Il dramma del maturo tra gli immaturi

Di seguito un estratto del paragrafo 22. L’ora incerta di un uomo maturo da Immaturità di Francesco Matteo Cataluccio (ed. 2014).

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[…] Tzvetan Todorov, in Di fronte all’estremo (1991), ricorda che Levi attribuiva l’angoscia che sentiva a un senso di vergogna per aver vissuto ciò che aveva vissuto associato a un diffuso e insopportabile senso di colpa.
Tre tipi diversi di vergogna attanagliano il sopravvissuto:
1) la vergogna del ricordo (“L’opera di bestializzazione… era stata portata a compimento dai tedeschi. È uomo chi uccide… Non è un uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere”; 2) la vergogna di sopravvivere (“Sopravvivevano i peggiorii, cioè i più adatti, i migliori sono morti tutti….”); 3) la vergogna di essere umani (“Mi sentivo colpevole di essere uomo perché gli uomini avevano edificato Auschwitz”). Levi li sentiva tutti e tre con identica forza e aveva scelto (ma si tratta veramente di una scelta?) di non dimenticare, di non nascondere nulla a se stesso e agli altri: perché anche gli altri ricordassero.
Levi è l’esempio di un uomo maturato tragicamente molto oltre la soglia che di solito viene concessa a un individuo durante una vita normale. Da questo derivò il suo isolamento. Era troppo maturo e pesante per gli altri. Le cose che raccontava erano “incredibili” perché simili a quelle di uno che è tornato dall’Inferno. In un mondo che continuava ad andare, nonostante la tremenda bufera appena passata, verso il trionfo dell’immaturità, Levi era troppo “diverso”, comprensibilmente non voleva esserlo ma sentiva il dovere di testimoniare la sua esperienza per rispetto di colore che erano con lui ed erano morti. La molla che fa, dunque, scattare il bisogno di scrivere è il sospetto (e, spesso, la certezza) che gli altri o non capiscano i racconti delle terribili vicende passate o addirittura, provino fastidio ad ascoltarle. È il dramma del maturo tra gli immaturi. Molto giustamente, Rosellina Balbi, in un’intervista a Levi, ricorda l’analoga situazione nella quale si viene a trovare il protagonista di Napoli milionaria (1945) di Eduardo De Filippo: “l’uomo che torna a casa dopo il tempo dell’orrore, e quell’orrore vuole raccontarlo, vuole dividerlo con qualcuno per liberarsene;e invece, tutti gli dicono ‘ma lascia stare, è tutto passato mangia, bevi e non pensarci più’. E parlano d’altro”. […]

Levi si era posto sulla lunghezza d’onda di un’altra vittima di Auschwitz, l’olandese Etty Hillesum, quando sosteneva: “Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”. Per tener fede a un programma siffatto, Levi riviveva e scriveva le sue drammatiche esperienze per una sorta di dovere verso i morti e il prossimo contemporaneo e futuro, prima ancora che per se stesso.
Senza volerlo, e anzi ribellandosi spesso a questa immagine, era col tempo una sorta di laico “santo ebraico” (come se ne trovano nelle pagine di Joseph Roth o Isaac Bachevis Singer): uno scrittore vittima e testimone della tragedia umana. “L’ebreo che ricorda e capisce (o cerca di capire) è portato, da sempre, a testimoniare. In questo senso ogni ebreo che si rispetti è un profeta. Levi fu un profeta laico con antica ossatura biblico-religiosa”. La sua indagine sul perché del passato si saldava con lo sguardo sul dolore di oggi, sul male che continuava, sotto altre forme (meno assolute) a trionfare, sulla propria sofferenza e stanchezza, sulla malattia dell’anziana madre, della quale si era preso completamente carico. […]

L’uomo, la prima specie auto-minacciata

Di seguito un estratto del capitolo tratto dal capitolo Sette miliardi di umani nell’Antropocene: cambiamenti ambientali e scenari di popolazione di Telmo Pievani da Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola di Neodemos:

[…] Secondo Edward O. Wilson e i suoi colleghi statistici e matematici di Harvard che hanno fatto i conti e le simulazioni, per fermare la traiettoria della Sesta Estinzione di massa basterebbe smettere di devastare metà della superficie terrestre, oceani inclusi*. Adesso siamo intorno al 18% di aree protette e la proposta non è quella di svuotare metà della Terra (oceani compresi) dalla popolazione umana, bensì quella di coniugare lo sviluppo sociale ed economico con una stringente salvaguardia ambientale in almeno la metà del pianeta, interrompendo l’azione nefasta e concertata dei sei fattori di cui sopra. Utopistico? Dipende. Certo, non è facile investire denaro e prendere un impegno etico a favore di qualcuno che ancora non esiste, ma bisognerà armarsi di immaginazione e provarci. Tutto sommato, potrebbe essere un modo intelligente per differenziarci dai dinosauri.
Le estinzioni di massa (purché rare) fanno un gran bene all’evoluzione, perché liberano spazio ecologico e favoriscono il ricambio delle specie. Il problema è che raramente i dominatori della fase precedente sono anche i dominatori nella successiva. La grande livellatrice passa e chi ne fa le spese di solito è chi era più specializzato alle regole ecologiche antecedenti. Se non modificheremo radicalmente i nostri modelli di sviluppo predatorio, quindi, per Homo sapiens dovremo coniare una nuova categoria della International Union for Conservation of Nature (IUCN), cioè quella di un organismo che distrugge gli ambienti con cui viene in contatto al punto tale da mettere a repentaglio non solo la biodiversità che incontra, ma anche la sua stessa sopravvivenza su un pianeta che, per il momento e per molto tempo ancora, è e resterà l’unico a disposizione. Proponiamo che la sigla IUCN sia S.E.self-endangered species. Non è una categoria molto onorevole. Si dice che l’alce irlandese (che poi non era alce e non era irlandese) si sia estinto anche a causa della crescita abnorme dei suoi palchi di corna: la selezione sessuale ha preso troppo il sopravvento sulla sopravvivenza ecologica. Sarà, ma l’alce irlandese non si era auto-proclamato sapiens e non si è accorto che stava contribuendo alla propria estinzione. Noi invece saremo la prima specie auto-minacciata e per di più consapevole di esserlo. Non è un record invidiabile. […]

*Wilson, E.O., Metà della Terra, Torino, Codice Edizioni, 2016.

Il Principe Cinque-armi

Di seguito il racconto il Principe Cinque-armi tratta dal libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

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[...] Il racconto narra di un giovane principe che aveva appena terminato gli studi militari sotto la guida di un famoso maestro. Avendo ricevuto, quale simbolo del suo rango, il titolo Principe Cinque-armi, accettò le cinque armi che il maestro gli donò, si inchinò e, munito delle cinque armi, si avviò lungo la strada che conduceva alla città del re suo padre. Lungo il cammino incontrò una foresta, alle soglie della quale alcune persone gli dissero: “Signor Principe, non avventurarti in questa foresta. Vi abita un orco chiamato Capelli Viscosi che uccide tutti gli uomini che incontra”.
Ma il Principe era pieno di coraggio e di fiducia in sé stesso come un leone crinito, ed entrò ugualmente nella foresta. Quando ne ebbe raggiunto il centro apparve l’orco. Questi si era aumentato di statura sino a raggiungere l’altezza di una palma; si era creato una testa grande come un chiosco con un pinnacolo a forma di campana, due occhi grandi come piattelli per l’elemosina, due zampe grandi come bulbi o germogli giganti; si era fatto un becco da falco; aveva il ventre coperto di pustole e le mani e i piedi color verde cupo. “Dove vai?”, domandò. “Fermati, sei mia preda!”. Il Principe Cinque-armi rispose , per nulla intimorito e pieno di fiducia nell’arte che aveva appreso: “Orco, sapevo quel che facevo quando mi avventurai in questa foresta. Farai bene a pensarci prima di assalirmi, poiché io trafiggerò le tue carni con una freccia intinta nel veleno e ti abbatterò all’istante!”.
Pronunciate queste parole minacciose, il giovane Principe accoccò sul suo arco una freccia intinta di un mortale veleno e la fece partire. La freccia si piantò tra i capelli dell’orco. Il Principe scoccò, l’una dopo l’altra, ben cinquanta frecce, e tutte si piantarono fra i capelli dell’orco. L’orco si scosse via via di dosso tutte le frecce, lasciandole cadere ai propri piedi, quindi si avvicinò al giovane.
Il Principe Cinque-armi minacciò una seconda volta l’orco e, sfoderata la spada, vibrò un magistrale fendente. La spada, lunga 33 pollici, rimase incollata ai capelli dell’orco. Allora il Principe lo colpì con una lancia, ma anch’essa rimase incollata ai capelli dell’orco. Il Principe allora lo colpì con una clava, ma anche questa rimase incollata ai capelli dell’orco.
Quando vide che anche la clava era rimasta incollata il principe disse:
“Signor orco, tu non hai mai sentito parlare di me.
Io sono il Principe Cinque-armi. Quando sono entrato in questa foresta dove tu vivi, non ho fatto assegnamento sulla freccia né su alcuna altra arma; quando sono entrato in questa foresta, ho fatto assegnamento soltanto su me stesso. Ora ti abbatterò e ti ridurrò in polvere!”
Informatolo così delle sue intenzioni, il Principe lanciò un urlo e colpì l’orco con la mano destra. La mano rimase incollata ai capelli dell’orco. Lo colpì allora con la mano sinistra, e anch’essa rimase incollata. Lo colpì con il piede destro, e anche questo rimase incollato. Lo colpì con il piede sinistro, che pure rimase incollato. Il Principe disse allora: “Ti colpirò col mio capo e ti ridurrò in polvere!” e lo colpì con il capo. E anche il capo rimase incollato ai capelli dell’orco.
Il Principe Cinque-armi, preso in cinque trappole, col corpo invischiato in cinque punti, pendeva dal corpo dell’orco. Malgrado ciò, tuttavia, non aveva paura né si considerava per vinto. Quanto all’orco, pensava: “Costui è un uomo straordinario, di nobili natali – non un uomo qualsiasi! Benché prigioniero di un orco come me, non trema e non si dispera! Da quando infesto questo bosco non ho mai incontrato uno come lui! Perché mai non ha paura?”.
Non osando mangiarlo, gli chiese: “Giovanotto, perché non hai paura? Perché non sei terrorizzato dal timore della morte?”
“Orco, perché dovrei aver paura? La morte è inevitabile nella vita. Inoltre, nel mio ventre c’è un altra arma, un fulmine. Se tu mi mangi, non riuscirai a digerirlo. Esso lacererà le tue budella in minuti frammenti e ti ucciderà. Ecco perché non ho paura!”

Il lettore deve sapere che il Principe Cinque-armi si riferiva all’Arma della Conoscenza ch’era in lui. Questo giovane eroe, infatti, altri non era che il Futuro Buddha, in una precedente incarnazione.
[…]

“Quel che dice questo giovanotto è vero” pensò l’orco, terrorizzato dal pensiero della morte. “Il mio stomaco non sarebbe capace di digerire neppure un pezzetto piccolo come un fagiolo della carne di quest’uomo straordinario. Lo lascerò andare!”. E lasciò libero il Principe. Il Futuro Buddha gli predicò la sua dottrina, lo sottomise, lo indusse a rinnegare sé stesso e lo trasformò in uno spirito della foresta. Dopo avergli raccomandato d’essere prudente, il giovane lasciò la foresta e all’uscita narrò la sua avventura agli esseri umani; poi proseguì il suo cammino.
Capelli Viscosi, l’orco che simboleggia il mondo in cui ci tengono legati i cinque sensi, e che non può venir gettato da parte con il solo aiuto delle forze fisiche, venne domato soltanto quando il Futuro Buddha, non più protetto dalle cinque armi cui doveva il suo nome, ricorse a una sesta arma, non nominata e invisibile: il divino fulmine della conoscenza del principio trascendente, che sta al di là del regno fenomenico dei nomi e delle forme. E subito non fu più prigioniero, ma libero, poiché ciò ch’egli ora si ricordava di essere è sempre libero. La forza del mostro fenomenico venne distrutta ed esso fu indotto a rinnegare sé stesso. Rinnegando sé stesso, divenne divino – uno spirito degno di ricevere offerte – così come è divino il mondo quando sia inteso non come fine a sé stesso ma come un semplice nome, una semplice forma di ciò che trascende, ed è tuttavia immanente, tutti i nome e tutte le forme.
[…] 

L’effetto Dunning-Kruger

Cos’è l’effetto Dunning-Kruger?

Secondo gli psicologi David Dunning e Justin Kruger “è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti” (fonte wikipedia). Allo stesso tempo, tale effetto può produrre la distorsione inversa, con un’affievolita percezione della propria competenza e una diminuzione della fiducia in sé stessi, poiché gli individui competenti sarebbero portati a vedere negli altri un grado di comprensione equivalente al proprio. Come sottolinea il video tratto da Ted:

“Le persone con un buon grado di esperienza o di conoscenza spesso sono poco sicure sulle proprie effettive abilità.. ne sanno abbastanza da sapere che c’è ancora un sacco da sapere.”

[…] Cosa puoi fare per capire quanto sei bravo veramente nelle diverse cose che fai?

Primo, chiedi spesso del feedback alle altre persone, e tienine conto, anche se può essere difficile da sentire.

Secondo, e più importante, continua ad imparare. Più ne sai, meno buchi invisibili avrai tra le tue conoscenze e competenze.”

 

 

 

Qui – Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own
Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments – la ricerca dei due autori Dunning e Kruger.

Qui – The Cocksure Versus the Intelligent – un bell’articolo che prova a spiegare la famosa frase di Bertrand Russell: “The trouble with the world is that the stupid are cocksure and the intelligent are full of doubt”.

Qui sotto invece un piccolo estratto dell’articolo The Merchandising of Virtue  di Nassim Nicholas Taleb:

[…] Hence the principle:

If your private life conflicts with your intellectual opinion, it cancels your intellectual ideas, not your private life

and

If your private actions do not generalize then you cannot have general ideas […]

The more costly, the more virtuous the act — particularly if it costs you your reputation. When integrity conflicts with reputation, go with integrity. […]

Così pare che stia la cosa

Di seguito un piccolo estratto dal libro Siddharta di Hermann Hesse.

[…] “Così pare, difatti, che stia la cosa. Ognuno prende, ognuno dà. Così è la vita.”
“Ma permetti: se tu non possiedi nulla cosa vuoi dare?”
“Ognuno dà di quel che ha. il guerriero dà la forza, il mercante la merce, il saggio la saggezza, il contadino il riso, il pescatore pesci.”
“Benissimo. e che cos’è dunque che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”
“Io so pensare. So aspettare. So digiunare.”
“E questo è tutto?”
“Credo sia tutto.” […]

Leggere il dolore sulle foglie

Di seguito gli ultimi due paragrafi del capitolo Imago patris: fallimento e realizzazione dell’eredità” di Massimo Recalcati tratto dal libro Eredi (AA.VV., 2012).

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[…] Il padre trasmette l’eredità non quando mostra di detenere l’ultima parola sul senso del mondo, ma quando sa proporre una soluzione singolare, quella che egli stesso ha trovato nella sua vita, per tenere insieme Legge e desiderio. La sua testimonianza non ha niente di esemplare perché la sua efficacia non consiste nel rispecchiare un modello ideale, ma nell’incarnare  singolarmente la possibilità di esistenza di un’alleanza tra desiderio e Legge.

 

 

6. Evaporazione e resistenza del padre

Il nostro tempo, affermava Lacan, è il tempo dell’evaporazione del Padre. Il nome del padre non ha più forza né consistenza, ha smarrito la sua autorevolezza simbolica. In Habemus papam di Nanni Moretti il balcone di piazza S. Pietro appare sconsolatamente vuoto, le tende battute dal vento. Nessun Padre-papa è più in grado di prendere la parola. Afasia, afonia del grande Altro. Il Padre-papa ha paura, è terrorizzato, si trasforma in un bambino che piange convulsamente. Il sacco del Nome del padre è vuoto. Il tempo del Padre come manifestazione analogica di Dio in terra si è irreversibilmente esaurito. Il cielo sopra le nostre teste è vuoto, affermava Sartre. Non vi possiamo più prelevare una bussola certa capace di orientare il cammino delle nostre vite. Dobbiamo piuttosto provare a ripensare il padre a partire dalla sua evaporazione. Allora la domanda cruciale diviene: cosa resta del padre, cosa resta del padre nel tempo della sua evaporazione? E mi rispondo così: quello che resta non è l’ultima parola sul senso del mondo, sul senso del bene e del male, sul senso della vita e della morte, ma l’atto del portare la parola, del saper dare la parola, del saper portare il fuoco della parola. Quello che resta del padre nel tempo della sua evaporazione è un atto di responsabilità in pura perdita. Una responsabilità che non vive di rendita, che non può più usufruire di alcuna autorevolezza veritativa e padronale, perché quella autorevolezza e quella padronanza sono definitivamente tramontate. Quello che resta del padre è una responsabilità che si deve ricostruire “dai piedi”, dalla testimonianza incarnata di cosa può essere alleanza tra il desiderio e la Legge.
L’etica della testimonianza paterna non è l’etica dell’ideale del Padre. Ripetiamolo: una testimnianza non è ideale, non vuole essere mai esemplare. Se lo diventa è perché il soggetto la riconosce come tale solo retroattivamente. La paternità è invece una responsabilità senza proprietà, una responsabilità illimitata. È un atto d’amore. Cos’è, infatti l’amore se non una responsabilità senza diritto di proprietà? Quanto amore ci vuole per sapere lasciare andare i propri figli? Quanta responsabilità senza alcun senso di proprietà – quanto amore senza interesse –  quanta responsabilità illimitata ci vuole per lasciarsi tramontare?

7. Leggere il dolore sulle foglie

Un padre è al di là del sangue e della biologia, ma è anche al di là del genere, del sesso. Un padre è innanzitutto l’incontro possibile con una testimonianza. C’è un padre dove c’è testimonianza incarnata di come sia possibile tenere insieme Legge e desiderio. Qualunque cosa può essere un padre. Qualunque cosa può tornare dal mare. Un allenatore di pugilato lettore della Bibbia – come è Frankie di One million dollar baby di Clint Eastwood – un vecchio pensionato, un maestro, una madre, la lettura di un classico, un’opera d’arte, uno psicoanalista… L’eredità non è eredità di sangue, ma eredità di una testimonianza. In questo senso ogni paternità è sempre adottiva. Tutto l’ultimo cinema di Eastwood esalta questa dimensione della trasmissione del desiderio al di là del sangue. Qualunque cosa, qualunque incontro contingente, può portare con sé il dono dell’alleanza tra Legge e desiderio
Mio padre compie ottant’anni. Camminava davanti a me con il passo di un gigante, le domeniche mattina, quando andavamo a visitare i bancali della serra dove giacevano doloranti le sue piante malate…. Il suo italiano incerto e il suo dialetto milanese lasciavano allora misteriosamente il posto al latino. In quella lingua antica pronunciava i nomi delle malattie delle sue piante. Leggeva sulle foglie (morsicate da insetti invisibili dai nomi misteriosi, o invase da muffe e da maculature spettrali) le loro malattie, per poi preparare le pozioni magiche per il loro trattamento. Mi sono trovato a riferire a questo ricordo infantile, più volte, il mio spiccato gusto per la diagnosi psicopatologica. Leggere gli uomini è per me un po’ come leggere le foglie malate per trovare la via giusta della cura. L’eredità del padre è l’eredità di una passione. Leggere il dolore sulle foglie: mi sono accorto di non aver continuato a fare altro che questo. Ereditare è scoprire di essere diventato quello che che ero già sempre stato, fare proprio quello che era proprio da sempre. Ha ragione Telemaco: qualcosa torna sempre dal mare.

Prometeo

Di seguito il Prometeo di J.W. Goethe tratto da Inni, (nella trad. it. di Giuliano Baioni, Einaudi 1967).

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Copri il tuo cielo, Giove,
col vapor delle nubi!
E la tua forza esercita,
come il fanciullo che svetta i cardi,
sulle querce e sui monti! 
Ché nulla puoi tu
contro la mia terra,
contro questa capanna,
che non costruisti,
contro il mio focolare,
per la cui fiamma tu 
mi porti invidia.

Io non conosco al mondo
nulla di più meschino di voi, o dèi.
Miseramente nutrite
d’oboli e preci
la vostra maestà 
ed a stento vivreste,
se bimbi e mendichi 
non fossero pieni 
di stolta speranza.

Quando ero fanciullo
e mi sentivo perduto,
volgevo al sole gli occhi smarriti,
quasi vi fosse lassù
un orecchio che udisse il mio pianto,
un cuore come il mio
che avesse pietà dell’oppresso

Chi mi aiutò
contro la tracotanza dei Titani?
Chi mi salvò da morte, 
da schiavitù?
Non hai tutto compiuto tu,
sacro ardente cuore?
E giovane e buono, ingannato, 
il tuo fervore di gratitudine 
rivolgevi a colui 
che dormiva lassù?

Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori di me ch’ero afflitto? 
Hai mai calmato le lacrime 
di me ch’ero in angoscia?

Non mi fecero uomo
il tempo onnipotente 
e l’eterno destino,
i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse
che avrei odiato la vita, 
che sarei fuggito nei deserti 
perché non tutti i sogni 
fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini
a mia immagine e somiglianza,
una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire 
e non curarsi di te, 
come me.

Il volo su Vienna e Palomar

Oggi si celebra il centenario del “Volo su Vienna” di Gabriele D’Annunzio.

Uno dei migliori italiani di sempre, il Vate ha saputo utilizzare con maestria tutti i possibili “dispositivi” per lasciare il segno su questa terra e per rinviare il più possibile quel “momento in cui sarà il tempo a logorarsi e ad estinguersi in un cielo vuoto, quando l’ultimo supporto della memoria del vivere si sarà degradato in una vampa di calore, o avrà cristallizzato i suoi atomi nel gelo d’un ordine immobile” (Italo Calvino, Palomar, 1983).

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Senza il seme, le idee e i pensieri, le parole e le azione del Vate molti di noi probabilmente non ci sarebbero stati.

Di seguito, l’estratto sui “dispositivi” di Calvino dal libro “Palomar”.

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Certo si può anche puntare sui dispositivi che assicurano la sopravvivenza almeno d’una parte di sé nella posterità, classificabili soprattutto in due categorie: il dispositivo biologico, che permette di tramandare alla discendenza quella parte di sé stessi che si chiama patrimonio genetico, e il dispositivo storico, che permette di tramandare nella memoria e nel linguaggio di chi continua a vivere quel tanto o quel poco d’esperienza che anche l’uomo più sprovveduto raccoglie e accumula. Questi dispositivi possono anche essere visti come uno solo presupponendo il susseguirsi delle generazioni come le fasi della vita d’una singola persona che continua per secoli e millenni; ma così non si fa che rinviare il problema, dalla propria morte individuale all’estinzione del genere umano, per tardi che questa possa succedere.

(9 agosto 1918 – 6 agosto 1945)

Economia e amore per la vita

“Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti.”
John Maynard Keynes

Di seguito un estratto di Economia e amore per la vita di José Mujica tratto da La felicità al potere (2016).

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[…] La nostra civiltà ricorda l’apprendista stregone. Non è più un problema di sistema, ma è un problema di civiltà. Il nostro consumo deve incrementarsi permanentemente e ha un elemento umano comprensibile e attendibile.
Nel corso della sua storia, l’uomo ha costruito civiltà sempre atte a prepararsi per l’aldilà, civiltà portentose, edificate nel nome dell’aldilà. Ora, la civiltà che spetta a noi realizzare deve cercare di riparare l'”aldiqua”, i danni che noi stessi abbiamo provocato. La nostra vita è breve e se ne va, e non esiste nulla di più importante della vita umana sul pianeta: questo è il valore centrale. Il secondo valore è la vita in generale, quella di tutte le cose viventi che ci accompagnano. Ma poiché la vita umana è al centro, vivere vuol dire morire poco a poco, a rate, inevitabilmente, e pertanto l’avventura meravigliosa della vita è costantemente messa in discussione e sotto scacco.
Se la vita è il fattore centrale, dobbiamo porci questa domanda: varrebbe la pena lottare per un mondo e per una realtà in cui questa quota di miracolo sia al riparo, accompagnata dalla possibilità di essere felici? Essendo tanto miracolosa, amiamo a tal punto la vita da lottare disperatamente contro la morte, cerchiamo di fare miracoli per prolungare l’esistenza. La vita meriterebbe che la rispettassimo molto di più, che ce ne prendessimo cura e la amassimo con maggior vigore, tentando di rovinarla meno di quanto stiamo facendo.
La nostra società è circondata da molte assurdità che cospirano contro la vita. Pur essendo il più intelligente degli animali, a volte l’uomo abbraccia una condotta stupida e idiota.
Vi pongo una domanda: cos’è la libertà? La mia definizione casareccia, da vecchio, è la seguente: sono libero quando spendo il tempo della mia vita in ciò che mi piace. Per uno sarà una cosa, per un altro un’altra, ma finché dovrò lottare per i bisogni materiali, per sostenere la mia vita, non sarò libero, sarò sottomesso  alla legge della necessità.
Quando faccio con il tempo della mia vita quel che mi piace – dormire sotto un albero, giocare a calcio, leggere un romanzo o ascoltare un concerto, è un fatto personale – allora sono me stesso, mentre non lo sono quando resto sottomesso alla legge della necessità. Pertanto posso aumentare la mia libertà avendo maggior quantità di tempo, così da spendere parte della mia vita nelle cose che mi motivano. Se dunque lasciamo astratto il concetto di libertà, non riusciamo a trasmettere la battaglia personale che tutto questo implica.
Credo che gli esseri umani, essendo animali sociali, debbano lavorare e dare un apporto alla società in cui ci è toccato vivere, altrimenti sarebbero parassiti. La nostra vita, però, non è stata fatta solo per lavorare, è stata fatta per vivere, cosa per cui è necessario avere tempo da impegnare in quello che c’è di fondamentale: tempo per gli amici, tempo per l’amore, tempo per l’avventura. Perché? Perché l’orologio della vita scorre e il tempo scivola via.
Credo che possiamo guarire la nostra civiltà cercando di dare risposta a tali questione. Non chiediamo al mercato di risolverle, non è stato fatto per questo. È piuttosto una questione di organizzazione umana e, come tale, un tema per la politica più alta.

[…] Credo che il divenire storico abbia ricreato la nostra civiltà, e anche le altre. La storia ci ha resi capitalisti, l’antropologia ci ha definiti socialisti, e noi ce ne andiamo per il mondo con addosso questa terribile contraddizione, alla ricerca di noi stessi. Verrà un tempo in cui questa doppiezza si risolverà, ma non sarà né attraverso la via della baionetta né per quella dello stivale militare. In ogni caso, è probabile che accadrà attraverso il cammino della generosità, della cultura, della conoscenza, ma soprattutto attraverso uno smisurato amore per la vita, la grande religione dell’avvenire; amore per la vita, e sopra ogni altra la vita umana, che è quasi miracolosa.

Sogno di un uomo ridicolo

Di seguito un estratto dal capitolo 1 del libro Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij.

“Io sono un uomo ridicolo. Adesso loro mi chiamano pazzo. Sarebbe un avanzamento di grado se non mi trovassero sempre lo stesso uomo ridicolo. Ma adesso non mi arrabbio più, adesso li amo tutti, e persino quando se la ridono di me, anche allora, mi sono particolarmente cari. Io stesso riderei con loro, non di me stesso, ma per l’amore che gli porto, se non fossi così triste nel vederli. Così triste perché loro non conoscono la verità, mentre io, io conosco la verità. Oh, com’è duro essere solo nel conoscere la verità! Ma questo loro non lo comprenderanno. No, loro non lo comprenderanno.
Prima invece mi affliggeva molto il fatto di avere un’aria ridicola. Non di averne l’aria, di esserlo. Sono sempre stato ridicolo e questo forse lo so dal giorno in cui sono nato. Quando avevo sette anni, forse, sapevo già di essere ridicolo. Poi sono andato a scuola, e dopo ancora all’università, e che dire?, più apprendevo le cose e più apprendevo questo, che ero ridicolo. Così che alla fine tutta la mia scienza universitaria non era altro che la prova di una cosa, non era là che per dimostrarmi e chiarire a me stesso, quanto più l’approfondivo, che ero ridicolo. E nella vita così come nella scienza. Di anno in anno sentivo crescere e rinforzarsi in me questa perpetua coscienza della mia aria ridicola sotto tutti i punti di vista. Tutti hanno sempre riso di me. Ma nessuno sapeva, né poteva rendersi conto, che se c’era un uomo sulla terra il quale più degli altri sapesse che ero ridicolo, ebbene quell’uomo ero io; ed ecco cosa io trovavo più umiliante: che loro non lo sapessero, ma questa è ancora una volta colpa mia; sono sempre stato così orgoglioso che mai e per niente al mondo l’ho voluto riconoscere davanti a qualcuno. Questo orgoglio cresceva in me di anno in anno, e se mi fossi deciso a confessarlo di fronte a chicchessia, ecco che là, quella stessa sera, mi sarei fatto saltare il cranio con un colpo di pistola. Oh, come ho sofferto durante la mia adolescenza del fatto che non avrei resistito e che, da un momento all’altro, l’avrei confessato davanti ai miei compagni. Ma da quando sono diventato un giovanotto, anche se conoscevo sempre meglio e di anno in anno questa particolarità mostruosa che era la mia, sono diventato, non so perché, un po’ più calmo. Proprio così, «non so perché», visto che fino ad oggi non sono capace di stabilirne la ragione. La ragione potrebbe trovarsi in una circostanza che fece crescere un’angoscia terribile nella mia anima, una circostanza infinitamente più forte dell’intero mio essere: intendo dire la convinzione costante che è penetrata in me che dappertutto nel mondo tutto è indifferente. […]”