Il volo su Vienna e Palomar

Oggi si celebra il centenario del “Volo su Vienna” di Gabriele D’Annunzio.

Uno dei migliori italiani di sempre, il Vate ha saputo utilizzare con maestria tutti i possibili “dispositivi” per lasciare il segno su questa terra e per rinviare il più possibile quel “momento in cui sarà il tempo a logorarsi e ad estinguersi in un cielo vuoto, quando l’ultimo supporto della memoria del vivere si sarà degradato in una vampa di calore, o avrà cristallizzato i suoi atomi nel gelo d’un ordine immobile” (Italo Calvino, Palomar, 1983).

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Senza il seme, le idee e i pensieri, le parole e le azione del Vate molti di noi probabilmente non ci sarebbero stati.

Di seguito, l’estratto sui “dispositivi” di Calvino dal libro “Palomar”.

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Certo si può anche puntare sui dispositivi che assicurano la sopravvivenza almeno d’una parte di sé nella posterità, classificabili soprattutto in due categorie: il dispositivo biologico, che permette di tramandare alla discendenza quella parte di sé stessi che si chiama patrimonio genetico, e il dispositivo storico, che permette di tramandare nella memoria e nel linguaggio di chi continua a vivere quel tanto o quel poco d’esperienza che anche l’uomo più sprovveduto raccoglie e accumula. Questi dispositivi possono anche essere visti come uno solo presupponendo il susseguirsi delle generazioni come le fasi della vita d’una singola persona che continua per secoli e millenni; ma così non si fa che rinviare il problema, dalla propria morte individuale all’estinzione del genere umano, per tardi che questa possa succedere.

Onora il padre e la madre

Di seguito alcuni estratti del capitolo IV Onora il padre e la madre del libro di Fernando Savater I dieci comandamenti nel XXI secolo (2005).

LA PROTEZIONE PATERNA

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Luis de Sebastian spiega le ragioni degli ebrei al tempo in cui stabilirono il quarto comandamento: “Mosè stava cercando di formare un popolo omogeneo e unito, e intuì con chiarezza che la famiglia era un elemento basilare dell’ordine sociale. L’autorità paterna era il vincolo che legava gli individui all’autorità politica e religiosa, la quale teneva unita la massa. Onorare i genitori significa fondamentalmente riconoscere la loro autorità sui figli, accettare che ci impartiscano degli ordini e il nostro dovere di ubbidire”.
Tuttavia, alcune questioni poste dal quarto comandamento hanno richiamato l’attenzione dello scrittore Martin Caparros: “È un comandamento un po’ strano, perché onorare il padre e la madre è qualcosa di spontaneo. IL fatto che esista un comandamento che ordina di farlo rivela, in qualche modo, che ciò evidentemente non accadeva; e che i figli a quel tempo non dovevano essere troppo amorevoli verso il padre e la madre. Penso che si trattasse di gente piuttosto singolare. È chiaro, comunque, che per stabilire un lignaggio e trasmettere le proprietà ci voleva un famiglia ben strutturata, che probabilmente non era ancora abbastanza solida quando il giovane Mosè scese dal monte Sinai con un paio di tavole scolpite male. Suppongo che i comandamenti parlino delle carenze, di ciò che molta gente non vuole fare di sua spontanea volontà, e il fatto che questi nostri avi non fossero disposti a onorare il padre e la madre mi dà la sensazione che non ci sia niente di nuovo sotto il sole. Capita spesso di ascoltare la frase: “Voi non rispettate gli adulti” Lo dicevano a me i miei genitori, e oggi si continua a dirlo ai figli.
Durante l’infanzia siamo protetti dall’immagine dei nostri genitori, che si interpongono fra noi e le responsabilità, fra noi e i problemi, fra noi e le necessità della vita e la morte stessa. I genitori costituiscono una muraglia al cui riparo cresciamo.
Però arriva un momento in cui la loro capacità protettiva comincia via via ad affievolirsi, fino a scomparire. Allora ci rendiamo conto di essere noi in prima fila, e i nostri figli iniziano a riparasi dietro di noi. Questo passaggio si accompagna alla perdita della muraglia che stava fra noi e il bisogno, il dolore, le esigenze della e vita e la morte stessa. È un momento drammatico. A quel punto siamo già persone adulte, siamo genitori e ci avviamo a concludere il nostro ciclo vitale nel migliore  o nel peggiore dei modi. 

[…] Onorare il padre e la madre implica l’analisi dei rapporti tra padri e figli, ma va molto oltre, poiché include l’educazione, la preparazione dell’uomo alla libertà. È un comandamento che contempla le formA del rispetto verso gli adulti, ma anche la rottura di stereotipi e abitudini. Questa quarta di Yahvè ci impone di interrogarci su come valorizzare l’esperienza della vecchiaia che il nostro tempo sta cancellando in virtù di un’adorazione consumistica della giovinezza. Ha a che fare con il modo in cui trattiamo in nostri anziani dal punto di vista sociale e anche, in alcuni casi, con la capacità di costruire le famiglie distrutte dalla violenza, dalla guerra e dalle dittature. Si tratta di una questione che suscita più domande che risposte o dogmi, e resta aperta al dibattito.
I genitori sono due figure fondamentali della nostra biografia individuale ma, dopo esserci interrogati su questo rapporto tra padri e figli nei singoli nuclei famigliari, dobbiamo fare una considerazione più ampia, più aperta dal punto di vista sociale: qual è nella nostra società la relazione tra i giovani, le persone adulte e gli anziani? Qual è il valore che diamo a coloro che appartengono a quella che chiamiamo eufemisticamente “terza età”? Come ci comportiamo con le persone che non rientrano più nella sfera produttiva, che rappresentano la memoria, la tradizione e, a volte, costituiscono un ostacolo a certi rinnovamenti? Qual è il ruolo dei vecchi nella società attuale? Queste sono le grandi domande su cui dobbiamo discutere e che nascono da una lettura contemporanea del quarto comandamento.

Della perpetua volontà popolare

Di seguito pubblico la parte iniziale della Carta del Carnaro intitolata “Della perpetua volontà popolare” di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris e promulgata l’8 settembre 1920 a Fiume (corsivo mio).

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Della perpetua volontà popolare
Fiume, libero comune italico da secoli, pel voto unanime dei cittadini e per la voce
legittima del Consiglio nazionale, dichiarò liberamente la sua dedizione piena e intiera
alla madre patria, il 30 ottobre 1918.
Il suo diritto è triplice, come l’armatura impenetrabile del mito romano.
Fiume è l’estrema custode italica delle Giulie, è l’estrema rocca della cultura latina, è l’ultima portatrice del segno dantesco. Per lei, di secolo in secolo, di vicenda in vicenda, di lotta in lotta, di passione in passione, si serbò italiano il Carnaro di Dante. Da lei s’irraggiarono e s’irraggiano gli spiriti dell’italianità per le coste e per le isole, da Volosca a Laurana, da Moschiena ad Albona, da Veglia a Lussino, da Cherso ad Arbe.
E questo è il suo diritto storico.
Fiume, come già l’originaria Tarsàtica posta contro la testata australe del Vallo
liburnico, sorge e si stende di qua dalle Giulie. È pienamente compresa entro quel
cerchio che la tradizione la storia e la scienza confermano confine sacro d’Italia.
E questo è il suo diritto terrestre.
Fiume con tenacissimo volere, eroica nel superare patimenti insidie violenze
d’ogni sorta, rivendica da due anni la libertà di scegliersi il suo destino e il suo compito,
in forza di quel giusto principio dichiarato ai popoli da taluno dei suoi stessi avversari
ingiusti.
E questo è il suo diritto umano.
Le contrastano il triplice diritto l’iniquità la cupidigia e la prepotenza straniere; a
cui non si oppone la trista Italia, che lascia disconoscere e annientare la sua propria
vittoria.
Per ciò i1 popolo della libera città di Fiume, sempre fiso al suo fato latino e
sempre inteso al compimento del suo voto legittimo, delibera di rinnovellare i suoi
ordinamenti secondo lo spirito della sua vita nuova, non limitandoli al territorio che
sotto il titolo di «Corpus separatum» era assegnato alla Corona ungarica, ma offrendoli
alla fraterna elezione di quelle comunità adriatiche le quali desiderassero di rompere gli
indugi, di scuotere l’opprimente tristezza e d’insorgere e di risorgere nel nome della
nuova Italia.
Così, nel nome della nuova Italia, il popolo di Fiume costituito in giustizia e in
libertà fa giuramento di combattere con tutte le sue forze, fino all’estremo, per
mantenere contro chiunque la contiguità della sua terra alla madre patria, assertore e
difensore perpetuo dei termini alpini segnati da Dio e da Roma.

Gli anni pietosi

Di seguito pubblico un’estratto del capitolo I Dai Trenta gloriosi ai Trenta pietosi del libro La Scomparsa della sinistra in Europa (2016) di Aldo Barba e Massimo Pivetti. Un’ottima recensione del libro (assieme a quello di Sergio Cesaratto, Sei lezioni di economia) la fa Carlo Galli nell’articolo Il suicidio delle sinistre.

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1. Le vicende che hanno portato alla scomparsa della sinistra in Europa sono destinate a restare in larga misura oscure senza un’analisi della grande svolta di politica economica avvenuta tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Si tratta di mettere a fuoco i contorni del progetto economico e politico in cui ci troviamo tuttora immersi, riuscire a coglierne i determinanti, i principali contenuti, gli esiti. In altre parole, è necessario porre in discussione un ordine economico e sociale impostosi come il solo razionale e possibile. Scriveva lo scienziato politico Steven Weber nel 1997 su Foreign Affairs:
“L’economia delle nazioni occidentali è stata sin dalla rivoluzione industriale un mondo vibrante caratterizzato da rapida crescita e sviluppo, almeno per i Paesi del “nucleo” industrializzato. Ma essa è stata pure un mondo di continue e spesso enormi fluttuazioni dell’attività economica. I cicli industriali – espansioni e contrazioni diffuse a quasi tutti i settori di un’economia – hanno finito per essere accettati come un fatto della vita. Tuttavia, le economie moderne operano differentemente dalle economie industriali del diciannovesimo secolo e della prima parte del ventesimo secolo. Cambiamenti nella tecnologia, nell’ideologia, nelle occupazioni e nella finanza, di concerto con la globalizzazione della produzione e del consumo, hanno ridotto la volatilità dell’attività economica nel mondo industrializzato. Per ragioni sia teoriche che pratiche, nei Paesi industrialmente più avanzati le onde del ciclo industriale potrebbero diventare più simili ad increspature sulla superficie dell’acqua, che vanno via via a scomparire. La fine del ciclo è destinata a cambiare l’economia mondiale, minando alla base le assunzioni e gli argomenti che gli economisti hanno utilizzato per comprenderla.”
Considerazioni trionfalistiche come queste ben esprimono il clima intellettuale entro il quale si è andato strutturando il nuovo assetto di politica economica che i Paesi industrialmente avanzati si sono dati dalla fine degli anni Settanta. Niente meno che una “nuova era” sarebbe stata aperta dal cambiamento tecnologico e dalla rimozione degli ostacoli ideologici che avevano impedito lo sviluppo globale della finanza, della produzione e del consumo. Le crisi economiche, un tempo percepite come connaturate al capitalismo, non erano in realtà che la manifestazione di una sua immaturità. Più precisamente, andavano comprese collocandole entro la fase di sviluppo caotico e instabile apertasi con l’insorgere delle istanze protezionistiche e nazionalistiche tra la prima e la seconda guerra mondiale e avviatasi a conclusione con il neo-conservatorismo di Reagan e della Thatcher: nelle parole del premio Nobel per l’economia Robert Lucas, «la Macroeconomia […] ha raggiunto i suoi scopi: il suo problema centrale, la prevenzione della depressione, è stato risolto ed è nei fatti risolto per molti decenni».”

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Il discorso di D’Annunzio a Quarto

Di seguito pubblico la parte finale dell’orazione di Gabriele D’Annunzio tenuta il 5 maggio 2015 a Quarto, in occasione delle celebrazioni per l’inaugurazione del monumento dei Mille.

d'annunzio a quarto

(..) Italiani d’ogni generazione e d’ogni confessione, nati dell’unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli; (..)
O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.
Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.
Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero.
Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore.
Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta.
Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi.
Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore.
Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia

qui il discorso intero