Lo scandalo del futuro

Di seguito pubblico alcuni estratti dell’introduzione del bellissimo libro di Ferdinando G. Menga Lo scandalo del futuro – Per una giustizia intergenerazionale (2016).

UN NERVO ANCORA SCOPERTO PER LA RIFLESSIONE ETICA CONTEMPORANEA

“Tutti gli uomini sono pronti a riconoscere una morale rigorosa quando non si tratta di applicarla” (Simone Weil, Lezioni di filosofia)

 

copertina di Lo scandalo del futuroLa questione riguardante la responsabilità nei confronti delle generazioni future si presenta ormai come compito improcrastinabile in ogni ambito della vita pubblica: dai dibattiti scientifico-disciplinari al settore dei media fino alle odierne agende politico-istituzionali nazionali e di governance internazionale. La crescente preoccupazione per temi quali il riscaldamento globale e il cambiamento climatico, l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, ma anche la protezione del comune patrimonio genetico e culturale, ruota costantemente attorno alla medesima domanda:come lasciare in eredità una vita degna d’essere vissuta tanto ai nostri successori, quanto agli abitanti del pianeta di un futuro lontano

Per quanto però la percezione di un tale richiamo alla responsabilità pssa mostrare un carattere esteso, diffuso e addirittura urgente a livello socio-politico, a livello teorico, la questione concernente la sua stessa giustificabilità o fondatezza permane tutt’oggi un tema ancora irrisolto. Non appena si a indagare, infatti, la situazione del dibattito in corso, ci si imbatte immancabilmente nella pietra d’inciampo – nello skandalon vero e proprio – di un’inconciliabile divergenza di fondo che palesa una tensione dal carattere squisitamente teorico assai rilevante: quella tra le posizioni a chiaro sostegno di una responsabilità intergenerazionale e quelle che, invece, teorizzano l’assenza (o la tenuta assai ridotta) di un fondamento motivazionale davvero in grado di giustificarla.

Nel quadro di una tale divergenza e alla luce della sua elevata posta in gioco, la riflessione filosofica è, pertanto, oggi più che mai chiamata a prendere posizione e, per quanto possibile, a cercare nuove strade e prospettive al fine di illuminare in modo rinnovato gli aspetti e gli snodi fondamentali concernenti una vera e propria giusitficabilità della responsabilità verso le generazioni future. […]

Pertanto, la questione cruciale che bisognerà porsi sarà la seguente: in che termini si può sostenere in modo convincente la fondatezza morale di una responsabilità verso le generazioni future alla luce delle teorie che ne attenuano o addirittura negano la giustificabilità. […]

Il nucleo fondamentale del mio contributo si proporrà esattamente di individuare una tale impostazione alternativa in un’etica di carattere fenomenologico fondata sul primato di una responsabilità che insorge non dall’estensione del modello contrattualista centrato sul presente e sulle reciprocità dei presenti, non da calcoli utilitaristici e neppure da un’impostazione atemporale di tipo metafisico-giusnaturalista, bensì a partire da un appello da parte di un’alterità genuinamente connessa al futuro. […]

Come sottolinea l’autore nel prosieguo dell’introduzione, questo suo “contributo intende collocarsi nella posizione intermedia che separa uno studio di carattere introduttivo da un’indagine teorica vera e propria che si inserisce nel dibattito con una linea argomentativa chiara e rigorosa”, fornendo al lettore non “semplicemente un passaggio in rassegna delle maggiori teorie al riguardo”, ma orientandolo “a partire da una prospettiva ermeneutica ben precisa” e riuscendosi benissimo. Il libro infatti costituisce un ottimo punto di partenza per poi approfondire tutti i vari aspetti filosofici e teorici collegati alla giustizia intergenerazionale.


Voglio che le cariche importanti,
dove si decide per il mondo
vengano assegnate solo a donne
madri di figli.
Sarei così curioso di vedere
se all’interno delle loro decisioni
riuscirebbero a scordarsi il loro futuro.
E il tetto delle nostre aspettative,
è così basso che si potrebbe anche toccare.
La vita media di una prospettiva è una campagna elettorale.
Ambiente non è solo un’atmosfera,
una rogna nelle mani di chi resta,
e il sasso su cui poggia il nostro culo
è il padrone della festa. (…)
(Il padrone della festa di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri)

Il tradimento continuo

Come già evidenziato da diversi studi e ricerche tra cui: Generazioni disuguali, Il Divario generazionale tra conflitti e solidarietà, e Generazioni a confronto, in questi ultimi anni le disuguaglianze intergenerazionali sono andate aumentando nell’indifferenza più o meno totale della classe politica.
Il divario economico tra vecchi e giovani si allarga sempre più ed sempre più difficile, per i giovani italiani, trovare stabilità e accedere a quelle sicurezze lavorative e abitative che hanno sostenuto le generazioni precedenti e che permettono di fare figli.

Di seguito pubblico l’articolo Così Matteo ha rottamato i millennials di Samuele Cafasso del 7.07.2017 via Pagina99.

Sapete perché i millennials non votano il Pd? Perché non gli conviene. A chi ha meno di 35 anni non interessa molto il salvataggio delle banche venete o l’abolizione delle tasse sulla casa, perché una casa non ce l’ha e risparmi in bond nemmeno. Eppure il governo ha speso molti soldi per questo. Ha investito anche contro la disoccupazione giovanile e la lotta alla povertà, ma non abbastanza da invertire una consolidata tendenza alla crescita del divario tra vecchi e giovani.

L’analisi del voto con il portafogli – andando cioè a vedere concretamente i beneficiari dei singoli provvedimenti adottati dal governo – è pratica poco frequentata in Italia, ma sul tema delle fasce d’età spiega molto.

«Nel primo anno e mezzo di governo Renzi», sostiene l’economista Massimo Baldini, «c’è stato su diversi fronti uno sforzo concreto, con misure pensate per tutti ma che potevano avvantaggiare i giovani: dagli sgravi sul lavoro (Ires e Irap) agli 80 euro. Poi però c’è stato un cambio di rotta, prima con l’abolizione della tassa sulla prima casa e soprattutto con la manovra del 2016 che rispondeva al pressing dei sindacati in tema di pensioni».

I veri rottamati di questi anni sono i millennials. Su lavoro, welfare, politiche per la casa, liberalizzazioni, banche e risparmio il governo Renzi prima e quello Gentiloni dopo hanno finito per favorire i più anziani, che sono poi la loro base elettorale.

Si potrebbe obiettare che non sarebbe diverso con altre maggioranze, osservazione corretta per motivi anagrafici. Nel nostro Paese i potenziali elettori sotto i 35 anni sono 11 milioni e 113 mila, meno di quelli sopra i 65 anni: 12 milioni e 643 mila. Molto meno, soprattutto, di quanti si trovano nella fascia tra i 35 e i 65 anni: 26 milioni e 275 mila. La classe 1965 (che oggi ha 52 anni) è composta da oltre un milione di persone. La classe 1998 – i 18enni – 575 mila, quasi la metà.

Lavoro? Per gli over 35

Jobs Act e decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato sono state le due grandi armi scelte dal governo Renzi per favorire la stabilizzazione dei più giovani. Ha funzionato? No, tant’è che adesso si parla di nuove misure per le fasce d’età più basse.

I dati Inps ci dicono che nel 2015, grazie alla decontribuzione offerta dal governo per tre anni, le assunzioni a tempo indeterminato sono balzate a 2,02 milioni (erano 1,3 milioni nel 2013), contro 3,4 a termine (erano 3,19). L’anno dopo, però, con la riduzione della quota di decontribuzione, i tempi indeterminati sono crollati a 1,26 milioni, contro 3,73 milioni di assunzioni a termine e 237 mila apprendistati. Rispetto al 2013 la situazione è peggiorata: i tempi determinati sono più numerosi e alla fine si approda a un contratto meno tutelato. Questo per effetto del decreto Poletti del 2014 che, smentendo la ratio della riforma che prevedeva un contratto unico, rende possibile il contratto a tempo determinato con un massimo di cinque rinnovi in tre anni.

Andiamo ora a vedere chi ha usufruito della decontribuzione che ha fatto esplodere in Italia la spesa per gli incentivi al lavoro: 5,1 miliardi nel 2015, 8,4 nel 2016, 10,4 preventivati nel 2017 (dati centro studi Uil). Nel 2015 gli incentivi all’occupazione a tempo indeterminato hanno riguardato 668 mila lavoratori sopra i 30, 265 mila sotto i 30. Nel 2016 siamo a 284 mila contro 129 mila. In entrambi i casi agli under 30 sono andati meno di un terzo degli aiuti.

Gugliemo Loy, Uil: «A parte Garanzia giovani (programma europeo, ndr) che ha fatto molto movimento e relativa sostanza, tutti gli altri interventi sono o esplicitamente per gli anziani, come l’Ape, o intergenerazionali. Ma quando si trattava di assumere, le imprese hanno optato prevalentemente per chi ha più esperienza: una misura universale quale la decontribuzione ha così favorito gli over 30. Servirebbero invece interventi selettivi». Il governo ha annunciato di voler introdurre una “dote contributiva” di tre anni per ogni ragazzo e ragazza sotto i 35 anni che si affaccia sul mercato del lavoro. Costo stimato: un miliardo. Cifre basse rispetto a quanto speso finora, ma consentirebbero ai più giovani di usufruire di un reale vantaggio competitivo.

Poco welfare per i giovani

A fine 2014 veniva nominato presidente dell’Inps l’economista Tito Boeri, sostenitore del contratto a tutele crescenti e della necessità di un riequilibrio del welfare a favore dei giovani. Un’ottima notizia per i millennials, non fosse che da allora il presidente dell’Inps e il governo hanno ingaggiato una costante battaglia che è specchio della contraddittorietà delle politiche di welfare degli ultimi anni. Il governo Renzi ha esordito con gli 80 euro a favore dei redditi più bassi (valgono 9,5 miliardi l’anno): nel primo anno i beneficiari sono stati per il 37,5% gli under 35 e per una misura analoga quelli tra 35 e 44 anni. Ma la misura era tagliata sui lavoratori dipendenti, categoria da cui molti giovani sono esclusi. A favore del governo Renzi va l’introduzione della Naspi, indennità di disoccupazione che ha allargato la rete protettiva prima molto ridotta, mentre con il governo Gentiloni è arrivato il reddito di inclusione (due miliardi l’anno), sostegno contro la povertà che nella sua universalità favorisce i giovani fino a oggi esclusi da ogni protezione.

Ma il lavoro di riequilibrio del welfare si è bloccato a pochi mesi dal referendum costituzionale, quando il governo ha approvato una sventagliata di misure per gli anziani che, forse, non sono estranee alla decisione del sindacato pensionati, unico caso dentro la Cgil, di fare campagna per il sì.

L’aumento delle pensioni più basse (quattordicesima e altre misure) è stato giustificato come una misura per la lotta alla povertà, problema reale ma che va affrontato su tutte le fasce d’età (vedi grafico in pagina). È stata poi introdotto la Ape sociale e per i lavoratori precoci, che permette di mitigare gli effetti più duri dell’aumento dell’età pensionabile dovuti alla riforma Fornero per i nati tra il 1951 e il 1953. Si è detto che è anche un modo di “liberare” posti di lavoro per i più giovani. Possibile. Tuttavia, il risultato è quello denunciato dal presidente dell’Inps Tito Boeri con le tabelle riprodotte qui in pagina: il welfare italiano, anche escludendo le pensioni previdenziali, è un welfare che stanzia il 9% delle risorse per chi ha meno di 30 anni, percentuale che sale al 26% per chi ne ha meno di 40. Tutto il resto va ai più anziani mentre la sostenibilità del sistema pensionistico è tutta da dimostrare nel lungo periodo. In questo quadro, l’assegno da 500 euro per i nuovi diciottenni e il bonus bebè da 800 euro sono derubricabili come misure una tantum un po’ populiste, ma che costano poco (insieme, circa 650 mila euro l’anno).

Chi paga le tasse sulle case?

In Italia oltre sette persone su dieci possiedono la casa in cui abitano. Ovvio, così, che l’abolizione totale della tassa sulla prima casa annunciata nell’estate del 2015 sia particolarmente popolare. «Con me il Pd non è più il partito delle tasse», ha rivendicato Renzi, ingaggiando una strenua battaglia contro «gli euroburocrati» che gli chiedevano di usare altrimenti le risorse, ad esempio per ridurre il costo del lavoro. Stiamo parlando di molti soldi: tra i 3 e i 4 miliardi di euro l’anno. Chi ne beneficia? L’ultima indagine del 2015 di Banca d’Italia dice che sono proprietarie di casa il 75,6% delle famiglie il cui capofamiglia ha più di 64 anni, e poi, a scendere, il 44,7% di chi ne ha meno di 34. Attenzione, però: stiamo parlando di chi è riuscito a uscire di casa e farsi una famiglia, che nel caso degli under 30 sono solo tre persone su dieci. Altro dato interessante: l’Italia è uno dei Paesi dove l’affitto costa di più: è pari al 31,9% del reddito medio contro una media Ue del 27%. Di intervenire su questo, però, si è parlato pochissimo. Di aiuti agli studenti fuori sede non si parla. (…)

Anziani, banche e patrimoni

In Europa l’Italia si contraddistingue per avere patrimoni privati alti (170 mila euro di media per singolo componente di nucleo familiare, dati Credit Suisse), un enorme debito pubblico (sopra il 130% del Pil) e redditi bassi. Questo è già di base una condizione molto sfavorevole ai più giovani, essendo i patrimoni privati naturalmente concentrati sulle fasce di popolazione più anziana mentre il debito pubblico è spalmato su tutti. Secondo l’ultima indagine Bankitalia, circa il 20% del patrimonio privato è in mano agli under 40, tutto il resto è dei più anziani.

Il governo Renzi, appena nominato, ha alzato la tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 26% diminuendo contemporaneamente le tasse sul lavoro: in quel caso furono avvantaggiati i più giovani. Sui titoli di Stato, però, rimane la tassazione privilegiata al 12,5%. Ma è soprattutto con i salvataggi bancari – Mps, istituti toscani prima e veneti dopo – che il governo ha preso misure esplicitamente rivolte a chi aveva depositi e bond subordinati, utilizzando soldi di tutta la collettività. Escludendo le garanzie statali, lo Stato ha sborsato circa 5 miliardi per le banche venete, 6,6 per Mps, un centinaio di milioni per “coprire” alcune categorie di risparmiatori delle banche toscane. Sono soldi che in parte potrebbero rientrare, a cui però vanno aggiunte 20 miliardi di euro di garanzie sui crediti. Una spesa notevole che, pur deliberata in un momento emergenziale, è rivolta comunque a categorie mediamente più anziane (e benestanti) della media.

[Renxit: perché (non) votare PD (per ora) di Alberto Bagnai del 18.06.2016]

Spunti per un nuovo patto generazionale ve ne sono in giro? Boh.

Millennial Manifesto

Di seguito riporto The Manifesto tratto dalla parte finale del libro di Scott Beale con Abeer B. Abdalla Millennial Manifesto.

Risultati immagini per millennial manifesto scott beale

THE MANIFESTO*

We are America’s future. We are a generation ready to take on the world. We believe our parents have failed to take into account the future or our values in today’s politics.

  • We believe in individual responsability; and as individuals we must be able to work with others for a common good.
  • We believe that community service is an important form of youth activism, but that politics, business, and faith are still necessary to improve our country.
  • We believe that every being is affected when the environment is polluted. We demand greater responsability from corporations, communities, the government, and individuals for addressing environmental problems. Environmental protection should neither be a hobby of the wealthy nor a burden of the poor; it is a global problem that we all must address.
  • Respect for human rights for all people is essential to the strength of any society, including a global one.
  • We are a generation tha sees the positive potential of internationalism – the exchange of people cultures, and economic ties that bind countries.
  • We also see the potential pitfalls of globalization if supranational companies, governments and organizations are not held accountable for maintening environmental protection, upholding labor standards, or addressing local needs.
  • Our generation has strong faith and religion is important to us. This spiritual base is at the root of much of our activism. We believe the war on drugs, the war war on crime, and current gun policies need to be re-examined and modified with new voice.
  • During our lifetimes, crime has dropped and yet the prison industrial complex has grown.
  • We demand urgent action address growing inequality. The psychological, physical, and political implications of economic inequality are not given their due attention.
  • Our most important political priority is education. As the sum total of all school age children in America, we see how some schools are failing and the cost of heigher education is rising. Education must be locally administered but federally supported.
  • We believe that racism and discrimination still exist in our country and must be ended before they tear apart the unity of our nation. Our generation will end racism.
  • Voting is important to us. Many in our generation are fighting to lower voting age. In fact, there is a new civil rights movement in our generation for youth rights. We do not believe that is acceptable to discriminate against people for any reason, including age.
  • We also value human life. A majority of us think both the death penalty and abortion should be legal and more rare.
  • We believe in liberty. The government has an important, but limited, role to play in society.
  • We are concerned about terrorism and the expanding wars overseas. The defense of our country is paramount to us, but so too are the values that make our country great. We are not a monolithic block, but we all agree that there are many things wrong with this world and we all have a responsability to stand un and fight for a better tomorrow.

*Quotes from this document come from the 2001 Century Institute’s Sagner Fellows as well as official youth statements of dozens of non-partisan conferences.

Sulle disuguaglianze

È uscito da poco il report INEQUALITY AND PROSPERITY IN THE INDUSTRIALIZED WORLD: addressing a growing challenge a cura di Citi GPS e Oxford Martin School che fa il punto sulla situazione delle disuguaglianze nelle economie industriali.

#stefanobosso ph., Al Khawr, 2017


Cosa sono le disuguaglianze? Come si misurano? Con quali le conseguenze?

Il Dizionario di Sociologia di Luciano Gallino dà della disuguaglianza sociale la seguente definizione: Molte differenze oggettive esistenti tra i membri di una collettività, specie in campo economico e giuridico, o tra un insieme di individui qualsiasi e i loro gruppi di riferimento tendono a essere socialmente definite come disuguaglianze, e a causare azioni e reazioni volte a eliminarle, allorché si verificano congiuntamente le seguenti condizioni: 1) dette differenze si esprimono sotto forma di possesso di quantità più o meno grandi di risorse socialmente rilevanti, ovvero in una maggiore o minore possibilità di accesso a uno status superiore; 2) sono considerate il prodotto di meccanismi di selezione sociale intesi a mantenere un dato ordine sociale, più che del merito o delle doti individuali, ovvero – a seconda del lato delle differenze cui ci si riferisce – dell’assenza di merito o di doti appropriate; 3) appaiono, almeno in linea di principio, superabili mediante azioni dirette a modificare i meccanismi di selezione, o a eliminarli, trasformando più o meno radicalmente l’ordine sociale a cui si ritengono connaturati; 4) sono interpretate dalla coscienza sociale dei soggetti più sfavorevoli, o dai loro portavoce intellettuali o politici, come una ingiustizia.
Le principali disuguaglianze osservabili in una società, connesse alle sue fondamentali strutture economiche e politiche, costituiscono un sistema di stratificazione sociale. A sua volta una classe sociale rappresenta una causa di disuguaglianza sociale se il termine è usato nell’accezione realista o organica; mentre una manifestazione delle disuguaglianze esistenti se si usa il termine secondo l’accezione nominalistica o ordinale.

Ampissima è la letteratura sul tema delle disuguaglianze. Per farsi un’idea, i primi libri che mi vengono in mente sono: La misura dell’anima di R. Wilkinson e K. Pickett, Disuguaglianze di M Franzini e M. Pianta, La grande frattura di J. Stiglitz, od anche Quanto è abbastanza di M. e E. Skidelsky.

Economia. Istruzioni per l’uso

Ma è nel libro di Ha-Joon Chang Economia. Istruzioni per l’uso che ho trovato una delle migliori spiegazioni. Il libro è una sorta di “Economics for dummies” e cerca di illustrare in modo chiaro ed intelligente i principali concetti per capire l’economia di oggi, con l’aiuto di molti pratici riferimenti e dati reali. Come sottolinea l’autore nell’introduzione: “La scienza economica è riuscita particolarmente bene a tenere a distanza il grande pubblico. La gente è sempre pronta a far sentire la propria opinione su qualunque cosa, pur non avendo le competenze necessarie: cambiamento climatico, matrimoni gay, guerra in Iraq, centrali nucleari.. Ma quando si parla di questioni economiche, molti non mostrano di avere alcun interesse, figuriamoci un’opinione chiara in merito. […] Se in economia non esiste un’unica risposta esatta, allora non possiamo lasciare tutto in mano agli esperti. In altre parole, ogni cittadino responsabile deve imparare un po’ di economia, il che non significa procurarsi un librone di testo e assimilare una prospettiva economica particolare. Ciò che serve  studiare l’economia per essere consapevoli che esistono diversi tipi di tesi economiche e sviluppare lo spirito critico per valutare quale posizione sia più sensata in una determinata situazione e ala luce di determinati valori morali e obiettivi politici. […]”

Di seguito riporto un paio di paragrafi estratti dal capitolo “La capra di Boris dovrebbe crepare”.

Troppa disuguaglianza fa male all’economia: instabilità e mobilità ridotta

Non credo che siano in molti ad auspicare un egualitarismo estremo come quelli della Cina maoista o della Cambogia di Pol Pot. Tuttavia, molti sostengono che una disuguaglianza troppo accentuata sia un fattore negativo non solo dal punto di vista etico, ma anche in termini economici.
altri economisti hanno sottolineato che un altro livello di disparità riduce la coesione sociale, favorisce l’instabilità politica e, di conseguenza, frena gli investimenti. L’instabilità politica rende incerto il futuro e, di riflesso, la redditività degli investimenti, che per definizione si riscontra nel futuro. Minori investimenti significano minore crescita.
La disuguaglianza elevata accentua anche l’instabilità economica, che nuoce alla crescita. Quando un’altra percentuale del reddito nazionale è riservata alle persone più ricche, può darsi che il tasso di investimenti cresca, ma questo significa anche che l’economia sarà più soggetta all’incertezza e all’instabilità, come sottolineava Keynes. Molti economisti hanno anche evidenziato come la crescente disuguaglianza abbia svolto un ruolo di rilievo nella crisi finanziaria globale del 2008, soprattutto negli Stati Uniti, dove i redditi più alti sono lievitati, mentre i salari reali erano fermi dagli anni settanta. Per stare al passo con i nuovi standard di consumo, la gente comune si è indebitata e l’aumento del debito delle famiglie (in percentuale sul Pil) ha reso l’economia più vulnerabile agli shock.
Per altri, la disuguaglianza riduce la crescita economica perché limita la mobilità sociale. L’istruzione costosa che solo un’esigua minoranza può permettersi, ed è necessaria per ottenere posizione ben pagate, i legami personali all’interno di un gruppo ristretto e privilegiato (ciò che il sociologo Pierre Bourdieu chiamava “capitale sociale”), e persino la “sottocultura” delle élite (per esempio, modi di esprimersi e atteggiamenti che si acquisiscono nelle scuole più esclusive) possono fungere da ostacoli alla mobilità sociale.
Una mobilità ridotta significa che le persone capaci provenienti da ambienti poveri sono escluse dalle professioni più remunerative e sprecano il loro talento, provocando perdite sia a livello personale sia per l’intera società. Significa anche che tra coloro che occupano i posti più prestigiosi non c’è il meglio che la società potrebbe offrire se la mobilità sociale fosse maggiore. Se perdurano per generazioni, questi ostacoli spingono i giovani delle classi meno privilegiate a smettere persino di cercare posti di lavoro migliori. Ciò conduce a una sorta di riproduzione “endogamica” delle élite sul piano culturale e intellettuale. Se è vero che i grandi cambiamenti richiedono idee nuove e condotte anticonformiste, una società con un’élite autoreferenziale rischia di non riuscire a produrre innovazione. Ne segue un calo del dinamismo economico.

[…]

Note conclusive: perché troppa povertà e disuguaglianza non sono fuori dal nostro controllo

La povertà e la disuguaglianza sono diffuse in modo allarmante. Una persona su cinque nel mondo, vive ancora in condizioni di povertà assoluta, e persino in alcuni paesi avanzati, come Stati Uniti e Giappone, una su sei vive in povertà (relativa). Con l’eccezione di una manciata di paesi europei, la disuguaglianza di reddito assume proporzioni tra il grave e lo sconvolgente.
Fin troppe persone accettano tali condizioni come l’inevitabile effetto delle innate differenze di capacità tra gli individui. Ci viene chiesto di convivere con queste realtà nello stesso modo in cui si convive con terremoti e vulcani. Ma, come evidenzia questo capitolo, si tratta di sistuazioni soggette all’intervento umano.
Dato il considerevole livello della disuguaglianza in molti paese indigenti, la povertà assoluta (al pari di quella relativa) può essere ridotta anche senza un aumento della produzione, ma con un’appropriata ridistribuzione del reddito. Nel lungo periodo, però, per limitarla significativamente è necessario lo sviluppo economico, come ha dimostrato la Cina negli ultimi tempi.
I paese avanzati hanno praticamente sconfitto la povertà assoluta, ma alcuni presentano alte percentuali di povertà relativa e disuguaglianza. Il fatto che i tassi di povertà (relativa, 5-20 per cento) e i coefficienti di Gini (0,2-0,5) varino in modo significativo tra questi paesi suggerisce che in quelli con maggior povertà e disuguaglianza, come gli Stati Uniti, è possible ridurre notevolmente questi fenomeni con un intervento dello stato.
Chi si ritrova in miseria, inoltre, dipende molto dagli interventi pubblici. Per cercare di uscirne con le proprie forze, deve poter contare su condizioni più eque per i bambini (migliori misure di welfare e istruzione), maggiori possibilità di accesso al lavoro (abbattimento delle discriminazioni e delle “caste” ai livelli più alti) e lotta alla manipolazione dei mercati da parte di ricchi e potenti.
Nella Corea preindustriale si diceva che “persino il re più potente non può fare nulla contro la povertà”. Se mai questa affermazione è stata vera, oggi non lo è più. Il mondo produce a sufficienza per eliminare la povertà assoluta. Anche senza una redistribuzione globale del reddito, qualsiasi paese, tranne i più poveri, produce a sufficienza per sconfiggerla. La disuguaglianza non può essere eliminata del tutto, ma con opportune politiche potremmo vivere in società eque, come molti norvegesi, finlandesi, svedesi e danesi potrebbero raccontarvi.

Un paio di vecchi articoli con Ha-Joon Chang:
Economics is too important to leave to the experts
Five minutes with Ha-Joon Chang: “Members of the general public have the duty to educate themselves in economics”

Tornando al report Inequality and Prosperity in the Industrialized World, di seguito riporto alcuni estratti:

[…] Against this background, our research program will focus on identifying the impacts
of inequality on economic growth potential, social cohesion, and the political
process. On the back of this, we shall collaboratively suggest a coherent set of
responses that would address rising inequality in a manner that promotes inclusive
growth.

Continua a leggere l’estratto o leggi l’intero report

Akbar e la necessità della ragione

Di seguito riporto il paragrafo “Akbar e la necessità della ragione” tratto dal I capitolo del libro L’idea di giustizia di Amartya Zen.

amartya sen, l'idea di giustizia

William B. Yeats annotò in margine alla sua copia della Genealogia della morale di Nietzsche: «Perché mai Nietzsche pensa che la notte non abbia stelle, ma soltanto pipistrelli e gufi, e la folle luna?». Lo scetticismo di Nietzsche sull’umanità e la sua agghiacciante visione del futuro comparvero alla vigilia del XX secolo (il filosofo morì nel 1900). Gli eventi del secolo che stava per iniziare, con le sue guerre mondiali, i suoi olocausti, i suoi genocidi e le altre atrocità, offrono più di un motivo per chiedersi se quello scetticismo non fosse fondato. Riconsiderando le inquietudini di Nietzsche alla fine del XX secolo, Jonathan Glover conclude che «dobbiamo guardare bene in faccia, con fermezza, alcuni dei mostri che sono dentro di noi» e trovare strumenti e sistemi per «metterli in gabbia e addomesticarli».

Circostanze come il volgere di un secolo rappresentano per molte persone momenti propizi per fare il punto su ciò che sta accadendo e ciò che si deve fare. Non sempre questo sfocia in riflessioni come quelle di Nietzsche (o di Glover), tanto pessimistiche e scettiche sulla natura umana e sulla possibilità di un cambiamento all’insegna della ragione. Un interessante contraltare, ben più antico, è dato dalle conclusioni a cui approdò in India l’imperatore Moghul Akbar, sull’onda di una riflessione di «fine millennio», più che di fine secolo. Mentre il primo millennio del calendario islamico volgeva al termine, nel 1591-1592 (cioè mille anni lunari dalla fuga di Maometto da La Mecca a Medina, nel 622 d.C.), Akbar si dedicò a un esame ad ampio raggio dei valori sociali e politici e della pratica giuridica e culturale. A richiamare la sua attenzione erano soprattutto le sfide poste dalle relazioni tra le varie comunità e la necessità di pace e collaborazione fruttuosa, sempre impellente nell’India, già multiculturale, del XVI secolo.

Bisogna ammettere che le politiche attuate da Akbar erano piuttosto inusuali per l’epoca. La macchina dell’Inquisizione girava a pieno ritmo e nel 1600 a Roma Giordano Bruno veniva arso sul rogo come eretico, mentre in India Akbar emanava le sue disposizioni sulla tolleranza religiosa. L’imperatore indiano non solo insisteva sul fatto che tra i doveri dello Stato rientrava quello di assicurare che «nessun uomo sia ostacolato per la sua fede religiosa e a tutti sia permesso di accostarsi a qualsiasi religione desideri», ma organizzava ad Agra, la capitale, incontri di dialogo tra indù, musulmani, cristiani, giainisti, parsi, giudei e altri, inclusi a volte agnostici e atei. Tenendo conto della pluralità religiosa del suo popolo, Akbar pose in vari modi le basi del laicismo e della neutralità religiosa dello Stato. La costituzione laica adottata dall’India nel 1949, all’indomani dell’indipendenza dal dominio britannico, contiene numerosi elementi già contemplati da Akbar nell’ultimo decennio del XVI secolo; fra questi, l’interpretazione del laicismo come equidistanza dello Stato tra le diverse religioni e impegno a non privilegiare alcuna fede in particolare.

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I dieci comandamenti di Bertrand Russell per vivere in una sana democrazia

traduzione ed estratto via Open Culture del 14 marzo 2013

Bertrand Russell vedeva la storia della civiltà come essere stata modellata da una infelice oscillazione tra due mali opposti: la tirannia e l’anarchia, ognuno dei quali contenente il seme dell’altro. La migliore strada per tenersi alla larga da entrambi, sostiene Russell, è il liberalismo.

Bertrand Russell, by J. F. Horrabin.jpg https://commons.wikimedia.org

“La dottrina del liberalismo è un tentativo per eludere questa oscillazione senza fine”, scrive Russell in Storia della filosofia occidentale. “L’essenza del liberalismo è un tentativo di garantire un ordine sociale non basato su dogmi irrazionali [una caratteristica della tirannia], che assicuri la stabilità [che l’anarchia mina] senza implicare più restrizioni di quanto siano strettamente necessarie per la preservazione della comunità.”

Nel 1951, Bertrand Russell pubblicò un articolo sul The New York Times Magazine “La miglior risposta al fanatismo – Il liberalismo”, con il sottotitolo: “La sua calma ricerca per la verità, vista come pericolosa in molti posti, resta la speranza dell’umanità”. Nell’articolo, Russell scrive che “Il liberalismo non è tanto una dottrina quanto una disposizione. Esso, infatti, è l’opposto delle dottrine”. (..)

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Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future

Unesco – 12 Novembre 1997

(qui originale in inglese)

La Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura riunitasi a Parigi dal 21 ottobre al 12 novembre 1997 nella sua 29a sessione,

Avendo presente la volontà dei popoli, solennemente espressa nello Statuto delle Nazioni Unite, di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” così come i valori e i principi consacrati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e da tutti gli altri strumenti del diritto internazionale che li riguardano,

Prendendo in considerazione le disposizioni del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e del Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottati il 16 dicembre 1966, così come la Convenzione sui diritti del bambino, adottata il 20 novembre 1989,

Preoccupata per la sorte delle generazioni future di fronte alle sfide cruciali del prossimo millennio,

Consapevole che, in questo stadio della storia, l’esistenza stessa dell’umanità e il suo ambiente sono minacciati,

Sottolineando che il pieno rispetto dei diritti dell’uomo e degli ideali della democrazia costituiscono una base essenziale per la protezione dei bisogni e interessi delle future generazioni,

Affermando la necessità di stabilire nuovi, equi e globali legami di partenariato e di solidarietà fra le generazioni come pure di promuovere la solidarietà intergenerazionale per la comunità dell’umanità,

Ricordando che le responsabilità delle generazioni presenti nei confronti delle generazioni future sono già state evocate nei diversi strumenti, quali la Convenzione relativa al patrimonio mondiale, culturale e naturale adottata dalla Conferenza generale dell’Unesco il 16 novembre 1972, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento del clima e la Convenzione sulla diversità biologica, adottate a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992, la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo adottata dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo il 14 giugno 1992, la Dichiarazione e il Programma di azione di Vienna adottati dalla Conferenza Mondiale sui diritti dell’uomo il 25 giugno 1993, come pure le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla protezione del clima mondiale per le generazioni presenti e future adottate dal 1990,

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