L’uomo, la prima specie auto-minacciata

Di seguito un estratto del capitolo tratto dal capitolo Sette miliardi di umani nell’Antropocene: cambiamenti ambientali e scenari di popolazione di Telmo Pievani da Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola di Neodemos:

[…] Secondo Edward O. Wilson e i suoi colleghi statistici e matematici di Harvard che hanno fatto i conti e le simulazioni, per fermare la traiettoria della Sesta Estinzione di massa basterebbe smettere di devastare metà della superficie terrestre, oceani inclusi*. Adesso siamo intorno al 18% di aree protette e la proposta non è quella di svuotare metà della Terra (oceani compresi) dalla popolazione umana, bensì quella di coniugare lo sviluppo sociale ed economico con una stringente salvaguardia ambientale in almeno la metà del pianeta, interrompendo l’azione nefasta e concertata dei sei fattori di cui sopra. Utopistico? Dipende. Certo, non è facile investire denaro e prendere un impegno etico a favore di qualcuno che ancora non esiste, ma bisognerà armarsi di immaginazione e provarci. Tutto sommato, potrebbe essere un modo intelligente per differenziarci dai dinosauri.
Le estinzioni di massa (purché rare) fanno un gran bene all’evoluzione, perché liberano spazio ecologico e favoriscono il ricambio delle specie. Il problema è che raramente i dominatori della fase precedente sono anche i dominatori nella successiva. La grande livellatrice passa e chi ne fa le spese di solito è chi era più specializzato alle regole ecologiche antecedenti. Se non modificheremo radicalmente i nostri modelli di sviluppo predatorio, quindi, per Homo sapiens dovremo coniare una nuova categoria della International Union for Conservation of Nature (IUCN), cioè quella di un organismo che distrugge gli ambienti con cui viene in contatto al punto tale da mettere a repentaglio non solo la biodiversità che incontra, ma anche la sua stessa sopravvivenza su un pianeta che, per il momento e per molto tempo ancora, è e resterà l’unico a disposizione. Proponiamo che la sigla IUCN sia S.E.self-endangered species. Non è una categoria molto onorevole. Si dice che l’alce irlandese (che poi non era alce e non era irlandese) si sia estinto anche a causa della crescita abnorme dei suoi palchi di corna: la selezione sessuale ha preso troppo il sopravvento sulla sopravvivenza ecologica. Sarà, ma l’alce irlandese non si era auto-proclamato sapiens e non si è accorto che stava contribuendo alla propria estinzione. Noi invece saremo la prima specie auto-minacciata e per di più consapevole di esserlo. Non è un record invidiabile. […]

*Wilson, E.O., Metà della Terra, Torino, Codice Edizioni, 2016.

Conoscevo una ragazza

Di seguito un estratto di Daisaku Ikeda da “La malattia stimola lo spirito di ricerca della via” in Buddismo e società n. 174.

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Conoscevo una ragazza, morta a quattordici anni, alla quale era stato diagnosticato un tumore al cervello all’età di undici anni. Per tutto il periodo della malattia fu sempre felice e luminosa. Con la sua presenza solare e positiva arrecava allegria anche alle persone adulte ricoverate in ospedale. Non c’è dubbio che la malattia le causasse terribili dolori, ma lei continuava a recitare Daimoku e a incoraggiare gli altri. Prossima alla morte, disse a una persona che era andata a farle visita: «Non mi preoccupo più della mia malattia. Ho smesso di recitare Daimoku per me. Ci sono tante persone che stanno peggio, sto recitando con tutto il cuore affinché incontrino il Gohonzon il prima possibile e scoprano con la loro vita quanto è meraviglioso». E ai suoi genitori rivolse luminosa queste parole: «Come sarebbe andata se fosse successo a te, babbo? Ci saremmo trovati nei guai. E la stessa cosa se fosse accaduto a te, mamma. E se fosse capitato al mio fratellino, sono certa che non sarebbe stato in grado di affrontarla. Sono contenta che invece sia successo a me. […] Sono sicura che è l’effetto di una promessa che ho fatto prima di nascere. Se la mia vita riuscirà in qualche modo a toccare e ispirare le persone che mi conoscono, io sarò felice». 
Quando venni a conoscenza della lotta di questa ragazzina contro la malattia, le mandai un bouquet di rose, un ventaglio giapponese su cui erano scritte le parole “luce di felicità” e una fotografia che avevo scattato a un campo di iris in fiore. Ho saputo che quando li ricevette ne fu entusiasta. A chi la circondava lasciò queste parole: «Fede significa continuare a credere fino alla fine», che mise in pratica con la sua stessa vita. 
Al funerale tantissime persone vennero a porgerle l’ultimo saluto in segno di rispetto. Nella sua breve esistenza, durata solo quattordici anni, aveva parlato della grandezza della Legge mistica a più di mille persone. 
Lei ha vinto. Ne sono certo. Tutto ciò che le è accaduto ha avuto un significato. O meglio, con la sua lotta ha dato un significato alla sofferenza. Diceva che la sua malattia era l’effetto di una promessa fatta nelle vite passate. 
Il Buddismo insegna il principio di “assumere volontariamente il karma appropriato”.* Chi pratica la Legge mistica sceglie volontariamente di rinascere in una situazione dolorosa per dimostrare il potere del Buddismo agli altri attraverso la sua lotta e la sua vittoria. Questo è il modo di vivere del bodhisattva. 

* Assumere volontariamente il karma appropriato: si riferisce ai bodhisattva che, sebbene abbiano diritto a ricevere i puri benefici della pratica buddista, vi rinunciano e fanno voto di rinascere in un mondo impuro per salvare gli esseri viventi. Diffondono la Legge mistica mentre incontrano le stesse sofferenze di coloro che nascono in un mondo malvagio a causa del loro karma. Questa espressione deriva dall’interpretazione data dal Gran Maestro Miao-lo di importanti passi del decimo capitolo del Sutra del Loto, Il maestro della Legge.

Il Principe Cinque-armi

Di seguito il racconto il Principe Cinque-armi tratta dal libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

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[...] Il racconto narra di un giovane principe che aveva appena terminato gli studi militari sotto la guida di un famoso maestro. Avendo ricevuto, quale simbolo del suo rango, il titolo Principe Cinque-armi, accettò le cinque armi che il maestro gli donò, si inchinò e, munito delle cinque armi, si avviò lungo la strada che conduceva alla città del re suo padre. Lungo il cammino incontrò una foresta, alle soglie della quale alcune persone gli dissero: “Signor Principe, non avventurarti in questa foresta. Vi abita un orco chiamato Capelli Viscosi che uccide tutti gli uomini che incontra”.
Ma il Principe era pieno di coraggio e di fiducia in sé stesso come un leone crinito, ed entrò ugualmente nella foresta. Quando ne ebbe raggiunto il centro apparve l’orco. Questi si era aumentato di statura sino a raggiungere l’altezza di una palma; si era creato una testa grande come un chiosco con un pinnacolo a forma di campana, due occhi grandi come piattelli per l’elemosina, due zampe grandi come bulbi o germogli giganti; si era fatto un becco da falco; aveva il ventre coperto di pustole e le mani e i piedi color verde cupo. “Dove vai?”, domandò. “Fermati, sei mia preda!”. Il Principe Cinque-armi rispose , per nulla intimorito e pieno di fiducia nell’arte che aveva appreso: “Orco, sapevo quel che facevo quando mi avventurai in questa foresta. Farai bene a pensarci prima di assalirmi, poiché io trafiggerò le tue carni con una freccia intinta nel veleno e ti abbatterò all’istante!”.
Pronunciate queste parole minacciose, il giovane Principe accoccò sul suo arco una freccia intinta di un mortale veleno e la fece partire. La freccia si piantò tra i capelli dell’orco. Il Principe scoccò, l’una dopo l’altra, ben cinquanta frecce, e tutte si piantarono fra i capelli dell’orco. L’orco si scosse via via di dosso tutte le frecce, lasciandole cadere ai propri piedi, quindi si avvicinò al giovane.
Il Principe Cinque-armi minacciò una seconda volta l’orco e, sfoderata la spada, vibrò un magistrale fendente. La spada, lunga 33 pollici, rimase incollata ai capelli dell’orco. Allora il Principe lo colpì con una lancia, ma anch’essa rimase incollata ai capelli dell’orco. Il Principe allora lo colpì con una clava, ma anche questa rimase incollata ai capelli dell’orco.
Quando vide che anche la clava era rimasta incollata il principe disse:
“Signor orco, tu non hai mai sentito parlare di me.
Io sono il Principe Cinque-armi. Quando sono entrato in questa foresta dove tu vivi, non ho fatto assegnamento sulla freccia né su alcuna altra arma; quando sono entrato in questa foresta, ho fatto assegnamento soltanto su me stesso. Ora ti abbatterò e ti ridurrò in polvere!”
Informatolo così delle sue intenzioni, il Principe lanciò un urlo e colpì l’orco con la mano destra. La mano rimase incollata ai capelli dell’orco. Lo colpì allora con la mano sinistra, e anch’essa rimase incollata. Lo colpì con il piede destro, e anche questo rimase incollato. Lo colpì con il piede sinistro, che pure rimase incollato. Il Principe disse allora: “Ti colpirò col mio capo e ti ridurrò in polvere!” e lo colpì con il capo. E anche il capo rimase incollato ai capelli dell’orco.
Il Principe Cinque-armi, preso in cinque trappole, col corpo invischiato in cinque punti, pendeva dal corpo dell’orco. Malgrado ciò, tuttavia, non aveva paura né si considerava per vinto. Quanto all’orco, pensava: “Costui è un uomo straordinario, di nobili natali – non un uomo qualsiasi! Benché prigioniero di un orco come me, non trema e non si dispera! Da quando infesto questo bosco non ho mai incontrato uno come lui! Perché mai non ha paura?”.
Non osando mangiarlo, gli chiese: “Giovanotto, perché non hai paura? Perché non sei terrorizzato dal timore della morte?”
“Orco, perché dovrei aver paura? La morte è inevitabile nella vita. Inoltre, nel mio ventre c’è un altra arma, un fulmine. Se tu mi mangi, non riuscirai a digerirlo. Esso lacererà le tue budella in minuti frammenti e ti ucciderà. Ecco perché non ho paura!”

Il lettore deve sapere che il Principe Cinque-armi si riferiva all’Arma della Conoscenza ch’era in lui. Questo giovane eroe, infatti, altri non era che il Futuro Buddha, in una precedente incarnazione.
[…]

“Quel che dice questo giovanotto è vero” pensò l’orco, terrorizzato dal pensiero della morte. “Il mio stomaco non sarebbe capace di digerire neppure un pezzetto piccolo come un fagiolo della carne di quest’uomo straordinario. Lo lascerò andare!”. E lasciò libero il Principe. Il Futuro Buddha gli predicò la sua dottrina, lo sottomise, lo indusse a rinnegare sé stesso e lo trasformò in uno spirito della foresta. Dopo avergli raccomandato d’essere prudente, il giovane lasciò la foresta e all’uscita narrò la sua avventura agli esseri umani; poi proseguì il suo cammino.
Capelli Viscosi, l’orco che simboleggia il mondo in cui ci tengono legati i cinque sensi, e che non può venir gettato da parte con il solo aiuto delle forze fisiche, venne domato soltanto quando il Futuro Buddha, non più protetto dalle cinque armi cui doveva il suo nome, ricorse a una sesta arma, non nominata e invisibile: il divino fulmine della conoscenza del principio trascendente, che sta al di l del regno fenomenico dei nomi e delle forme. E subito non fu più prigioniero, ma livero, poiché ciò ch’egli ora si ricordava di essere è sempre libero. La forza del mostro fenomenico venne distrutta ed esso fu indotto a rinnegare sé stesso. Rinnegando sé stesso, divenne divino – uno spirito degno di ricevere offerte – così come è divino il mondo quando sia inteso non come fine a sé stesso ma come un semplice nome, una semplice forma di ciò che trascende, ed è tuttavia immanente, tutti i nome e tutte le forme.
[…] 

A cosa servono i giovani?

Di seguito un bellissimo video di Stefano Laffi sui giovani oggi da TEDx MIlano.

Il suo discorso è un potente grido di allarme per tutti coloro che hanno un ruolo educativo nella vita delle giovani generazioni. E vorrebbe che effettivamente riflettessimo in modo efficace sull’impatto che la nostra società e il nostro approccio hanno sul futuro dei giovani.

[…] Noi in realtà i bambini e i ragazzi non li vediamo.. li guardiamo non per quello che sono, che fanno, ma per quello che ancora non sono, non fanno, non hanno , cioè sostanzialmente misuriamo la loro distanza fra nostra aspettativa, il nostro standard, la nostra misura e quello che sono ma che non ci basta e la loro vita va avanti fino a 16/20 anni..
quando incontro i ragazzi che incontro e con cui faccio ricerca e loro mi dicono: “Ma tutti questi test, queste verifiche, queste prove, questi casting [a parte in Italia..] in vista di cosa? Qual’era il premio, qual’era il traguardo di questa rincorsa?” E poi ti dicono: “ma io in realtà non so cosa mi piace.. ho sempre fatto quello che dovevo e poi non mi sento abbastanza.. forse non sono adeguato, forse non ce la farò, forse non riuscirò, non lo so, non so cosa scegliere, ho paura del futuro”.

Ma come è possibile? Nell’età della potenza, dell’eros, del desiderio avere paura della realtà e del futuro?

Ma come abbiam potuto portare una generazione a quel punto? Anziché convocarla nella realtà li abbiamo tenuti in esilio, in cattività, anziché dare i compiti di realtà e di responsabilità. Questo dico.. è una follia che non possiamo più permetterci. […]

[I giovani] devono essere formati come pionieri. Pionieri completamente diversi vuol dire che devi spostare la frontiera della conoscenza, vuol dire che devi studiare e che devi anche imparare a disimparare, come diceva Gregory Bateson, quindi sostanzialmente a ricostruire completamente le regole. Vuol dire che devi essere formato con domande, non allenato  rispondere come succede a scuola, e queste domande. […]

Stefano Laffi, tra le tante cose, è autore di due bellissimi libri sui giovani: Il furto: mercificazione dell’età giovanile (2000) e La congiura contro i giovani (2014).

Così pare che stia la cosa

Di seguito un piccolo estratto dal libro Siddharta di Hermann Hesse.

[…] “Così pare, difatti, che stia la cosa. Ognuno prende, ognuno dà. Così è la vita.”
“Ma permetti: se tu non possiedi nulla cosa vuoi dare?”
“Ognuno dà di quel che ha. il guerriero dà la forza, il mercante la merce, il saggio la saggezza, il contadino il riso, il pescatore pesci.”
“Benissimo. e che cos’è dunque che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”
“Io so pensare. So aspettare. So digiunare.”
“E questo è tutto?”
“Credo sia tutto.” […]

Sogno di un uomo ridicolo

Di seguito un estratto dal capitolo 1 del libro Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij.

“Io sono un uomo ridicolo. Adesso loro mi chiamano pazzo. Sarebbe un avanzamento di grado se non mi trovassero sempre lo stesso uomo ridicolo. Ma adesso non mi arrabbio più, adesso li amo tutti, e persino quando se la ridono di me, anche allora, mi sono particolarmente cari. Io stesso riderei con loro, non di me stesso, ma per l’amore che gli porto, se non fossi così triste nel vederli. Così triste perché loro non conoscono la verità, mentre io, io conosco la verità. Oh, com’è duro essere solo nel conoscere la verità! Ma questo loro non lo comprenderanno. No, loro non lo comprenderanno.
Prima invece mi affliggeva molto il fatto di avere un’aria ridicola. Non di averne l’aria, di esserlo. Sono sempre stato ridicolo e questo forse lo so dal giorno in cui sono nato. Quando avevo sette anni, forse, sapevo già di essere ridicolo. Poi sono andato a scuola, e dopo ancora all’università, e che dire?, più apprendevo le cose e più apprendevo questo, che ero ridicolo. Così che alla fine tutta la mia scienza universitaria non era altro che la prova di una cosa, non era là che per dimostrarmi e chiarire a me stesso, quanto più l’approfondivo, che ero ridicolo. E nella vita così come nella scienza. Di anno in anno sentivo crescere e rinforzarsi in me questa perpetua coscienza della mia aria ridicola sotto tutti i punti di vista. Tutti hanno sempre riso di me. Ma nessuno sapeva, né poteva rendersi conto, che se c’era un uomo sulla terra il quale più degli altri sapesse che ero ridicolo, ebbene quell’uomo ero io; ed ecco cosa io trovavo più umiliante: che loro non lo sapessero, ma questa è ancora una volta colpa mia; sono sempre stato così orgoglioso che mai e per niente al mondo l’ho voluto riconoscere davanti a qualcuno. Questo orgoglio cresceva in me di anno in anno, e se mi fossi deciso a confessarlo di fronte a chicchessia, ecco che là, quella stessa sera, mi sarei fatto saltare il cranio con un colpo di pistola. Oh, come ho sofferto durante la mia adolescenza del fatto che non avrei resistito e che, da un momento all’altro, l’avrei confessato davanti ai miei compagni. Ma da quando sono diventato un giovanotto, anche se conoscevo sempre meglio e di anno in anno questa particolarità mostruosa che era la mia, sono diventato, non so perché, un po’ più calmo. Proprio così, «non so perché», visto che fino ad oggi non sono capace di stabilirne la ragione. La ragione potrebbe trovarsi in una circostanza che fece crescere un’angoscia terribile nella mia anima, una circostanza infinitamente più forte dell’intero mio essere: intendo dire la convinzione costante che è penetrata in me che dappertutto nel mondo tutto è indifferente. […]”

Animali morenti

Il 22 maggio se ne è andato il grande Philip Roth. Di seguito un estratto da L’animale morente (2001).

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«Avrai sempre le mani legate con questa ragazza, – disse. – Non sarai mai tu ad avere il coltello per il manico. Qui c’è qualcosa – mi disse – che ti fa perdere la testa, e te la farà perdere sempre. Se non tagli definitivamente con questo legame, alla fine quel qualcosa ti distruggerà. Non stai più semplicemente soddisfando un bisogno naturale, con lei. Questa è patologia nella sua forma più pura. Senti, – mi disse, – guardala come un critico, da un punto di vista professionale. Hai violato la legge delle distanza estetica. Con questa ragazza hai sentimentalizzato l’esperienza estetica: l’hai personalizzata, l’hai trasportata nella sfera dei sentimenti, e hai perduto il senso della separazione indispensabile per il tuo godimento. Sai quando è successo? La sera che si è tolta l’assorbente. La necessaria separazione estetica è venuta meno non mentre tu la guardavi sanguinare – questo andava bene, non era il problema – ma quando non sei riuscito a a trattenerti e ti sei inginocchiato. Ma cosa diavolo te l’ha fatto fare? Cosa c’è sotto la commedia di questa ragazza cubana che manda al tappeto uno come te, il professore di desiderio? Bere il suo sangue? Io direi che questo ha rappresentato l’abbandono di una posizione critica indipendente, Dave. Adorami, lei dice, venera il mistero della dea sanguinante, e tu lo fai. Non ti fermi davanti a nulla, Lo lecchi. Lo consumi. Lo digerisci. È lei che penetra te. Che altro la prossima volta, David? Un bicchiere della sua urina? Tra quanto tempo la implorerai di darti le sue feci? in non sono contrario perché è poco igienico. Non sono contrario perché è disgustoso. Sono contrario perché questo vuol dire innamorarsi. L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”. Cosa crede , la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso. O te ne sbarazzi o lo incorpori con un’autodistorsione. Ed è quello che hai fatto e che ti ha ridotto alla disperazione».
[…] Ma George non mollava «L’attaccamento è rovinoso, ed il tuo nemico. Joseph Conrad: chi si forma un legame è perduto. È assurdo che tu stia lì seduto con quella faccia. L’hai assaggiato. Non ti basta? Di cosa riesci mai ad avere più di un assaggio? È tutto che ci è dato nella vita, è tutto quello che ci è dato della vita. Un assaggio. Non c’è altro». 

Controllati sociali e datacrazia

Di seguito il video Controllati sociali di Glauco Benigni via Byoblu: “Quali canali usa la propaganda? Chi li controlla? Che ruolo ha la pubblicità? Quanto investono nella creazione dei nostri “stili di vita”? Come siamo passati dall’era Murdoch all’era di Amazon? Come siamo entrati, senza accorgercene, nel grande medioevo digitale?”


Di seguito lo speciale TG1 del 15.01.2018 DATACRAZIA di Barbara Carfagna.

“Nel web tutti noi cediamo i nostri dati alle aziende e ai database. Il web, la seconda fase di internet, ha cambiato il modo di fare politica, di comunicare , di fare campagna elettorale; perfino il modo di prendere decisioni su chi votare. Le conseguenze, in gran parte del mondo, tra fake news, bolle, haters e troll, si stanno dimostrando nefaste e stanno creando caos ma secondo gli esperti siamo all’alba di una nuova era che cambierà radicalmente internet e la politica. La terza fase di internet, che potrebbe cancellare il web e decentralizzare la rete togliendo potere alle grandi aziende come google e facebook, ma anche alle banche e ai governi, si chiama blockchain. Abbiamo gia’ visto all’opera il potere di questa tecnologia, che registra ed esegue le transazioni tracciandole per sempre in maniera non duplicabile ne’ falsificabile, attraverso la sua applicazione più nota: il bitcoin, a cui sopravvivera’. Nei paesi tecnologicamente avanzati i governi stanno sperimentando la blockchain per aumentare il loro potere, mentre in altre parti del mondo nascono attorno ad essa nuove ideologie. A speciale tg1, “datacrazia” ,ovvero il potere dei dati. Barbara Carfagna ci porta a liberland – nazione che sta nascendo decentralizzata e distribuita per il mondo – a Dubai, in Giappone, Singapore, Taiwan, Stati Uniti. Per scoprire un mondo parallelo, in cui i governi per agire nella complessita’ si appoggiano alle fondazioni, ai think tank o ai consulenti della piu’ influente blockchain esistente al momento: ethereum, che promette di consentire a tutti, un giorno, di riappropriarsi dei propri dati tracciandoli e controllando – anche a distanza di anni- che fine hanno fatto e chi li sta utilizzando.”

Onora il padre e la madre

Di seguito alcuni estratti del capitolo IV Onora il padre e la madre del libro di Fernando Savater I dieci comandamenti nel XXI secolo (2005).

LA PROTEZIONE PATERNA

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Luis de Sebastian spiega le ragioni degli ebrei al tempo in cui stabilirono il quarto comandamento: “Mosè stava cercando di formare un popolo omogeneo e unito, e intuì con chiarezza che la famiglia era un elemento basilare dell’ordine sociale. L’autorità paterna era il vincolo che legava gli individui all’autorità politica e religiosa, la quale teneva unita la massa. Onorare i genitori significa fondamentalmente riconoscere la loro autorità sui figli, accettare che ci impartiscano degli ordini e il nostro dovere di ubbidire”.
Tuttavia, alcune questioni poste dal quarto comandamento hanno richiamato l’attenzione dello scrittore Martin Caparros: “È un comandamento un po’ strano, perché onorare il padre e la madre è qualcosa di spontaneo. IL fatto che esista un comandamento che ordina di farlo rivela, in qualche modo, che ciò evidentemente non accadeva; e che i figli a quel tempo non dovevano essere troppo amorevoli verso il padre e la madre. Penso che si trattasse di gente piuttosto singolare. È chiaro, comunque, che per stabilire un lignaggio e trasmettere le proprietà ci voleva un famiglia ben strutturata, che probabilmente non era ancora abbastanza solida quando il giovane Mosè scese dal monte Sinai con un paio di tavole scolpite male. Suppongo che i comandamenti parlino delle carenze, di ciò che molta gente non vuole fare di sua spontanea volontà, e il fatto che questi nostri avi non fossero disposti a onorare il padre e la madre mi dà la sensazione che non ci sia niente di nuovo sotto il sole. Capita spesso di ascoltare la frase: “Voi non rispettate gli adulti” Lo dicevano a me i miei genitori, e oggi si continua a dirlo ai figli.
Durante l’infanzia siamo protetti dall’immagine dei nostri genitori, che si interpongono fra noi e le responsabilità, fra noi e i problemi, fra noi e le necessità della vita e la morte stessa. I genitori costituiscono una muraglia al cui riparo cresciamo.
Però arriva un momento in cui la loro capacità protettiva comincia via via ad affievolirsi, fino a scomparire. Allora ci rendiamo conto di essere noi in prima fila, e i nostri figli iniziano a riparasi dietro di noi. Questo passaggio si accompagna alla perdita della muraglia che stava fra noi e il bisogno, il dolore, le esigenze della e vita e la morte stessa. È un momento drammatico. A quel punto siamo già persone adulte, siamo genitori e ci avviamo a concludere il nostro ciclo vitale nel migliore  o nel peggiore dei modi. 

[…] Onorare il padre e la madre implica l’analisi dei rapporti tra padri e figli, ma va molto oltre, poiché include l’educazione, la preparazione dell’uomo alla libertà. È un comandamento che contempla le formA del rispetto verso gli adulti, ma anche la rottura di stereotipi e abitudini. Questa quarta di Yahvè ci impone di interrogarci su come valorizzare l’esperienza della vecchiaia che il nostro tempo sta cancellando in virtù di un’adorazione consumistica della giovinezza. Ha a che fare con il modo in cui trattiamo in nostri anziani dal punto di vista sociale e anche, in alcuni casi, con la capacità di costruire le famiglie distrutte dalla violenza, dalla guerra e dalle dittature. Si tratta di una questione che suscita più domande che risposte o dogmi, e resta aperta al dibattito.
I genitori sono due figure fondamentali della nostra biografia individuale ma, dopo esserci interrogati su questo rapporto tra padri e figli nei singoli nuclei famigliari, dobbiamo fare una considerazione più ampia, più aperta dal punto di vista sociale: qual è nella nostra società la relazione tra i giovani, le persone adulte e gli anziani? Qual è il valore che diamo a coloro che appartengono a quella che chiamiamo eufemisticamente “terza età”? Come ci comportiamo con le persone che non rientrano più nella sfera produttiva, che rappresentano la memoria, la tradizione e, a volte, costituiscono un ostacolo a certi rinnovamenti? Qual è il ruolo dei vecchi nella società attuale? Queste sono le grandi domande su cui dobbiamo discutere e che nascono da una lettura contemporanea del quarto comandamento.

La piccina dei fiammiferi

Più conosciuta come La piccola fiammiferaia, di seguito pubblico La piccina dei fiammiferi di Hans Christian Andersen tratta da “Tutte le fiabe (eNewton Classici)”

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Faceva un freddo terribile, nevicava e calava la sera – l’ultima sera dell’anno, per l’appunto, la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quel buio, una povera bambinetta girava per le vie, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand’era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le eran servite? Erano grandi grandi – prima erano appartenute a sua madre, – e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per scansare due carrozze, che s’incrociavano con tanta furia… Una non s’era più trovata, e l’altra se l’era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo.

E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina… I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero a riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d’arrosto; era la vigilia del capo d’anno: a questo ella pensava.

Nell’angolo formato da due case, di cui l’una sporgeva innanzi sulla strada, sedette, abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre più ma la bimba non osava tornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l’avrebbe certo picchiata; e del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci. Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita… Ne cavò uno, e trracc! Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando ella la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d’essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene!… La piccina allungava giù le gambe, per riscaldare anche quelle… ma la fiamma si spense, la stufa scomparve –, ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani.

Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò, e il muro, nel punto in cui batteva la luce, divenne trasparente come un velo. La bambina vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata, con una bella tovaglia, d’una bianchezza abbagliante, e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l’oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l’oca stessa balzò fuor del piatto, e, col trinciante ed il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina… Ma il fiammifero si spense, e non vide più che il muro opaco e freddo.

La piccolina accese un terzo fiammifero. E si trovò sotto ad un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, attraverso i vetri dell’uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle mostre dei negozi, guardavano la piccina. Ella tese le mani… e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto; ed ella si avvide allora ch’erano le stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo.

«Qualcuno muore!» disse la piccola, perché la sua vecchia nonna (l’unica persona al mondo che l’avesse trattata amorevolmente, – ma ora anch’essa era morta), la sua vecchia nonna le aveva detto:
«Quando una stella cade, un’anima sale a Dio». Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all’intorno ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona…
«Oh, nonna!» gridò la piccolina: «Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l’arrosto fumante, e il grande albero di Natale!».

Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era mai stata così bella, così grande… Ella prese la bambina tra le braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c’è più fame, né freddo, né angustia, – e giunsero presso Dio.

Ma nell’angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotine rosse ed il sorriso sulle labbra, morta assiderata nell’ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell’anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso là, con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata.

«Ha cercato di scaldarsi…» dissero.

Ma nessuno seppe tutte le belle cose che ella aveva veduto; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna; nella gioia della nuova Alba.”