Un paese per dinosauri

Di seguito riporto un bell’articolo di Virginia Della Sala per “il Fatto quotidiano” sulla presentazione del libro di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete Italiani poca gente avvenuta il 13 maggio 2019 e di cui Piero Angela ha scritto la prefazione (via Dagospia). 

ITALIANI POCA GENTE

Piero Angela ha quasi 91 anni. “Lo dico con un pizzico di civetteria, ho un po’ di ernia del disco ma la macchina funziona ancora. Farò il quarto Quark tra qualche mese!” spiega sorridendo quando lo incontriamo alla Società Geografica Italiana per parlare di demografia e del libro di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete, Italiani poca gente (Luiss University Press) di cui Angela ha scritto la prefazione. Piero Angela, oggi presenta un libro sulla denatalità in Italia. Siamo sempre meno.

Come mai?
In generale, e nella nostra politica in particolare, non c’è una visione di lungo termine.

La crisi demografica è la conseguenza di programmi tarati solo sul consenso immediato. Cambiare politica è facile e veloce, cambiare la demografia no. C’è una bellissima metafora usata da Antonio Golini: in un orologio, le lancette dei secondi rappresentano la politica, quelle dei minuti l’economia, quelle delle ore la demografia. Ma sono quest’ultime a dirti che ora è. Sembrano ferme, ma segnano il tempo.

Perché siamo passati dalla media di 2,7 figli per donna del 1964 a poco più di uno?
Quando è nato mio padre, nel 1874 (era un contemporaneo di Garibaldi!) la società italiana era contadina, al 70% analfabeta, con una vita breve e grama. Poi, dall’ analfabetismo di massa si è passati all’ università di massa, il reddito è aumentato, la vita delle persone si è trasformata. Certo, non è stato merito della politica, che non è mai servita a nulla: la democrazia è frutto di innovazione, energia, educazione, valori, comunicazione. Se lei fosse nata all’ epoca di mio padre, si sarebbe sposata a 16 anni. Invece quanti anni ha e quanti figli ha?

Trenta e niente figli.
Ecco. Sui registri matrimoniali dell’800, l’ 80% delle spose firmava con la croce.

Cosa poteva fare una donna che firmava con la croce se non sposarsi e fare dei figli? A quei tempi, lei avrebbe già avuto cinque figli e starebbe badando alla casa in campagna. E io sarei con le scarpe piene di fango a governare le mucche.

E oggi?
A 25 anni neanche ci si pensa, giustamente. La società moderna è frutto di un processo di liberazione dell’ uomo, ancor di più della donna. Le studentesse sono più degli studenti, si laureano prima e con voti migliori. La superiorità del maschio è stata smentita dall’accesso delle donne all’ istruzione. Qualunque ragazza che si laurei non vuole subito dedicarsi ai pannolini, sa che con la routine familiare alcune attività le sarebbero precluse. Quindi ritarda l’ arrivo di un figlio. Ma più lo si ritarda più diventa difficile farlo e quando arriva, ci si ferma a uno.

Come mai non se ne parla abbastanza?
A nessuno importa del futuro. Nel Rapporto sui limiti dello sviluppo realizzato ormai 50 anni fa c’era una tabella che è ancora valida: tanti quadratini delineavano lo spazio e il tempo e in ognuno bisognava segnare con un punto l’ interesse relativo al soggetto indicato. La prima casella era “Io e la mia famiglia oggi” ed era tutta piena di puntini. Man mano che si andava avanti, “il mio paese”, la “cultura”, “l’ umanità”, i puntini si diradavano. E ancora “domani”, “fra un anno”, “fra dieci”, sempre meno. La casella “Il futuro dell’ umanità” aveva un solo puntino. Ecco. Un figlio è visto sempre più come bene individuale della coppia e della donna, non della società. Ma il venir meno della sua valenza di bene collettivo si riverbera nell’ assenza di interventi per sostenere lo sviluppo demografico.

Quanto conta la ricchezza?
Si pensa sempre che siano i paesi poveri a fare più figli ed è vero. I figli sono considerati un investimento: in Africa sono una risorsa. Non serve una stanza in più, portarli a nuoto o a danza. A cinque anni già conducono le pecore al pascolo. Eppure anche in alcuni Paesi ricchi dell’ Ue si fanno più figli, questo perché ci sono servizi e attenzione al tema. L’Italia è l’ unico Paese che dà più ai pensionati che alle madri. Il sistema è rovesciato. Così, se non hai dove mettere il figlio mentre lavori, è un problema. O se lo hai, costa molto.

Se invece hai l’ asilo nido, la possibilità di lavorare, due stipendi e aiuti forti, dalla detassazione ai contributi – non un bonus da 80 euro – allora è chiaro che fai più figli. Ci sono sondaggi, per quel che valgono, che dicono che le donne vogliono avere figli. E se si chiede loro quanti, rispondono “due”. In Francia, ad esempio, tutti possono disporre di scuole materne, asili nido, sia nel quartiere che nelle aziende. E la media è di due figli per donna.

Perché non si investe su questo, allora?
I pensionati votano, i neonati no. Investire sulle persone anziane dà un risultato visibile immediato mentre investire sulla natalità significa vedere i risultati a 20 anni di distanza. Nella vita sociale ci sono tre segmenti: lo studio, il lavoro e la pensione. Un tempo lo studio era poco, il tempo di lavoro lungo, la pensione breve perché si moriva subito. Era un sistema sostenibile. Oggi tutto è rovesciato, pochi figli dovranno mantenere molti anziani – oltretutto sempre più costosi – e pagare le loro pensioni. Una volta c’ erano due figli per un genitore superstite, oggi due genitori superstiti per un figlio. Queste cose si pagano.

La demografia ci presenta un quadro inquietante.

Quale?
Che società può essere una di soli vecchi? Oggi i centenari sono circa 117mila, nel 2050 si stima saranno 150mila. Anche a me piacerebbe arrivare a 200 anni, ma solo se in motocicletta e con una bionda sul sellino posteriore, non inebetito su una sedia a rotelle.

I migranti possono colmare il gap di natalità?
Andiamo verso una società tecnologica in cui occorrono specializzazioni e innovazione ma con gli ascensori sociali già bloccati: riusciremo a non lasciarli indietro e a integrare soprattutto le seconde generazioni? Se sì, bene, altrimenti rischiamo di diventare un paese di braccianti e tornare a una società dell’ 800.

Che cos’è lo sviluppo sostenibile

Di seguito l’articolo di Carlo Orecchia Che cos’è lo sviluppo sostenibile tratto dalla rivista Buddismo e società n. 195.

L’idea di sviluppo sostenibile nasce nel 1972 con la conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi a Stoccolma, dove per la prima volta viene messa in discussione la compatibilità della crescita economica con il mantenimento della sostenibilità ambientale. Nello stesso anno è pubblicato dal Club di Roma il best seller I limiti dello sviluppo che dimostra, con l’utilizzo di modelli matematici, che la continua crescita economica si sarebbe nel futuro scontrata con la limitatezza delle risorse naturali, portando a un loro esaurimento e al collasso delle economie mondiali.
Con il rapporto Brundtland (Our common future) del 1987 l’idea trova poi la sua formalizzazione nella famosa frase: «Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri». Questo concetto intergenerazionale di sviluppo sarà a lungo ripreso dall’Onu, per esempio al Summit sulla Terra di Rio de Janeiro del 1992 dove, nella celebre Dichiarazione di Rio, si stabilisce che lo «sviluppo attuale non deve minacciare i bisogni della presente generazione e di quelle future».
Nel corso del tempo, il concetto di sviluppo sostenibile si evolverà tentando di comprendere le interazioni tra tre sistemi complessi: economia, società e ambiente fisico. Come si può trasformare un’economia mondiale di 7,7 miliardi di individui e che produce oltre 80 trilioni di dollari di Prodotto interno lordo? Perché continua a esserci povertà e così tanta disuguaglianza? Come impedire lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali? Come eliminare l’inquinamento e i danni ambientali? Come evitare i cambiamenti climatici? Lo sviluppo sostenibile cerca di rispondere a tali quesiti e di individuare anche un percorso di riforma (action plan) capace di attuare il cambiamento con il coinvolgimento di tutti gli attori: non solo i governi ma anche le imprese e i cittadini.
A Johannesburg nel 2002, al summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, si parla di queste tre componenti dello sviluppo sostenibile come di tre pilastri indipendenti che si sostengono vicendevolmente. Questa stessa visione è ripresa nel 2012 in occasione del ventesimo anniversario del Summit di Rio (Rio+20), tanto che nel documento finale (The future we want) si afferma esplicitamente: «Ribadiamo la necessità di conseguire lo sviluppo sostenibile attraverso la promozione di una crescita economica sostenuta, inclusiva ed equa, creando maggiori opportunità per tutti, riducendo le disuguaglianze, innalzando gli standard di base della vita, favorendo uno sviluppo sociale equo e l’inclusione, promuovendo una gestione integrata e sostenibile delle risorse naturali, facilitando nel contempo la conservazione, la rigenerazione e il recupero degli ecosistemi e la resilienza di fronte alle sfide nuove ed emergenti».
Infine, nel settembre 2015 l’Onu adotta il documento Transforming our World: the 2030 Agenda for Sustainable Development, lo schema di riferimento dal 2015 al 2030 per garantire uno sviluppo capace di realizzare pace e benessere per l’intera società senza compromettere l’ambiente. Una visione globale che abbraccia tutte le nazioni, dove si immagina un’umanità libera dalla povertà, dalla fame, dalla malattia e dalla mancanza, dove ogni vita possa prosperare.

Fonte: Jeffrey Sachs, L’era dello sviluppo sostenibile, Egea, 2015

Si veda anche Olimpio Guerra, Lo sviluppo sostenibile, Bibliosofica, 2000

I giovani e l’idea di umanità

Di seguito un estratto del paragrafo I giovani e l’idea di umanità del libro La rivoluzione giovanile di Salvatore Valitutti.

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Uno stimolo alle iniziative intese a salvaguardare e a sviluppare le energie della gioventù è dato dall’ideale di umanità, così com’esso è sentito e concepito in una certa fase storica della vita spirituale dell’Europa.
L’educazione classica ha sempre avuto il fine di formare l’uomo, di svolgere in lui e renderli al massimo operanti i poteri creativi dell’humanitas. Ma l’umanità che costituisce l’ideale dell’educazione classica ha il suo sviluppo storico; è una forma inscindibile dal suo contenuto che è necessariamente storico. Affinché tale forma si realizzi è necessario che l’educazione sia storica. E’ impossibile formare l’uomo, secondo l’ideale dell’educazione classica, al di fuori del rapporto diretto con le più pure creazioni dello spirito nel suo svolgimento storico. Quel che invece caratterizza l’idea dell’umanità, quale si diffonde ed opera in un certo momento della vita europea è che essa colloca tutta l’umanità nell’avvenire. Nel passato non ci sono che manifestazioni imperfette e parziali, il valore delle quali non consiste che nel testimoniare, da una parte, che il progresso dell’umanità è possibile e, dall’altra che per renderlo regolare  e continuo basta eliminare le cause che finora lo hanno ostacolato e ritardato.
La nuova idea dell’umanità è strettamente congiunta a quella del progresso. Come ci può essere una vera umanità, così ci può essere un vero progresso, ossia un progresso rapido e continuo. Solo l’umanità pura è capace di questo progresso. Non ha importanza se la nuova umanità sia vista apparire, come la vede Rouseeau, all’alba della vita. Quel che conta è che essa sia posta fuori dagli erramenti della storia. Che l’avvenire in cui trionferà la vera umanità sia o non sia collegato ad un passato preistorico è del tutto secondario. Ciò che ha valore è che gli sforzi intesi ad aprirle la strada siano orientati verso l’avvenire.
Questa idea ha una grande efficacia operativa specie, se non soprattutto, nel campo dell’educazione. Essa non ha questa efficacia in un momento in cui è necessario fare il massimo sforzo per distruggere vecchi ma tenaci istituzioni ed usi inveterati.

I fanciulli e i giovani appaiono ai novatori come coloro che hanno ancora integre in se stessi le forze della pura umanità. Da ciò la grande importanza che ha l’educazione nel loro pensiero e nella loro azione. L’educazione deve salvare e sviluppare le forze che sono nella gioventù. Tutto il male è negli adulti, tutto il bene è nascosto nella vita dei giovani. La scuola dei giovani è, come dirà più tardi Fichte, l’isola dell’avvenire nel mondo presente. Bisogna far sì che nulla menomi e tutto salvaguardi ed accresca l’intima fertilità di quest’isola.

Anche Immanuel Kant si fa assertore dell’educazione come mezzo per la formazione della pura e piena umanità. Nel suo pensiero educativo non c’è solo questo motivo; ce ne sono altri che lo contengono e lo smentiscono. È sua per esempio, l’idea rigoristica della disciplina per mezzo della quale la rozza volontà si umanizza. Egli colloca tuttavia la speranza e la previsione della natura umana. “Forse l’educazione – egli dice – migliorerà, ed ogni generazione farà un passo innanzi verso il perfezionamento dell’umanità, poiché il gran segreto della perfezione umana è nell’educazione stessa… È meraviglioso pensare che la natura umana possa divenire sempre più progredita grazie all’educazione e che si possa elevare quest’ultima al progresso dell’umanità. Ciò ci dà la prospettiva di una futura felicità della specie umana”.

Egli perciò che i fanciulli non siano educati conformemente alle esigenze dello stato presente ma “per uno stato migliore possibile nell’avvenire secondo l’idea dell’umanità e della sua destinazione” . Ma chi può farsi organo dell’idea di educazione secondo l’idea dell’umanità, considerato che una generazione non può essere educata che da un altra generazione? Come la generazione educatrice potrebbe sottrarsi ai limiti della sua condizione storica? Kant aveva già notato che solo se un essere superiore si prendesse cura di noi, noi vedremmo tutto quello che l’uomo potrebbe diventare. Ma egli non si scoraggia. Constatato che, in generale, in genitori allevano i figli solo in modo che si trovino bene nel loro tempo, sia pur questo corrotto, e che gli Stati considerano i sudditi come strumenti per i loro intenti, e che perciò né gli uni, né gli altri hanno per fine per fine ultimo il bene universale e la perfezione a cui l’umanità è destinata e per cui ha disposizione, nota che il disegno di un piano educativo deve diventare necessariamente cosmopolita e che di esso non possono prendere iniziativa che i privati, le persone pù assennate e competenti. “Ogni cultura – egli dice – comincia dai privati e da questi si diffonde. La natura umana può avvicinarsi alla sua meta unicamente in virtù dello zelo di persone dotate di generosi sentimenti da interessarsi al bene sociale e assurgere alla concezione di uno Stato migliore, possibile in avvenire”. […]

Il dramma del maturo tra gli immaturi

Di seguito un estratto del paragrafo 22. L’ora incerta di un uomo maturo da Immaturità di Francesco Matteo Cataluccio (ed. 2014).

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[…] Tzvetan Todorov, in Di fronte all’estremo (1991), ricorda che Levi attribuiva l’angoscia che sentiva a un senso di vergogna per aver vissuto ciò che aveva vissuto associato a un diffuso e insopportabile senso di colpa.
Tre tipi diversi di vergogna attanagliano il sopravvissuto:
1) la vergogna del ricordo (“L’opera di bestializzazione… era stata portata a compimento dai tedeschi. È uomo chi uccide… Non è un uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere”; 2) la vergogna di sopravvivere (“Sopravvivevano i peggiorii, cioè i più adatti, i migliori sono morti tutti….”); 3) la vergogna di essere umani (“Mi sentivo colpevole di essere uomo perché gli uomini avevano edificato Auschwitz”). Levi li sentiva tutti e tre con identica forza e aveva scelto (ma si tratta veramente di una scelta?) di non dimenticare, di non nascondere nulla a se stesso e agli altri: perché anche gli altri ricordassero.
Levi è l’esempio di un uomo maturato tragicamente molto oltre la soglia che di solito viene concessa a un individuo durante una vita normale. Da questo derivò il suo isolamento. Era troppo maturo e pesante per gli altri. Le cose che raccontava erano “incredibili” perché simili a quelle di uno che è tornato dall’Inferno. In un mondo che continuava ad andare, nonostante la tremenda bufera appena passata, verso il trionfo dell’immaturità, Levi era troppo “diverso”, comprensibilmente non voleva esserlo ma sentiva il dovere di testimoniare la sua esperienza per rispetto di colore che erano con lui ed erano morti. La molla che fa, dunque, scattare il bisogno di scrivere è il sospetto (e, spesso, la certezza) che gli altri o non capiscano i racconti delle terribili vicende passate o addirittura, provino fastidio ad ascoltarle. È il dramma del maturo tra gli immaturi. Molto giustamente, Rosellina Balbi, in un’intervista a Levi, ricorda l’analoga situazione nella quale si viene a trovare il protagonista di Napoli milionaria (1945) di Eduardo De Filippo: “l’uomo che torna a casa dopo il tempo dell’orrore, e quell’orrore vuole raccontarlo, vuole dividerlo con qualcuno per liberarsene;e invece, tutti gli dicono ‘ma lascia stare, è tutto passato mangia, bevi e non pensarci più’. E parlano d’altro”. […]

Levi si era posto sulla lunghezza d’onda di un’altra vittima di Auschwitz, l’olandese Etty Hillesum, quando sosteneva: “Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”. Per tener fede a un programma siffatto, Levi riviveva e scriveva le sue drammatiche esperienze per una sorta di dovere verso i morti e il prossimo contemporaneo e futuro, prima ancora che per se stesso.
Senza volerlo, e anzi ribellandosi spesso a questa immagine, era col tempo una sorta di laico “santo ebraico” (come se ne trovano nelle pagine di Joseph Roth o Isaac Bachevis Singer): uno scrittore vittima e testimone della tragedia umana. “L’ebreo che ricorda e capisce (o cerca di capire) è portato, da sempre, a testimoniare. In questo senso ogni ebreo che si rispetti è un profeta. Levi fu un profeta laico con antica ossatura biblico-religiosa”. La sua indagine sul perché del passato si saldava con lo sguardo sul dolore di oggi, sul male che continuava, sotto altre forme (meno assolute) a trionfare, sulla propria sofferenza e stanchezza, sulla malattia dell’anziana madre, della quale si era preso completamente carico. […]

L’uomo, la prima specie auto-minacciata

Di seguito un estratto del capitolo tratto dal capitolo Sette miliardi di umani nell’Antropocene: cambiamenti ambientali e scenari di popolazione di Telmo Pievani da Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola di Neodemos:

[…] Secondo Edward O. Wilson e i suoi colleghi statistici e matematici di Harvard che hanno fatto i conti e le simulazioni, per fermare la traiettoria della Sesta Estinzione di massa basterebbe smettere di devastare metà della superficie terrestre, oceani inclusi*. Adesso siamo intorno al 18% di aree protette e la proposta non è quella di svuotare metà della Terra (oceani compresi) dalla popolazione umana, bensì quella di coniugare lo sviluppo sociale ed economico con una stringente salvaguardia ambientale in almeno la metà del pianeta, interrompendo l’azione nefasta e concertata dei sei fattori di cui sopra. Utopistico? Dipende. Certo, non è facile investire denaro e prendere un impegno etico a favore di qualcuno che ancora non esiste, ma bisognerà armarsi di immaginazione e provarci. Tutto sommato, potrebbe essere un modo intelligente per differenziarci dai dinosauri.
Le estinzioni di massa (purché rare) fanno un gran bene all’evoluzione, perché liberano spazio ecologico e favoriscono il ricambio delle specie. Il problema è che raramente i dominatori della fase precedente sono anche i dominatori nella successiva. La grande livellatrice passa e chi ne fa le spese di solito è chi era più specializzato alle regole ecologiche antecedenti. Se non modificheremo radicalmente i nostri modelli di sviluppo predatorio, quindi, per Homo sapiens dovremo coniare una nuova categoria della International Union for Conservation of Nature (IUCN), cioè quella di un organismo che distrugge gli ambienti con cui viene in contatto al punto tale da mettere a repentaglio non solo la biodiversità che incontra, ma anche la sua stessa sopravvivenza su un pianeta che, per il momento e per molto tempo ancora, è e resterà l’unico a disposizione. Proponiamo che la sigla IUCN sia S.E.self-endangered species. Non è una categoria molto onorevole. Si dice che l’alce irlandese (che poi non era alce e non era irlandese) si sia estinto anche a causa della crescita abnorme dei suoi palchi di corna: la selezione sessuale ha preso troppo il sopravvento sulla sopravvivenza ecologica. Sarà, ma l’alce irlandese non si era auto-proclamato sapiens e non si è accorto che stava contribuendo alla propria estinzione. Noi invece saremo la prima specie auto-minacciata e per di più consapevole di esserlo. Non è un record invidiabile. […]

*Wilson, E.O., Metà della Terra, Torino, Codice Edizioni, 2016.

Il Principe Cinque-armi

Di seguito il racconto il Principe Cinque-armi tratta dal libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

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[...] Il racconto narra di un giovane principe che aveva appena terminato gli studi militari sotto la guida di un famoso maestro. Avendo ricevuto, quale simbolo del suo rango, il titolo Principe Cinque-armi, accettò le cinque armi che il maestro gli donò, si inchinò e, munito delle cinque armi, si avviò lungo la strada che conduceva alla città del re suo padre. Lungo il cammino incontrò una foresta, alle soglie della quale alcune persone gli dissero: “Signor Principe, non avventurarti in questa foresta. Vi abita un orco chiamato Capelli Viscosi che uccide tutti gli uomini che incontra”.
Ma il Principe era pieno di coraggio e di fiducia in sé stesso come un leone crinito, ed entrò ugualmente nella foresta. Quando ne ebbe raggiunto il centro apparve l’orco. Questi si era aumentato di statura sino a raggiungere l’altezza di una palma; si era creato una testa grande come un chiosco con un pinnacolo a forma di campana, due occhi grandi come piattelli per l’elemosina, due zampe grandi come bulbi o germogli giganti; si era fatto un becco da falco; aveva il ventre coperto di pustole e le mani e i piedi color verde cupo. “Dove vai?”, domandò. “Fermati, sei mia preda!”. Il Principe Cinque-armi rispose , per nulla intimorito e pieno di fiducia nell’arte che aveva appreso: “Orco, sapevo quel che facevo quando mi avventurai in questa foresta. Farai bene a pensarci prima di assalirmi, poiché io trafiggerò le tue carni con una freccia intinta nel veleno e ti abbatterò all’istante!”.
Pronunciate queste parole minacciose, il giovane Principe accoccò sul suo arco una freccia intinta di un mortale veleno e la fece partire. La freccia si piantò tra i capelli dell’orco. Il Principe scoccò, l’una dopo l’altra, ben cinquanta frecce, e tutte si piantarono fra i capelli dell’orco. L’orco si scosse via via di dosso tutte le frecce, lasciandole cadere ai propri piedi, quindi si avvicinò al giovane.
Il Principe Cinque-armi minacciò una seconda volta l’orco e, sfoderata la spada, vibrò un magistrale fendente. La spada, lunga 33 pollici, rimase incollata ai capelli dell’orco. Allora il Principe lo colpì con una lancia, ma anch’essa rimase incollata ai capelli dell’orco. Il Principe allora lo colpì con una clava, ma anche questa rimase incollata ai capelli dell’orco.
Quando vide che anche la clava era rimasta incollata il principe disse:
“Signor orco, tu non hai mai sentito parlare di me.
Io sono il Principe Cinque-armi. Quando sono entrato in questa foresta dove tu vivi, non ho fatto assegnamento sulla freccia né su alcuna altra arma; quando sono entrato in questa foresta, ho fatto assegnamento soltanto su me stesso. Ora ti abbatterò e ti ridurrò in polvere!”
Informatolo così delle sue intenzioni, il Principe lanciò un urlo e colpì l’orco con la mano destra. La mano rimase incollata ai capelli dell’orco. Lo colpì allora con la mano sinistra, e anch’essa rimase incollata. Lo colpì con il piede destro, e anche questo rimase incollato. Lo colpì con il piede sinistro, che pure rimase incollato. Il Principe disse allora: “Ti colpirò col mio capo e ti ridurrò in polvere!” e lo colpì con il capo. E anche il capo rimase incollato ai capelli dell’orco.
Il Principe Cinque-armi, preso in cinque trappole, col corpo invischiato in cinque punti, pendeva dal corpo dell’orco. Malgrado ciò, tuttavia, non aveva paura né si considerava per vinto. Quanto all’orco, pensava: “Costui è un uomo straordinario, di nobili natali – non un uomo qualsiasi! Benché prigioniero di un orco come me, non trema e non si dispera! Da quando infesto questo bosco non ho mai incontrato uno come lui! Perché mai non ha paura?”.
Non osando mangiarlo, gli chiese: “Giovanotto, perché non hai paura? Perché non sei terrorizzato dal timore della morte?”
“Orco, perché dovrei aver paura? La morte è inevitabile nella vita. Inoltre, nel mio ventre c’è un altra arma, un fulmine. Se tu mi mangi, non riuscirai a digerirlo. Esso lacererà le tue budella in minuti frammenti e ti ucciderà. Ecco perché non ho paura!”

Il lettore deve sapere che il Principe Cinque-armi si riferiva all’Arma della Conoscenza ch’era in lui. Questo giovane eroe, infatti, altri non era che il Futuro Buddha, in una precedente incarnazione.
[…]

“Quel che dice questo giovanotto è vero” pensò l’orco, terrorizzato dal pensiero della morte. “Il mio stomaco non sarebbe capace di digerire neppure un pezzetto piccolo come un fagiolo della carne di quest’uomo straordinario. Lo lascerò andare!”. E lasciò libero il Principe. Il Futuro Buddha gli predicò la sua dottrina, lo sottomise, lo indusse a rinnegare sé stesso e lo trasformò in uno spirito della foresta. Dopo avergli raccomandato d’essere prudente, il giovane lasciò la foresta e all’uscita narrò la sua avventura agli esseri umani; poi proseguì il suo cammino.
Capelli Viscosi, l’orco che simboleggia il mondo in cui ci tengono legati i cinque sensi, e che non può venir gettato da parte con il solo aiuto delle forze fisiche, venne domato soltanto quando il Futuro Buddha, non più protetto dalle cinque armi cui doveva il suo nome, ricorse a una sesta arma, non nominata e invisibile: il divino fulmine della conoscenza del principio trascendente, che sta al di là del regno fenomenico dei nomi e delle forme. E subito non fu più prigioniero, ma libero, poiché ciò ch’egli ora si ricordava di essere è sempre libero. La forza del mostro fenomenico venne distrutta ed esso fu indotto a rinnegare sé stesso. Rinnegando sé stesso, divenne divino – uno spirito degno di ricevere offerte – così come è divino il mondo quando sia inteso non come fine a sé stesso ma come un semplice nome, una semplice forma di ciò che trascende, ed è tuttavia immanente, tutti i nome e tutte le forme.
[…] 

L’effetto Dunning-Kruger

Cos’è l’effetto Dunning-Kruger?

Secondo gli psicologi David Dunning e Justin Kruger “è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti” (fonte wikipedia). Allo stesso tempo, tale effetto può produrre la distorsione inversa, con un’affievolita percezione della propria competenza e una diminuzione della fiducia in sé stessi, poiché gli individui competenti sarebbero portati a vedere negli altri un grado di comprensione equivalente al proprio. Come sottolinea il video tratto da Ted:

“Le persone con un buon grado di esperienza o di conoscenza spesso sono poco sicure sulle proprie effettive abilità.. ne sanno abbastanza da sapere che c’è ancora un sacco da sapere.”

[…] Cosa puoi fare per capire quanto sei bravo veramente nelle diverse cose che fai?

Primo, chiedi spesso del feedback alle altre persone, e tienine conto, anche se può essere difficile da sentire.

Secondo, e più importante, continua ad imparare. Più ne sai, meno buchi invisibili avrai tra le tue conoscenze e competenze.”

 

 

 

Qui – Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own
Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments – la ricerca dei due autori Dunning e Kruger.

Qui – The Cocksure Versus the Intelligent – un bell’articolo che prova a spiegare la famosa frase di Bertrand Russell: “The trouble with the world is that the stupid are cocksure and the intelligent are full of doubt”.

Qui sotto invece un piccolo estratto dell’articolo The Merchandising of Virtue  di Nassim Nicholas Taleb:

[…] Hence the principle:

If your private life conflicts with your intellectual opinion, it cancels your intellectual ideas, not your private life

and

If your private actions do not generalize then you cannot have general ideas […]

The more costly, the more virtuous the act — particularly if it costs you your reputation. When integrity conflicts with reputation, go with integrity. […]

Così pare che stia la cosa

Di seguito un piccolo estratto dal libro Siddharta di Hermann Hesse.

[…] “Così pare, difatti, che stia la cosa. Ognuno prende, ognuno dà. Così è la vita.”
“Ma permetti: se tu non possiedi nulla cosa vuoi dare?”
“Ognuno dà di quel che ha. il guerriero dà la forza, il mercante la merce, il saggio la saggezza, il contadino il riso, il pescatore pesci.”
“Benissimo. e che cos’è dunque che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”
“Io so pensare. So aspettare. So digiunare.”
“E questo è tutto?”
“Credo sia tutto.” […]

Leggere il dolore sulle foglie

Di seguito gli ultimi due paragrafi del capitolo Imago patris: fallimento e realizzazione dell’eredità” di Massimo Recalcati tratto dal libro Eredi (AA.VV., 2012).

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[…] Il padre trasmette l’eredità non quando mostra di detenere l’ultima parola sul senso del mondo, ma quando sa proporre una soluzione singolare, quella che egli stesso ha trovato nella sua vita, per tenere insieme Legge e desiderio. La sua testimonianza non ha niente di esemplare perché la sua efficacia non consiste nel rispecchiare un modello ideale, ma nell’incarnare  singolarmente la possibilità di esistenza di un’alleanza tra desiderio e Legge.

 

 

6. Evaporazione e resistenza del padre

Il nostro tempo, affermava Lacan, è il tempo dell’evaporazione del Padre. Il nome del padre non ha più forza né consistenza, ha smarrito la sua autorevolezza simbolica. In Habemus papam di Nanni Moretti il balcone di piazza S. Pietro appare sconsolatamente vuoto, le tende battute dal vento. Nessun Padre-papa è più in grado di prendere la parola. Afasia, afonia del grande Altro. Il Padre-papa ha paura, è terrorizzato, si trasforma in un bambino che piange convulsamente. Il sacco del Nome del padre è vuoto. Il tempo del Padre come manifestazione analogica di Dio in terra si è irreversibilmente esaurito. Il cielo sopra le nostre teste è vuoto, affermava Sartre. Non vi possiamo più prelevare una bussola certa capace di orientare il cammino delle nostre vite. Dobbiamo piuttosto provare a ripensare il padre a partire dalla sua evaporazione. Allora la domanda cruciale diviene: cosa resta del padre, cosa resta del padre nel tempo della sua evaporazione? E mi rispondo così: quello che resta non è l’ultima parola sul senso del mondo, sul senso del bene e del male, sul senso della vita e della morte, ma l’atto del portare la parola, del saper dare la parola, del saper portare il fuoco della parola. Quello che resta del padre nel tempo della sua evaporazione è un atto di responsabilità in pura perdita. Una responsabilità che non vive di rendita, che non può più usufruire di alcuna autorevolezza veritativa e padronale, perché quella autorevolezza e quella padronanza sono definitivamente tramontate. Quello che resta del padre è una responsabilità che si deve ricostruire “dai piedi”, dalla testimonianza incarnata di cosa può essere alleanza tra il desiderio e la Legge.
L’etica della testimonianza paterna non è l’etica dell’ideale del Padre. Ripetiamolo: una testimnianza non è ideale, non vuole essere mai esemplare. Se lo diventa è perché il soggetto la riconosce come tale solo retroattivamente. La paternità è invece una responsabilità senza proprietà, una responsabilità illimitata. È un atto d’amore. Cos’è, infatti l’amore se non una responsabilità senza diritto di proprietà? Quanto amore ci vuole per sapere lasciare andare i propri figli? Quanta responsabilità senza alcun senso di proprietà – quanto amore senza interesse –  quanta responsabilità illimitata ci vuole per lasciarsi tramontare?

7. Leggere il dolore sulle foglie

Un padre è al di là del sangue e della biologia, ma è anche al di là del genere, del sesso. Un padre è innanzitutto l’incontro possibile con una testimonianza. C’è un padre dove c’è testimonianza incarnata di come sia possibile tenere insieme Legge e desiderio. Qualunque cosa può essere un padre. Qualunque cosa può tornare dal mare. Un allenatore di pugilato lettore della Bibbia – come è Frankie di One million dollar baby di Clint Eastwood – un vecchio pensionato, un maestro, una madre, la lettura di un classico, un’opera d’arte, uno psicoanalista… L’eredità non è eredità di sangue, ma eredità di una testimonianza. In questo senso ogni paternità è sempre adottiva. Tutto l’ultimo cinema di Eastwood esalta questa dimensione della trasmissione del desiderio al di là del sangue. Qualunque cosa, qualunque incontro contingente, può portare con sé il dono dell’alleanza tra Legge e desiderio
Mio padre compie ottant’anni. Camminava davanti a me con il passo di un gigante, le domeniche mattina, quando andavamo a visitare i bancali della serra dove giacevano doloranti le sue piante malate…. Il suo italiano incerto e il suo dialetto milanese lasciavano allora misteriosamente il posto al latino. In quella lingua antica pronunciava i nomi delle malattie delle sue piante. Leggeva sulle foglie (morsicate da insetti invisibili dai nomi misteriosi, o invase da muffe e da maculature spettrali) le loro malattie, per poi preparare le pozioni magiche per il loro trattamento. Mi sono trovato a riferire a questo ricordo infantile, più volte, il mio spiccato gusto per la diagnosi psicopatologica. Leggere gli uomini è per me un po’ come leggere le foglie malate per trovare la via giusta della cura. L’eredità del padre è l’eredità di una passione. Leggere il dolore sulle foglie: mi sono accorto di non aver continuato a fare altro che questo. Ereditare è scoprire di essere diventato quello che che ero già sempre stato, fare proprio quello che era proprio da sempre. Ha ragione Telemaco: qualcosa torna sempre dal mare.

Prometeo

Di seguito il Prometeo di J.W. Goethe tratto da Inni, (nella trad. it. di Giuliano Baioni, Einaudi 1967).

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Copri il tuo cielo, Giove,
col vapor delle nubi!
E la tua forza esercita,
come il fanciullo che svetta i cardi,
sulle querce e sui monti! 
Ché nulla puoi tu
contro la mia terra,
contro questa capanna,
che non costruisti,
contro il mio focolare,
per la cui fiamma tu 
mi porti invidia.

Io non conosco al mondo
nulla di più meschino di voi, o dèi.
Miseramente nutrite
d’oboli e preci
la vostra maestà 
ed a stento vivreste,
se bimbi e mendichi 
non fossero pieni 
di stolta speranza.

Quando ero fanciullo
e mi sentivo perduto,
volgevo al sole gli occhi smarriti,
quasi vi fosse lassù
un orecchio che udisse il mio pianto,
un cuore come il mio
che avesse pietà dell’oppresso

Chi mi aiutò
contro la tracotanza dei Titani?
Chi mi salvò da morte, 
da schiavitù?
Non hai tutto compiuto tu,
sacro ardente cuore?
E giovane e buono, ingannato, 
il tuo fervore di gratitudine 
rivolgevi a colui 
che dormiva lassù?

Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori di me ch’ero afflitto? 
Hai mai calmato le lacrime 
di me ch’ero in angoscia?

Non mi fecero uomo
il tempo onnipotente 
e l’eterno destino,
i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse
che avrei odiato la vita, 
che sarei fuggito nei deserti 
perché non tutti i sogni 
fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini
a mia immagine e somiglianza,
una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire 
e non curarsi di te, 
come me.