una futura felicità della specie umana”.

Egli perciò che i fanciulli non siano educati conformemente alle esigenze dello stato presente ma “per uno stato migliore possibile nell’avvenire secondo l’idea dell’umanità e della sua destinazione” . Ma chi può farsi organo dell’idea di educazione secondo l’idea dell’umanità, considerato che una generazione non può essere educata che da un altra generazione? Come la generazione educatrice potrebbe sottrarsi ai limiti della sua condizione storica? Kant aveva già notato che solo se un essere superiore si prendesse cura di noi, noi vedremmo tutto quello che l’uomo potrebbe diventare. Ma egli non si scoraggia. Constatato che, in generale, in genitori allevano i figli solo in modo che si trovino bene nel loro tempo, sia pur questo corrotto, e che gli Stati considerano i sudditi come strumenti per i loro intenti, e che perciò né gli uni, né gli altri hanno per fine per fine ultimo il bene universale e la perfezione a cui l’umanità è destinata e per cui ha disposizione, nota che il disegno di un piano educativo deve diventare necessariamente cosmopolita e che di esso non possono prendere iniziativa che i privati, le persone pù assennate e competenti. “Ogni cultura – egli dice – comincia dai privati e da questi si diffonde. La natura umana può avvicinarsi alla sua meta unicamente in virtù dello zelo di persone dotate di generosi sentimenti da interessarsi al bene sociale e assurgere alla concezione di uno Stato migliore, possibile in avvenire”. […]

Qualcosa si muove?

Non lo so se qualcosa si muove verso quanto meno un riconoscimento formale, ma meglio di niente.

Lo scorso primo aprile la Camera dei Deputati ha votato una mozione che, tra le varie cose, impegna il Governo:
– a dare immediata e piena attuazione alla direttiva del marzo 2018, istituendo la Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile presso la Presidenza del Consiglio dei ministri affinché si attuino la regia e il coordinamento delle politiche di sostenibilità, attraverso anche aggiornamenti periodici della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile e le politiche inerenti all’attuazione della strategia stessa;
– ad assumere iniziative affinché i provvedimenti legislativi e attuativi della strategia contengano una relazione tecnica sugli impatti attesi sui singoli obiettivi per lo sviluppo;
ad assumere iniziative per rendere obbligatorio l’impegno del Governo entro il febbraio di ogni anno a presentare al Parlamento una relazione sull’attuazione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, sia in relazione all’attuazione del Piano nazionale di sviluppo sostenibile, sia in relazione agli impatti della legge di bilancio dello Stato;
– ad avviare una campagna nazionale, anche in coordinamento con altre istituzioni pubbliche e scientifiche, con enti e associazioni private, di informazione rivolta ai cittadini, al mondo delle imprese e della finanza, sugli obiettivi da raggiungere contenuti nell’Agenda 2030 e sulla responsabilità che ricade su ogni cittadino o impresa;
ad avviare un tavolo permanente con le regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e gli enti locali per coordinare le azioni a favore dello sviluppo sostenibile di competenza dello Stato, delle regioni, delle province e dei comuni;
 – ad avviare un’ampia consultazione nel Paese e tra le istituzioni per costruire una proposta programmatica e politica che sostenga la candidatura dell’Italia ad ospitare la 26a Cop nel 2020 a Milano;
ad avviare un ampio confronto sul tema della sostenibilità in relazione anche al documento di riflessione predisposto dalla Commissione europea «Verso un’Europa sostenibile entro il 2030», tenendo conto che il prossimo Consiglio europeo sarà chiamato ad esprimersi su tale documento;
– ad avviare, nel Paese, un ampio percorso-confronto al fine di definire iniziative normative volte ad introdurre, attraverso le opportune procedure, nella Carta costituzionale il principio dello sviluppo sostenibile come principio fondamentale della Repubblica. […]

Appello 2018 L’impegno delle forze politiche per portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile 22-01-2019

Discorso del presidente dell’Asvis al Senato 

Ampio consenso delle forze politiche sulle proposte dell’Alleanza 27.02.2019

Avviata la raccolta firme per inserire lo sviluppo sostenibile in Costituzione 10.04.2019

La proposta di Più Europa per la modifica degli articoli 2 e 9 della Costituzione in materia di equità generazionale, sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente

Lo Studio dell’educazione civica dal prossimo anno 8.05.2019

Generazione di ignoranti

Di seguito dal bellissimo articolo Storia e democrazia su Orizzonte48 riporto l’estratto/traduzione dell’articolo Res idiotica di Patrick Deneen ed il relativo commento.

I miei studenti sono degli ignoranti. Sono assai simpatici, piacevoli, affidabili, per lo più onesti, benintenzionati e senz’altro per bene. Ma i loro cervelli sono in gran parte vuoti, privi di qualsiasi conoscenza sostanziale che possa considerarsi il frutto di un’eredità o di un dono delle generazioni precedenti. Sono il culmine della civiltà occidentale, una civiltà che ha dimenticato le sue origini e i suoi obiettivi e, di conseguenza, ha raggiunto un’indifferenza quasi totale riguardo a se stessa.
E’ difficile essere ammessi nelle scuole dove ho insegnato, Princeton, Georgetown e ora Notre Dame. Gli studenti di queste istituzioni fanno ciò che è loro richiesto: sono eccellenti risolutori di test, sanno perfettamente cosa bisogna fare per ottenere una A in ogni corso (ossia raramente si appassionato e si applicano a una qualsiasi materia), costruiscono curricula perfetti. Sono rispettosi e cordiali con gli adulti, accomodanti, anche se rozzi (come rivelano frammenti di conversazioni), con i loro pari. Rispettano la diversità (senza avere la minima idea di cosa sia) e sono esperti nell’arte del non giudicare (almeno in pubblico). Sono la crema della loro generazione, i signori dell’universo, una generazione che aspetta di dirigere l’America e il mondo.
Provate però a far loro qualche domanda sulla civiltà che erediteranno e preparatevi a sguardi sfuggenti e preoccupati. Chi ha combattuto le guerre persiane? Qual era la posta in gioco nella battaglia di Salamina? Chi fu il maestro di Platone e chi i suoi allievi? Come è morto Socrate? Alzi la mano chi ha letto sia l’Iliade che l’Odissea. I racconti di Canterbury? Paradiso perduto? L’Inferno?
Chi era Paolo di Tarso? Cos’erano le 95 tesi, chi le aveva scritte e quale ne fu l’effetto? Qual è l’importanza della Magna Carta? Dove e come morì Thomas Becket? Cosa accadde a Carlo I? Chi era Guy Fawkes e perché esiste un giorno a lui dedicato? Cosa accadde a Yorktown nel 1781? Cosa disse Lincoln nel suo secondo discorso di insediamento? Nel primo? Chi sa menzionarmi uno o due argomenti avanzati nel n. 10 del Federalista? Chi l’ha letto? Che cos’è il Federalista?
E’ possibile che alcuni studenti, grazie a casuali scelte dei corsi o a qualche eccentrico insegnante all’antica, conosca la risposta ad alcune di queste domande; ma molti studenti no, e nemmeno a domande simili, perché non sono stati formati per conoscerle. Nella migliore delle ipotesi possiedono conoscenze casuali, ma altrimenti sguazzano nell’ignoranza sistematica. Non vanno incolpati per la loro profonda ignoranza di storia, politica, arte e letteratura americana e occidentale: è il marchio distintivo della loro formazione. Hanno imparato esattamente ciò che è stato richiesto loro: essere come efemere, vivi per caso in un presente fugace.
L’ignoranza dei nostri studenti non è un difetto del nostro sistema educativo: è il suo coronamento. Gli sforzi di diverse generazioni di filosofi e riformatori ed esperti di politiche pubbliche di cui i nostri studenti (e molti di noi) non sanno nulla si sono combinati per produrre una generazione di ignoranti. La pervasiva ignoranza dei nostri studenti non è un semplice accidente o un risultato sfortunato ma correggibile, solo che assumessimo migliori insegnanti o variassimo la lista di letture al liceo.
Abbiamo preso la brutta e acritica abitudine di ritenere che il nostro sistema educativo sia guasto, ma in realtà marcia a tutto vapore: ciò che intende produrre è amnesia culturale, una totale mancanza di curiosità, agenti indipendenti privi di storia e obiettivi educativi organizzati come processi senza contenuto, con un uso acritico di parole chiave come “pensiero critico”, “diversità”, “modi di conoscere”, “giustizia sociale” e “competenza culturale”. I nostri studenti costituiscono il risultato di un impegno sistematico a produrre individui senza un passato, per cui il futuro è terra straniera, numeri senza cultura in grado di vivere ovunque e svolgere qualsiasi tipo di lavoro, senza farsi domandi sui suoi scopi o fini, strumenti perfetti per un sistema economico che esalta la “flessibilità” (geografica, interpersonale, etica). In un mondo del genere, possedere una cultura, una storia, un’eredità, un impegno verso un luogo e persone particolari, forme specifiche di gratitudine e di riconoscenza (piuttosto che un impegno generalizzato e senza radici verso la “giustizia sociale”), un forte insieme di principi etici e norme morali che affermano limiti definiti a ciò che si dovrebbe o si dovrebbe non fare (a parte “non giudicare”) sono ostacoli e handicap. Indipendentemente dall’indirizzo o corso di studi, il principale obiettivo della moderna educazione è di piallar via ogni residuo di specificità e identità culturale o storica che potrebbe ancora restare attaccata ai nostri studenti, per renderli perfetti impiegati per una politica ed economia moderne che penalizzano impegni profondi. Gli sforzi volti in primo luogo a promuovere l’apprezzamento per il “multiculturalismo” sono sintomo di un impegno a svuotare qualsiasi particolare identità culturale, mentre l’attuale moda della “differenza” segnala un impegno totale alla deculturazione e omogeneizzazione.
[…]”
Con la percezione che un sistema economico globalizzato richiedeva lavoratori sradicati che potessero vivere ovunque e svolgere qualsiasi compito senza porsi domande sui relativi obiettivi ed effetti, il compito principale dell’istruzione divenne instillare certe disposizioni, piuttosto che una cultura ben fondata: flessibilità, tolleranza, “competenze” prive di contenuto, astratte “forme di apprendimento”, elogio per la “giustizia sociale”, anche nel contesto di un’economia in cui “il vincitore si prende tutto” [winner-take-all economy], e un feticismo per la differenza che lasciava senza risposta il perché tutti ricevessero la stessa educazione in istituzioni indistinguibili. All’inizio questo ha significato lo svuotamento delle peculiarità locali, regionali e religiose in nome dell’identità nazionale; ora quella delle specificità nazionali in nome di un cosmopolitismo globalizzato che richiede il deliberato oblio di ogni trattato culturalmente caratterizzante. L’incapacità di rispondere a domande banali sull’America o l’Occidente non è la conseguenza di una cattiva educazione, ma il segno di un successo educativo.
Soprattutto l’unica lezione che gli studenti ricevono è quella di considerare se stessi individui radicalmente autonomi in un sistema globale fondato su un comune impegno alla reciproca indifferenza. E’ questo impegno che ci lega come popolo globale. Ogni residuo di cultura comune interferirebbe con questo imperativo primario: una cultura comune implicherebbe che condividiamo qualcosa di più denso, un’eredità che non abbiamo creato e un insieme di impegni che implicano limiti e lealtà particolari. La prassi e la filosofia antiche hanno elogiato la “res publica”, una devozione verso gli affari pubblici, ciò che condividiamo; noi abbiamo invece creato la prima “res idiotica” mondiale, dal termine greco “idiotés”, ossia individuo.”  […]

Segnali di allarme: 

Un milione di parole in meno: gli effetti della povertà narrativa

Sforniamo generazioni di ignoranti

Manager: oggi una competenza chiave è la lingua… italiana

 

Salvare l’uomo e l’umanità

Di seguito un estratto dall’articolo di Marcello Veneziani Salvate l’uomo, non solo la Terra del 16.04.2019.

[…] Vorrei solo che gli slogan principali di questa mobilitazione non fossero limitati all’orizzonte ambientalista. Salvare la terra è un nobilissimo proposito, anche se suona velleitario declamarlo nelle piazze, o pretendere di farlo con una mattinata da passeggio in corteo. Ma si può davvero pensare che il pericolo per l’umanità siano la plastica, l’aumento della temperatura o i gas di scarico, e poi basta? Non pensate che altre tragedie planetarie si abbattano nel mondo, come lo sradicamento dei popoli, l’inebetimento dei giovani tramite i media, la diffusione della droga e dell’alcol, il collasso delle famiglie, degli stati e la decadenza delle società? Non pensate che il tema di salvare la terra debba inserirsi all’interno del più grande proposito di salvare l’uomo e l’umanità che è in lui? Così rivendicare il diritto al futuro, sacrosanta istanza, ha valore e coerenza se non si limita a salvare il futuro delle piante e delle piste ciclabili. Stiamo perdendo il futuro in ogni senso e direzione, non solo a livello d’ambiente: perdiamo il futuro perché noi italiani ed europei non facciamo più figli. Rischiamo di estinguerci per questo, prima che per le emissioni di anidride carbonica. Perdiamo il futuro perché abbiamo spezzato i ponti tra le generazioni, non facciamo più lunghi progetti, non abbiamo più un’idea del futuro e un orizzonte di aspettative, stiamo perdendo le identità. Avere una visione del mondo vuol dire non preoccuparsi solo di salvare l’aria, l’acqua e la terra, ma anche quegli altri elementi che sono importanti come l’aria, l’acqua e la terra, ossia le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. […]

Altri articoli:

Vivere con onestà e lasciare una traccia

La mia generazione ha distrutto il pianeta, per questo benvengano i ragazzi che protestano

Dai ghiacci alla CO2, i danni del clima che cambia

Generazione Verde

Greta Thunberg, il cambiamento climatico e la lezione di Jefferson sulle generazioni future

IPCCClimate Change 2014 Synthesis Report

Conoscevo una ragazza

Di seguito un estratto di Daisaku Ikeda da “La malattia stimola lo spirito di ricerca della via” in Buddismo e società n. 174.

UltimaCopertina

Conoscevo una ragazza, morta a quattordici anni, alla quale era stato diagnosticato un tumore al cervello all’età di undici anni. Per tutto il periodo della malattia fu sempre felice e luminosa. Con la sua presenza solare e positiva arrecava allegria anche alle persone adulte ricoverate in ospedale. Non c’è dubbio che la malattia le causasse terribili dolori, ma lei continuava a recitare Daimoku e a incoraggiare gli altri. Prossima alla morte, disse a una persona che era andata a farle visita: «Non mi preoccupo più della mia malattia. Ho smesso di recitare Daimoku per me. Ci sono tante persone che stanno peggio, sto recitando con tutto il cuore affinché incontrino il Gohonzon il prima possibile e scoprano con la loro vita quanto è meraviglioso». E ai suoi genitori rivolse luminosa queste parole: «Come sarebbe andata se fosse successo a te, babbo? Ci saremmo trovati nei guai. E la stessa cosa se fosse accaduto a te, mamma. E se fosse capitato al mio fratellino, sono certa che non sarebbe stato in grado di affrontarla. Sono contenta che invece sia successo a me. […] Sono sicura che è l’effetto di una promessa che ho fatto prima di nascere. Se la mia vita riuscirà in qualche modo a toccare e ispirare le persone che mi conoscono, io sarò felice». 
Quando venni a conoscenza della lotta di questa ragazzina contro la malattia, le mandai un bouquet di rose, un ventaglio giapponese su cui erano scritte le parole “luce di felicità” e una fotografia che avevo scattato a un campo di iris in fiore. Ho saputo che quando li ricevette ne fu entusiasta. A chi la circondava lasciò queste parole: «Fede significa continuare a credere fino alla fine», che mise in pratica con la sua stessa vita. 
Al funerale tantissime persone vennero a porgerle l’ultimo saluto in segno di rispetto. Nella sua breve esistenza, durata solo quattordici anni, aveva parlato della grandezza della Legge mistica a più di mille persone. 
Lei ha vinto. Ne sono certo. Tutto ciò che le è accaduto ha avuto un significato. O meglio, con la sua lotta ha dato un significato alla sofferenza. Diceva che la sua malattia era l’effetto di una promessa fatta nelle vite passate. 
Il Buddismo insegna il principio di “assumere volontariamente il karma appropriato”.* Chi pratica la Legge mistica sceglie volontariamente di rinascere in una situazione dolorosa per dimostrare il potere del Buddismo agli altri attraverso la sua lotta e la sua vittoria. Questo è il modo di vivere del bodhisattva. 

* Assumere volontariamente il karma appropriato: si riferisce ai bodhisattva che, sebbene abbiano diritto a ricevere i puri benefici della pratica buddista, vi rinunciano e fanno voto di rinascere in un mondo impuro per salvare gli esseri viventi. Diffondono la Legge mistica mentre incontrano le stesse sofferenze di coloro che nascono in un mondo malvagio a causa del loro karma. Questa espressione deriva dall’interpretazione data dal Gran Maestro Miao-lo di importanti passi del decimo capitolo del Sutra del Loto, Il maestro della Legge.

Il 2° Rapporto sul divario generazionale

Di seguito l’abstract del 2° Rapporto 2018 della Fondazione Bruno Visentini intitolato  Il divario generazionale: un patto per l’occupazione dei giovani di prossima uscita.

Nel I Rapporto della Fondazione Bruno Visentini su “Il divario generazionale tra conflitti e solidarietà”, pubblicato nel marzo del 2017, è stata per la prima volta messa in rilievo la gravità del divario generazionale che colpisce e potenzialmente potrebbe colpire oltre 12 milioni di persone, tanti sono i cittadini italiani tra i 15 e il 34 anni, i più giovani dei quali appartenenti alla ‘generazione Zero’ (la fascia fino a 18 anni) e gli altri ai ‘Millennials’ (la fascia 19-34 anni). Tra questi, secondo le rilevazioni Istat per l’anno 2017, oltre un quarto sono in condizioni di inoccupazione, volontaria o meno, i cosiddetti Neet (i giovani non impegnati nello studio, né nel lavoro, né nella formazione). Il dibattito che ne è derivato ha preso spunto dalla costatazione, evidenziata nel Rapporto, che se non si dovesse intraprendere tempestivamente una strategia di contrasto a tale divario, nel 2030 potremmo assistere a un’intera generazione incapace di maturare e di assicurarsi una vita autonoma se non quando ultraquarantenne.
Come sovvertire questo stato di cose? Nel citato Rapporto del 2017 si sono tracciate le prime linee guida di un vero e proprio nuovo piano Marshall per i giovani italiani, così sintetizzabili: a) la creazione di una legge quadro che metta a sistema tutte le misure generazionali presenti nel nostro ordinamento e quelle da introdurre; b) una dotazione di circa trenta miliardi di euro in tre anni, che permetta di ridurre nel medio periodo l’attuale equivalente costo alla collettività dei Neet (stima Eurofound); c) l’istituzione di un fondo per il sostegno di questo piano alimentato in larga misura da un prelievo temporaneo sulle pensioni più elevate.

Il II Rapporto 2018 della Fondazione, intitolato “Il divario generazionale: un patto per l’occupazione dei giovani”, mette a fuoco un Indice di divario generazionale, il GDI 2.0, più sofisticato del precedente con un paniere di indicatori più articolato (cap.1); le prospettive dei giovani legate alle nuove professioni, tra mansioni e competenze (cap.2); un atlante delle misure generazionali e delle misure non generazionali ma con impatto nella riduzione del divario (cap. 3), e un’analisi delle buone pratiche rilevate in 19 paesi nel mondo (cap.4).
Nell’ultimo capitolo (cap.5) viene presentata la proposta del piano di intervento per ridurre il divario generazionale, ulteriormente articolata e dettagliata. Essa in particolare prevede che le risorse possano essere rese disponibili grazie a una riprogrammazione delle numerose e frammentate misure generazionali (talune anche cofinanziate da fondi europei, come ad es. la Garanzia Giovani) e la relativa concentrazione in un unico strumento di conto individuale per i giovani, definito “Una mano per contare” perché prevede cinque misure a sostegno dell’occupazione giovanile a costo zero, grazie alla razionalizzazione e messa a sistema delle risorse esistenti, che concernono in dettaglio:
1- Transizione dalla scuola al mondo del lavoro
2- Ricerca e sviluppo in azienda
3- Formazione e orientamento all’occupazione
4- Impiego e autoimpiego
5- Bonus abitazione.

La creazione di questo conto prevede la possibilità, nell’arco di 20 anni (dai 16 anni ai 34), di acquisire servizi/benefit fiscali/sgravi contributivi per integrare le proprie esperienze di alternanza scuola lavoro, fare ricerca nelle imprese, orientamento, formazione continua, esperienza di attività imprenditoriale, poter disporre di una casa e di servizi di supporto alla nuova famiglia.

In conclusione, il II Rapporto 2018 della Fondazione Bruno Visentini non invita solo ad una riflessione più approfondita sul fenomeno del divario generazionale e le sue implicazioni economiche, sociali ed etiche, ma fornisce al legislatore una piattaforma di interventi tra loro coordinati senza un gravame ulteriore sui conti dello Stato. Ciò che quindi non lascia spazio a ulteriori alibi avanzati da coloro che ritengono non attuabile un intervento a salvaguardia dei diritti dei nostri cittadini più giovani. Diritti sanciti, come già evidenziato nel precedente Rapporto, dall’Art. 3, secondo comma, della nostra Carta Costituzionale.

Rapporto Censis 2018

Di seguito il video della presentazione del Rapporto Censis 2018.

“Una tarpa che scava nella storia”

I giovani: una generazione in via di estinzione, pochi numericamente e in flessione nel tempo.

LAVORO LAVORO LAVORO: Scomparsi 1,4 milioni di giovani lavoratori 24-35 anni dal 2007 ad oggi.

Il capitolo «Le Considerazioni generali» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018

Il capitolo «La società italiana al 2018» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018

Protezione sociale ed equilibrio intergenerazionale

Di seguito l’estratto iniziale e quello finale del paper di Tiziano Treu Protezione sociale ed equilibrio intergenerazionale.

Il rapporto fra le generazioni è un elemento costitutivo dell’ordine sociale; il suo equilibrio ne garantisce la stabilità e l’equità. Le grandi trasformazioni che in questi ultimi anni stanno alterando i  principali aspetti dei sistemi economici e salariali ricevuti dalla tradizione,
compresi quelli che determinano le relazioni fra diverse età della vita.
I principali indicatori sulle condizioni di vita e di lavoro di giovani e anziani sono stati così profondamente modificati, e divaricati, da far ritenere che l’equilibrio intergenerazionale è in pericolo: anzi secondo alcuni, si è già rotto.
I fattori determinanti di questa divaricazione sono strutturali, radicati anzitutto nelle tendenze demografiche che segnalano riduzione della natalità da una parte e allungamento delle aspettative di vita, con il conseguente invecchiamento della popolazione, dall’altra.
Queste tendenze sono legate a componenti biologiche naturali, ma su cui sono intervenute scelte sociali e politiche che hanno influito sulla loro intensità e direzione, come risulta evidente dalla diversità con cui esse si manifestano nei diversi paesi.
Infatti le scelte di policy dei vari paesi relative alle principali condizioni economiche e sociali delle persone hanno contribuito a determinare il contenuto dei rapporti intergenerazionali, in molti casi accentuandone lo squilibrio.
Una importanza centrale al riguardo – come si vedrà subito – rivestono i vari istituti di protezione sociale e di welfare cui fa riferimento il titolo del mio contributo, ancora a monte le politiche economiche e di sviluppo con particolare riguardo a quelle occupazionali, nonché le misure per l’educazione e l’istruzione, sempre più decisive nella società della conoscenza.

[…]

In conclusione va sottolineato che il riequilibrio fra le generazioni, proprio perché si radica profondamente nei costumi e nei rapporti personali e sociali, richiede non solo misure economiche, ma la riattivazione di intensi canali comunicativi e di scambi di esperienze fra giovani e anziani.
Si tratta di una ricerca culturale e sociale innovativa, perché molti canali e rapporti tradizionali fra le generazioni sono oscurati, se non interrotti, dalle attuali modalità di vita e di comunicazione, che sono molto diverse da quelle prevalenti anche solo pochi decenni fa. Più in generale la riattivazione di questi canali deve fare i conti con le tensioni e con le forze
centrifughe che minacciano la coesione sociale in tutti i paesi moderni.
La ricerca va perseguita nei diversi luoghi in cui le persone e le generazioni si incontrano. Fra questi c’è in primis la famiglia, che si è allargata con la compresenza di più generazioni e che va aiutata a reagire alle tensioni e alle difficoltà esterne, non solo economiche, per continuare
ad essere un luogo di convivenza e di crescita comune. I luoghi di lavoro, anche se sempre più diversificati e spesso resi indefiniti dalle tecnologie digitali, continuano ad essere importanti per le persone e per una parte consistente della loro vita. Per questo anche nei luoghi di lavoro il riequilibrio generazionale deve essere favorito con tutti gli strumenti e le pratiche sopra ricordati, a cominciare dalla condivisione fra giovani e anziani di ruoli e di esperienze professionali e umane.

I giovani di oggi

Di seguito l’articolo The youth of today: Teenagers are better behaved and less hedonistic nowadays dell’Economist del 10.01.2018.

But they are also lonelier and more isolated

AT THE gates of Santa Monica College, in Los Angeles, a young man with a skateboard is hanging out near a group of people who are smoking marijuana in view of the campus police. His head is clouded, too—but with worry, not weed. He frets about his student loans and the difficulty of finding a job, even fearing that he might end up homeless. “Not to sound intense,” he adds, but robots are taking work from humans. He neither smokes nor drinks much. The stigma against such things is stronger than it was for his parents’ generation, he explains.

Young people are indeed behaving and thinking differently from previous cohorts at the same age. These shifts can be seen in almost every rich country, from America to the Netherlands to South Korea. Some have been under way for many years, but they have accelerated in the past few. Not all of them are benign.

Perhaps the most obvious change is that teenagers are getting drunk less often (see chart 1). They start drinking later: the average age at which young Australians first try alcohol has risen from 14.4 to 16.1 since 1998. And even when they start, they sip rather than chug. In Britain, where a fifth of 16- to 24-year-olds do not drink at all, the number of pubs is falling by about 1,000 a year, and nightclubs are faring even worse. In the past young people went out for a drink and perhaps had something to eat at the same time, says Kate Nicholls, head of the Association of Licensed Multiple Retailers, a trade group. Now it is the other way round.

continua a leggere o vai all’articolo originale

I millennials sono diversi?

Uscito a novembre un’analisi sui millennials della Federal ReserveAre Millennials Different?. Di seguito l’abstract:

The economic wellbeing of the millennial generation, which entered its working-age years around the time of the 2007-09 recession, has received considerable attention from economists and the popular press. This chapter compares the socioeconomic and demographic characteristics of millennials with those of earlier generations and compares their income, saving, and consumption expenditures. Relative to members of earlier generations, millennials are more racially diverse, more educated, and more likely to have deferred marriage; these comparisons are continuations of longer-run trends in the population. Millennials are less well off than members of earlier generations when they were young, with lower earnings, fewer assets, and less wealth. For debt, millennials hold levels similar to those of Generation X and more than those of the baby boomers. Conditional on their age and other factors, millennials do not appear to have preferences for consumption that differ significantly from those of earlier generations.

Millennials are killing countless industries — but the Fed says it’s mostly just because they’re poor