La mia esistenza si era sviluppata o solo accumulata?

È uscito qualche giorno fa il film L’altra metà della storia, trasposizione cinematografica del libro Il senso di una fine di Julian Barnes, uno dei migliori romanzi che abbia letto negli ultimi anni.
Anche se la trama del film è semplificata ed addolcita rispetto a quella del libro, non è affatto male e vale la pena vederlo.

La storia è relativamente semplice. Immaginatevi giovani. Te (Tony), la tua ragazza Veronica e il tuo migliore amico Adrian. Le cose però non vanno come desidereresti, ti lasci, e poi la tua ex ragazza si mette con il tuo migliore amico. Non la prendi bene. Preso da un momento di rabbia scrivi ad entrambi una lettera molto cattiva: “[…] beh, quel che è certo è che siete fatti l’una per l’altra, perciò vi auguro tanta felicità. Spero che invischiate tanto da rendere il reciproco danno permanente. Spero che possiate rimpiangere il momento in cui vi ho fatto incontrare. E spero che quando vi lascerete – perché è inevitabile che succeda, vi do tempo sei mesi, che la vostra comune presunzione trasformerà in un anno, col che vi incasinerete anche di più, ve lo garantisco – dobbiate affrontare un’intera vita di amarezza che avvelenerà tutti i vostri rapporti successivi. Una parte di me si augura anche che facciate un figlio, perché credo ciecamente nella vendetta del tempo, già, per la generazione prossima e quella a seguire. […].
Personalmente, [Veronica] non posso nuocerti, ora come ora, ma ci penserà il tempo. Sarà il tempo ad avere l’ultima parola. È sempre così.
Ricevete pertanto i miei più sentiti auguri, e possa una pioggia acida cadere copiosa sulle vostre sante e indissolubili teste”.

Dopo poco tempo Adrian si suicida. Te vai avanti con la tua vita e non ci pensi più. Ti sposi, lavori al ministero, fai una figlia, divorzi, rimani in buoni rapporti con la tua ex moglie, vai in pensione, hai i tuoi hobby. Una vita come tante altre.

Ad un certo punto però ricevi un eredità. È da parte della mamma (appena scomparsa) di Veronica. Ti lascia un diario e dei soldi, e ti dice che in fondo gli ultimi mesi di vita di Adrian erano stati felici. Il diario però non c’è. Sembra lo abbia preso Veronica. Poi però lei ti dice che lo ha bruciato.
E qui iniziano i tuoi dubbi e le tue domande, che ti porteranno a cercare nel passato i pezzi mancanti della storia ed a scoprire il “senso di una fine” solo alla fine, in una sorta di amara e mesta epifania.

Leggendo il libro avevo riflettuto su come a volte i nostri pensieri, le nostre parole ed azioni si possano rivelare dei macigni inimmaginabili anche a distanza di tempo. Meglio allora stare sempre attenti a come usarli, soprattutto con le persone che abbiamo amato.

Come ci ricorda il libro, la nostra vita è solo parte di una storia ancora più grande e di cui sappiamo solo una piccola parte. Una storia diversa per ognuno che si incontra, e che vive fintanto che qualcuno vivente se la ricorda.
Per Adrian la storia era “quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione”, e così nella lettera a beneficio del coroner dava conto delle sue ragioni per essersi suicidato: “la vita è un dono elargito non a seguito di una qualsivoglia richiesta; l’essere pensante ha il dover filosofico di esaminare sia la natura dell’esistenza, sia le condizioni in cui essa si manifesta; e, infine, se tale persona decide di rinunciare al suddetto dono elargito senza essere stato richiesto, è suo dovere umano ed etico agire di conseguenza”.

Di seguito riporto un piccolo estratto del libro dove Tony si pone una domanda a cui ognuno dovrebbe dare risposta.

[…] Mi sono ritrovato a paragonare la mia vita a quella di Adrian. Alla sua capacità di guardarsi dentro, di assumere posizioni etiche e di agire di conseguenza; al coraggio mentale e fisico del suicidio. “Si è tolto la vita”, si dice; ma Adrian se n’era fatto carico, assumendone il comando e prendendola nelle sue mani per poi lasciarla andare. Quanti tra noi – noi che restiamo – possono dire di aver fatto altrettanto? Procediamo a casaccio, prediamo la vita come viene, ci costruiamo a poco a poco una riserva di ricordi. Ecco il problema dell’accumulo, e non nel senso inteso da Adrian, bensì nel semplice significato di vita che si aggiunge a vita. E, come ricorda il poeta, c’è differenza tra addizione e crescita.
La mia esistenza si era sviluppata, o solo accumulata? Era questa la domanda che il brano di Adrian mi aveva fatto scattare dentro. Di addizioni – e di sottrazioni – ce n’erano state, ma che dire delle moltiplicazioni? E questo mi procurò un senso di disagio, di irrequietezza. […]

Guardare al nostro Risorgimento

Un libretto a cui sono molto affezionato e che dovrebbe essere letto e studiato ogni anno a scuola è Dei doveri dell’uomo (1860) di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Questo testo rappresenta il testamento spirituale e morale di uno dei principali ispiratori del Risorgimento italiano, nonché fondatore della sfortunata Repubblica Romana (1849).

 #STEFANOBOSSO PH..  TROLLSTIGEN, NORVEGIA, 2015#stefanobosso ph..  Trollstigen, Norvegia, 2015


Nell’introduzione Mazzini scrive “[..] Non avete diritti di cittadini, né partecipazione alcuna d’elezione o di voto alle leggi che regolano i vostri atti e la vostra vita: come potreste avere coscienza di cittadini e zelo per lo Stato e affetto sincero alle leggi? La giustizia è inegualmente distribuita fra voi e l’altre classi: d’onde imparereste a simpatizzare colla società? Voi dunque avete bisogno che cangino le vostre condizioni materiali perché possiate svilupparvi moralmente: avete bisogno di lavorar meno per poter consacrare alcune ore della vostra giornata al progresso dell’anima vostra: avete bisogno di una retribuzione di lavoro che vi ponga in grado di accumulare risparmi, di acquietarvi l’animo sull’avvenire, di purificarvi sopra tutto d’ogni sentimento di riazione, d’ogni impulso di vendetta, d’ogni pensiero d’ingiustizia verso che vi fu ingiusto. Dovete dunque cercare, e otterrete questo mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non come fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici. Dove no, quale differenza sarebbe tra voi e i vostri tiranni? Essi lo sono precisamente, perché non guardano che al ben essere, alla voluttà, alla potenza.
Farvi migliori: questo ha da essere lo scopo della vostra vita. [..]”
Ho ripreso in mano questo testo perché un bellissimo speciale “Pensiero e azione” della rivista Buddismo e Società (n.184 di settembre/ottobre 2017) mi ha fatto tornare in mente il concetto di “religione civile“.
Tra i vari articoli proposti sull’argomento, riporto il Discorso di Daisaku IkedaGuardate al vostro Risorgimento!” dell’11 agosto 2000, nel quale si parla proprio di Mazzini.

“Un saluto di benvenuto ai nostri compagni di fede italiani arrivati da lontano nonostante il caldo estivo.

Desidero dedicarvi come ricordo di questa giornata una breve poesia:
Com’è luminoso
il sorriso
dei miei amici
italiani.

La Soka Gakkai italiana ha avuto un magnifico sviluppo divenendo esempio per tutta l’Europa. Voi italiani siete l’alba dell’Europa!
Mi auguro che lavoriate insieme in unità e amicizia. Lucio Anneo Seneca, filosofo dell’antica Roma, disse: «Nulla tuttavia delizierà tanto l’animo quanto un’amicizia fedele e dolce».1 Nel mondo degli esseri umani niente è più bello dell’amicizia; Buddismo vuol dire costruire una “città eterna dell’amicizia”. Vi prego di allargare la rete di solidarietà dell’amicizia e della fiducia sia all’interno sia all’esterno della Soka Gakkai e di diventare un esempio per la vostra grande armonia e allegria.
Vorrei parlarvi di Giuseppe Mazzini, filosofo vissuto nel diciannovesimo secolo, che aprì la strada all’indipendenza e alla riunificazione dell’Italia. In quell’epoca l’Italia si trovava sotto la dominazione straniera, il malgoverno regnava nel paese, la libertà di parola era negata e il popolo soffriva per la corruzione e l’arroganza di religiosi corrotti. In questa situazione Mazzini, fin da giovane, divenne un combattente per l’indipendenza del suo paese e continuò senza alcuna paura nonostante avesse dovuto subire la prigionia.
Questa lotta per l’indipendenza finì però col fallire ed egli si trovò in un vicolo cieco. Cosa doveva cambiare? Il giovane Mazzini analizzò acutamente la situazione per preparare la vittoria futura: uno dei punti era che i leader del movimento erano invecchiati e perciò avevano perso entusiasmo; un altro punto era che gli italiani speravano solamente nell’aiuto degli altri paesi e quindi la loro determinazione di cambiare la storia con le proprie forze era venuta meno; e soprattutto che il popolo era lontano dalla lotta. Questa fu la sintesi finale di Mazzini. I leader dell’epoca erano diventati arroganti ed evitavano il contatto diretto con le persone, non andavano più in mezzo alla gente. Ma finché il popolo non si fosse risvegliato e non avesse alzato la testa, non si sarebbe potuta raggiungere l’indipendenza della patria. Perciò Mazzini, basandosi sul suo senso di giustizia e sulla passione dei giovani, decise con forza di creare un grande movimento fondato sul popolo e nel 1831, all’età di ventisei anni, fondò la Giovine Italia. Scriveva: «Mettete i giovani alla testa del popolo! Quanta forza ci può essere nel senso di solidarietà dei giovani! Solo La voce dei giovani può manifestare un’immensa influenza sul popolo».
Questa è la base per riformare la storia in tutto il mondo e in tutti i tempi. 
Ora la Divisione giovani italiana sta crescendo magnificamente, e anche chi una volta ne faceva parte sta portando avanti una grande attività nelle Divisioni donne e uomini.
Mazzini incoraggiò a promuovere il dialogo con la gente comune: «Risvegliamo nei giovani il loro senso di missione!»; «Giovani andate sulle colline, sedetevi al tavolo con i contadini, andate nelle officine e dagli operai che non avete considerato fino a questo momento. Parlate loro della vera libertà, delle loro antiche tradizioni, della loro gloria, dei loro ricchi commerci del passato che ora non possono più fare. Parlate loro delle varie forme di dispotismo che non conoscono perché nessuno offre loro spiegazioni!».
A queste parole di Mazzini tanti giovani risposero con le loro azioni dedicando con coraggio la vita a costruire il futuro della loro amata patria. I giovani dialogarono con ogni persona con grandissimo impegno recandosi nelle loro case e portando con sé di città in città, da villaggio a villaggio, in tutti gli angoli del paese il loro organo ufficiale (potremmo paragonarlo alle pubblicazioni della Soka Gakkai), il giornale in cui era espresso il loro desiderio di indipendenza. Grazie a questa azione, la rete di solidarietà di chi voleva affiancarli nella lotta si allargava sempre di più, a migliaia e a decine di migliaia di persone, coinvolgendo tutti i ceti sociali.
Fu un giovane ad affermare: «Proprio quando abbiamo voglia di stare a casa, è il momento in cui dobbiamo uscire! Quando vogliamo tacere è il momento in cui dobbiamo parlare!».
Anche nel Buddismo l’azione è uguale alla fede e la voce svolge il lavoro del Budda. 
Se le autorità li avessero scoperti sarebbero potuti finire in prigione, essere esiliati o condannati a morte. Schiacciati da un’atroce repressione, alcuni persero la vita. Nonostante ciò, inseguendo sempre quel nobile ideale, i giovani alimentarono con ancora più tenacia il loro spirito combattivo, trasformando le sofferenze in onore e in gioia.
Anche Mazzini fu continuamente perseguitato; a causa di colpe non commesse venne trattato come un criminale e ricevette addirittura una condanna a morte.
Però vedeva le cose con grande lungimiranza: «Qualè la strada per risvegliare veramente il popolo?», si chiedeva. Arrivò alla conclusione che i leader per primi non devono arrendersi di fronte alle avversità, non devono perdersi d’animo davanti all’indifferenza né soccombere ad alcuna difficoltà. 
Le azioni di questi giovani mazziniani sono celebrate come quella grande “forza educativa per il popolo” che produsse uno straordinario contributo all’unificazione dell’Italia. Anche i leader che più tardi avrebbero sostenuto l’Italia vennero dalle file di questi giovani combattenti.
[…] Mazzini disse anche: «Lavorando per la patria, seguendo un giusto principio, noi lavoriamo per l’umanità».4 
Il Buddismo incarna i massimi valori etici: basandosi su questi valori, la Soka Gakkai Internazionale contribuisce alla prosperità dei vari paesi e dell’umanità in virtù degli ottimi cittadini del mondo che la compongono.
Mazzini affermò inoltre: «Cambiare in meglio se stessi e gli altri, questo è il primo scopo e il massimo che ci si può aspettare da tutte le riforme e le trasformazioni sociali».5 
E ancora: «La parola d’ordine della fede in futuro sarà “associazione”, collaborazione fraterna verso un obiettivo comune».6«
Vivete nella direzione che conduce alla pace, in armonia con il prossimo e con tutti gli amici del mondo, studiando e mettendo in pratica la filosofia della vita che permette di risolvere la sofferenza fondamentale della vita e della morte: questa è l’attività della Gakkai. Tutte le azioni che ognuno di noi fa per il movimento di kosen-rufu, grazie al principio di ichinen sanzen permetteranno di rendere felici non solo noi stessi ma anche la società e la nazione in cui viviamo.
Vorrei concludere con un’altra affermazione di Seneca: «L’uomo saggio è sempre in azione e dà il massimo di sé quando la fortuna gli si fa nemica».7 Diventate “saggi della vita” e realizzate un nuovo magnifico avanzamento con saggezza e vigore, in buona salute!”

Note:

1) Lucio Anneo Seneca, De tranquillitate animi.
2) Bolton King, The Life of Mazzini, a cura di Ernest Rhys, J. M. Dent & Sons, Ltd., Londra, 1914, p. 24.
3) Tetsuto Morita, Mattsini, Shimizu Shoin, Tokyo, 1972, p. 77.
4) Mazzini’s Essays, a cura di Ernest Rhys, Everyman’s Library, Londra, p. 55.
5) Ibidem, p. 19.
6) Ibidem, p. 51.
7) Lucio Anneo Seneca, Lettere morali a Lucilio, 85.

Le 8 qualità delle persone colte (e educate)

Nel 1886 il ventiseienne Anton Čechov scrive una lettera al fratello Nikolai, che in una precedente missiva si era lamentato molto di non essere compreso da chi gli stava intorno. Čechov esorta il fratello a cambiare stile di vita in modo da uniformarsi a quelli che lui considera i dettami di vita che una persona colta e educata (a seconda della traduzione) dovrebbe seguire elencandogli otto qualità fondamentali da avere.

Nick Hornby, una vita da lettore

La lettera si trova nel libro Vita attraverso le lettere ed io però ne sono venuto a conoscenza da Una vita da lettore di Nick Hornby, un testo che è una sorta di rubrica e di appunti sui libri che l’autore compra, legge e commenta trascrivendo note ed estratti. Secondo Hornby le lettere di Čechov “sono piene di consigli utili e validi ancora oggi. «Dormire con una puttana, respirarle dritto nella bocca, ascoltarla all’infinito mentre urina… che senso ha tutto ciò? Le persone civili vanno al di là dell’obbedienza ai più bassi istinti. Domandano a una donna più di un letto, un sudore equino, e il rumore dell’urina che gocciola». Ovviamente ha ragione. Non ha senso. Ma quel gocciolio di urina… dopo qualche anno dà una specie di assuefazione, o no? Se non avete neanche iniziato ad ascoltarlo, posso solo invitarvi a non farlo mai.
A parte la specifica ossessione per il rumore del piscio, qui troviamo la rappresentazione di una moderna vita di scrittore. C’è l’aspetto del denaro, naturalmente, ma anche i pettegolezzi e un’inesauribile attività benefica, e la fama (Čechov veniva riconosciuto ovunque andasse). È anche l’unico genio in cui mi sia imbattuto del tutto inconsapevole, oltreché noncurante, dell’immensità del suo talento. […]”

Di seguito la lettera, tratta da internet, con gli otto consigli:

Spesso ti sei lamentato con me del fatto che le persone “non ti capiscono”! Goethe e Newton non si sono mai lamentati di questo… Solo Cristo se n’è lamentato, ma stava parlando della Sua dottrina e non di Sé stesso… Le persone ti capiscono perfettamente. E se tu non comprendi te stesso, non è una loro colpa.
Ti assicuro, da fratello e da amico, che io ti capisco e mi dispiaccio per te con tutto il mio cuore. Conosco le tue buone qualità come conosco le mie cinque dita; le apprezzo e le rispetto profondamente. Se vuoi, per provarti che ti capisco, posso enumerare le qualità che possiedi. Io penso che tu sia gentile, magnanimo, generoso, pronto a condividere il tuo ultimo centesimo; non provi invidia né odio; sei un cuore semplice; sei fiducioso, senza livore o inganno, e non ricordi il male… Hai un dono che gli altri non hanno: hai talento. Questo talento ti pone al di sopra di milioni di uomini, sulla terra solo una persona su due milioni è artista. Il tuo talento ti distingue: se tu fossi un rospo o una tarantola, anche allora la gente ti rispetterebbe, per il talento tutte le cose sono perdonate.
Hai solo una mancanza, e la falsità della tua posizione e la tua infelicità sono causate tutte da questa. Si tratta della tua assoluta mancanza di cultura. Perdonami, ma veritas magia amicitiae… Vedi, la vita ha le sue condizioni. Per sentirsi a proprio agio tra le persone istruite, per sentirti a casa tua ed essere felice insieme a loro, devi essere colto in una certa misura. Il talento ti ha portato in un tale cerchio di conoscenze, ne fai parte, ma… ne sei allontanato, e tu vacilli tra le persone colte.
Secondo me le persone colte devono soddisfare le seguenti condizioni:
1. Rispettano la personalità umana, e perciò sono sempre cortesi, gentili, educate e pronte a dare agli altri. Non fanno casini per un martello o per aver perso un pezzo di caucciù; se vivono con qualcuno non lo considerano un favore e, andando via, non dicono: «Nessuno può vivere con te». Tollerano il rumore e il freddo e la carne secca e le battute e la presenza di estranei a casa loro.
2. Hanno simpatia non solo per i mendicanti e i gatti. Il loro cuore soffre per ciò che l’occhio non vede… Si siedono di notte al fine di aiutare P… a pagare l’Università per i fratelli, e a comprare vestiti per la loro madre.
3. Rispettano la proprietà degli altri, e perciò pagano i loro debiti.
4. Sono sinceri e hanno paura di mentire come del fuoco. Non mentono nemmeno nelle piccole cose. Una bugia è un insulto a chi l’ascolta e lo pone in una posizione inferiore agli occhi di chi parla. Non si atteggiano, si comportano in strada come fanno a casa, non si vantano davanti ai loro amici più umili. Non sono portati a cianciare e a riversare sugli altri le loro confidenze non sollecitate. In segno di rispetto per le orecchie degli altri, stanno più spesso in silenzio anziché parlare.
5. Non si denigrano per suscitare compassione. Non fanno leva sulle corde dei cuori degli altri così da farli sospirare e ottenere molto da questi. Non dicono: «Sono stato frainteso» o «Sono diventato di seconda categoria» perché tutto ciò che cerca di ottenere un effetto a buon mercato è volgare, stantio, falso…
6. Non hanno alcuna superficiale vanità. A loro non importa di tali falsi diamanti come conoscere celebrità, stringere le mani dell’ubriaco P… Se riescono a fare qualche soldo non si pavoneggiano come se avessero accumulato cento rubli, e non si vantano di poter entrare in posti in cui gli altri non sono ammessi… Il vero uomo di talento si tiene sempre nell’oscurità tra la folla, il più lontano possibile dalla pubblicità… Persino Krylov ha detto che un barile vuoto fa più eco di uno pieno.
7. Se hanno talento, lo rispettano. A esso sacrificano tutto il resto: donne, vino, vanità… Sono orgogliosi del loro talento… Inoltre sono esigenti.
8. Sviluppano un sentimento estetico verso sé stessi. Non possono andare a dormire indossando i loro vestiti da giorno, vedere crepe alle pareti piene di insetti, respirare aria cattiva, camminare su un pavimento sul quale qualcuno ha sputato, cucinare i pasti su una stufa a nafta. Cercano, per quanto possibile, di frenare e nobilitare l’istinto sessuale… In una donna non vogliono una compagna da letto… Non chiedono un’intelligenza che si mostri nella menzogna continua. Se sono artisti, vogliono la freschezza, l’eleganza, l’umanità… Non tracannano vodka a tutte le ore del giorno e della notte, non annusano nelle dispense perché non sono maiali e sanno di non esserlo… Vogliono mens sana in corpore sana [una mente sana in un corpo sano].
E così via.
Così sono le persone colte. Per essere colti e non restare sotto il livello dei tuoi vicini non basta aver letto Il circolo Pickwick e imparato a memoria un monologo dal Faust.
È necessario un lavoro costante, giorno e notte, una lettura costante, lo studio, la volontà… Ogni ora è preziosa… Venendo a noi, rompi la bottiglia di vodka, metti da parte le menzogne e leggi… Turgenev, se ti piace, che non hai letto.
Devi eliminare la tua vanità, non sei un bambino… presto avrai trent’anni. È ora!
Ti aspetto… tutti noi ti aspettiamo.
Anton Čechov

Akbar e la necessità della ragione

Di seguito riporto il paragrafo “Akbar e la necessità della ragione” tratto dal I capitolo del libro L’idea di giustizia di Amartya Zen.

amartya sen, l'idea di giustizia

William B. Yeats annotò in margine alla sua copia della Genealogia della morale di Nietzsche: «Perché mai Nietzsche pensa che la notte non abbia stelle, ma soltanto pipistrelli e gufi, e la folle luna?». Lo scetticismo di Nietzsche sull’umanità e la sua agghiacciante visione del futuro comparvero alla vigilia del XX secolo (il filosofo morì nel 1900). Gli eventi del secolo che stava per iniziare, con le sue guerre mondiali, i suoi olocausti, i suoi genocidi e le altre atrocità, offrono più di un motivo per chiedersi se quello scetticismo non fosse fondato. Riconsiderando le inquietudini di Nietzsche alla fine del XX secolo, Jonathan Glover conclude che «dobbiamo guardare bene in faccia, con fermezza, alcuni dei mostri che sono dentro di noi» e trovare strumenti e sistemi per «metterli in gabbia e addomesticarli».

Circostanze come il volgere di un secolo rappresentano per molte persone momenti propizi per fare il punto su ciò che sta accadendo e ciò che si deve fare. Non sempre questo sfocia in riflessioni come quelle di Nietzsche (o di Glover), tanto pessimistiche e scettiche sulla natura umana e sulla possibilità di un cambiamento all’insegna della ragione. Un interessante contraltare, ben più antico, è dato dalle conclusioni a cui approdò in India l’imperatore Moghul Akbar, sull’onda di una riflessione di «fine millennio», più che di fine secolo. Mentre il primo millennio del calendario islamico volgeva al termine, nel 1591-1592 (cioè mille anni lunari dalla fuga di Maometto da La Mecca a Medina, nel 622 d.C.), Akbar si dedicò a un esame ad ampio raggio dei valori sociali e politici e della pratica giuridica e culturale. A richiamare la sua attenzione erano soprattutto le sfide poste dalle relazioni tra le varie comunità e la necessità di pace e collaborazione fruttuosa, sempre impellente nell’India, già multiculturale, del XVI secolo.

Bisogna ammettere che le politiche attuate da Akbar erano piuttosto inusuali per l’epoca. La macchina dell’Inquisizione girava a pieno ritmo e nel 1600 a Roma Giordano Bruno veniva arso sul rogo come eretico, mentre in India Akbar emanava le sue disposizioni sulla tolleranza religiosa. L’imperatore indiano non solo insisteva sul fatto che tra i doveri dello Stato rientrava quello di assicurare che «nessun uomo sia ostacolato per la sua fede religiosa e a tutti sia permesso di accostarsi a qualsiasi religione desideri», ma organizzava ad Agra, la capitale, incontri di dialogo tra indù, musulmani, cristiani, giainisti, parsi, giudei e altri, inclusi a volte agnostici e atei. Tenendo conto della pluralità religiosa del suo popolo, Akbar pose in vari modi le basi del laicismo e della neutralità religiosa dello Stato. La costituzione laica adottata dall’India nel 1949, all’indomani dell’indipendenza dal dominio britannico, contiene numerosi elementi già contemplati da Akbar nell’ultimo decennio del XVI secolo; fra questi, l’interpretazione del laicismo come equidistanza dello Stato tra le diverse religioni e impegno a non privilegiare alcuna fede in particolare.

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Il discorso della tartaruga Giorgina

Facendo zapping in TV mi è capitato di vedere il cartone animato Animals United (2010). Di seguito riporto il discorso della tartaruga Giorgina.

(..) L’acqua è il sangue di tutti i nostri antenati. (..)

Buona sera (io mi chiamo Winston) e io mi chiamo Giorgina.
Siamo nati più di 700 anni fa su un isola che si trova nel cuore dell’oceano Pacifico. In tutti questi anni ci è capitato di incontrare molti esseri umani.. che hanno rubato, che hanno ucciso e distrutto ogni cosa molte, molte volte e abbiamo lasciato che accadesse e proprio a causa di questo abbiamo perso tutto.
La nostra amata casa purtroppo non esiste più. Dove una volta sbocciavano fiori di tutti i colori, ora la terra è arida e sterile. Lì dove un tempo l’aria vibrava del cinquettio di mille varietà di uccelli ora c’è soltanto silenzio. Dove una volta le foche e le creature dell’oceano giocavano tra le onde ogni forma di vita si sta estinguendo. Le Galapagos, la nostra meravigliosa casa sono oramai poco più di un orrida massa nera, scura e oleosa.
Tutto il mondo non è altro che un’orrida massa nera, scura e oleosa. Tutto il mondo, a parte questo luogo. Ma se voi non farete qualcosa per fermarli, anche di questo luogo non resterà che una macchia annerita poiché l’uomo è come un ladro di notte e porta via dalla terra ciò che vuole. Egli è come un serpente che si ciba della sua stessa coda per sopravvivere.
Ma la Terra non appartiene all’uomo. Egli non è che una parte minuscola. Non fu l’uomo a tessere la tela della vita sulla Terra. È solo uno dei fili della trama poiché tutti noi condividiamo il medesimo respiro: la nebbia che si alza tra il verde lussureggiante delle foreste, la frescura che si alza dalle montagne rocciose, il profumo del vento dopo la pioggia, le piante, gli uomini e noi animali.
Quello che l’uomo non comprende è che ciò che infligge alla Terra, alla fine lo infligge a sé stesso. E quando un giorno la Terra sarà stata distrutta e gli animali saranno stati scacciati o sterminati, l’uomo regnerà sulla Terra da solo. E allora sconvolto e prostrato anch’egli sparirà dalla faccia della Terra.
Ma è una ben magra consolazione per noi adesso perché tutti voi presto perirete se non vi deciderete a difendervi contro l’umanità. (..)

La strada

Il bellissimo libro La strada di Cormac McCarthy è un romanzo post-apocalittico che narra il rapporto tra un padre e un figlio per la sopravvivenza e la speranza in un mondo senza più storia né futuro.

Dall’edizione Einaudi: «Guardati intorno, – disse. – Non c’è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione».
Che cosa resta quando non c’è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d’acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell’insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell’umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell’essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all’estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. (..)

Di seguito alcuni estratti.

la strada, cormac mccarthy(..) Dormirono dentro una macchina parcheggiata sotto un viadotto, le giacche e la coperta ammucchiate addosso. Nell’oscurità e nel silenzio riuscivano a scorgere dei puntini luminosi che si accendevano qua e là sul pannello della notte. I piani più alti dei palazzi erano tutti bui. Voleva dire portare l’acqua fin lassù. E poi rischiare di essere stanati col fuoco. Che cosa mangiava quella gente? Lo sa Dio. Rimasero avvolti nelle giacche a guardare fuori dal finestrino. Chi sono, papà? 
Non lo so.

Durante la notte si svegliò e tese l’orecchio. Non si ricordava più dov’era. Il pensiero gli strappò un sorriso. Dove siamo?, disse.
Cosa c’è, papà?
Niente. È tutto a posto. Dormi.
Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco. (..)

(..) Passarono la giornata lì, seduti in mezzo agli scatoloni e alla casse.
Mi devi parlare, disse al bambino.
Ti sto parlando.
Sei sicuro?
Sì, adesso sto parlando.
Vuoi che ti racconti una storia?
No. 
Perché no?
Il bambino lo guardò e poi distolse lo sguardo.
Perché no?
Quelle storie non sono vere.
Non devono essere per forza vere. Sono storie.
Sì. Ma nelle storie aiutiamo sempre qualcuno, mentre in realtà non aiutiamo nessuno.
Perché non me la racconti tu una storia?
Non mi va.
Ok.
Non ho nessuna storia da raccontare.
Potresti raccontarmi una storia che parla di te.
Le sai già tutte le storie che parlano di me. C’eri anche tu.
Ma dentro di te hai delle storie che io non conosco.
Cioè, come i sogni?
Per esempio. O anche le cose a cui pensi.
Sì, ma le storie dovrebbero essere allegre.
Non per forza.
Tu racconti sempre storie allegre.
E tu non ne hai di storie allegre?
Assomigliano alla vita reale.
Invece le mie storie no.
Le tue storie no. Infatti.
L’uomo lo fissò. La vita reale è molto brutta?
Secondo te?
Be’, io dico che siamo ancora qui. Sono successe un sacco di cose brutte ma siamo ancora qui.
Già.
A te non sembra una gran cosa.
Boh. (..)

Dell’amare il prossimo nei fratelli Karamazov

Di seguito pubblico un estratto del capitolo IV Ribellione (libro V) de I fratelli Karamazov di Fëdor Michajlovic Dostoevskij, (Garzanti editore) in cui viene affrontato il tema dell’amore per il prossimo.

i fratelli karamazov garzanti

“Devo farti una confessione”, esordì Ivan, “non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano. Una volta ho letto da qualche parte la storia di “Giovanni il misericordioso”, un santo: un viandante affamato e infreddolito andò da lui e gli chiese di riscaldarlo e quello lo fece coricare nel letto insieme a lui, lo abbracciò e prese a soffiargli nella bocca, putrida e puzzolente a causa di una terribile malattia. Io sono convinto che egli lo facesse per una lacerazione piena di falsità, per il dovere di amare che gli era stato imposto, per una penitenza che si era inflitto. Perché si possa amare una persona, è necessario che essa si celi alla vista, perché non appena essa mostrerà il suo viso, l’amore verrà meno”.

“Più di una volta, lo starec Zosima ha parlato di questo”, osservò Alëša; “ha anche detto che spesso il viso di un uomo, per chi è inesperto in amore, diventa un ostacolo per l’amore. Tuttavia, c’è anche molto amore nell’umanità, amore quasi comparabile a quello di Cristo, questo l’ho visto io stesso, Ivan…”

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Lavorare manca

Lavorare manca (2014) è un libro di Diego Marani che intreccia brillantemente il racconto autobiografico a considerazioni personali sul mondo del lavoro passato e presente.

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Si parte dalle prime perplessità “perché il lavoro non è mai come ce lo spiegano a scuola, come lo immaginiamo da fuori, non è mai la conquista della libertà ma l’inizio di un’altra cosa, che più propriamente non si chiama neppure lavoro bensì fatica e che fa tutt’uno con la vita. (..)” E poi la maestra che “ci spiegava che tutti devono lavorare, che ogni mestiere anche il più umile, è nobile perché produce qualcosa di buono per tutti, che anche noi avremmo trovato il nostro e che la cosa più giusta da fare alla nostra età di bambini era imparare e studiare le cose che ci piacevano di più, così le avremmo fatte diventare il nostro mestiere e lavorare non ci sarebbe pesato per nulla, anzi sarebbe stata la nostra passione. (..)” E poi via in un fiume di ricordi e amare analisi del presente, passando dal primo lavoro sotto il sole a raccogliere le fragole per mettere da parte dei soldi per una canoa e grazie al quale il protagonista impara cosa vuol dire “avere un padrone e nient’altro che le proprie braccia. Contava poco il cervello, la cultura, la buona educazione, la bellezza, il fine pensiero. Il lavoro era tutto lì: per cavarsela con poco bisognava avere qualcosa di interessante da vendere. Sennò restavano solo le braccia. E guadagnarsi da vivere con quelle era una gran fatica”. Il lavoro dei nonni. L’esperienza inglese a Londra dopo la maturità a fare lo sguattero, il cameriere e il portiere. Gli studi. E finalmente il lavoro da funzionario a Bruxelles come interprete alle Cee. Poi tanto altro ancora, fino al ripresentarsi del problema lavoro, ma stavolta per il figlio. Un libro interessante, piacevole e semplice da leggere dove è facile identificarsi nelle avventure e nelle considerazioni dell’autore.

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I dieci comandamenti di Bertrand Russell per vivere in una sana democrazia

traduzione ed estratto via Open Culture del 14 marzo 2013

Bertrand Russell vedeva la storia della civiltà come essere stata modellata da una infelice oscillazione tra due mali opposti: la tirannia e l’anarchia, ognuno dei quali contenente il seme dell’altro. La migliore strada per tenersi alla larga da entrambi, sostiene Russell, è il liberalismo.

Bertrand Russell, by J. F. Horrabin.jpg https://commons.wikimedia.org

“La dottrina del liberalismo è un tentativo per eludere questa oscillazione senza fine”, scrive Russell in Storia della filosofia occidentale. “L’essenza del liberalismo è un tentativo di garantire un ordine sociale non basato su dogmi irrazionali [una caratteristica della tirannia], che assicuri la stabilità [che l’anarchia mina] senza implicare più restrizioni di quanto siano strettamente necessarie per la preservazione della comunità.”

Nel 1951, Bertrand Russell pubblicò un articolo sul The New York Times Magazine “La miglior risposta al fanatismo – Il liberalismo”, con il sottotitolo: “La sua calma ricerca per la verità, vista come pericolosa in molti posti, resta la speranza dell’umanità”. Nell’articolo, Russell scrive che “Il liberalismo non è tanto una dottrina quanto una disposizione. Esso, infatti, è l’opposto delle dottrine”. (..)

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Giovanni Sartori Homo videns

Se ne è andato Giovanni Sartori, uno che vedeva meglio di tanti altri.

Al di là dei suoi scritti sulla politica e sulla democrazia mi piace ricordarlo per il libro Homo videns (1997), nel quale l’autore spiega come l’uomo stia attraversando una mutazione genetica determinata dalla onnipervasiva presenza degli schermi televisivi, che modificano (e impoveriscono) di fatto l’apparato cognitivo dell’homo sapiens.

Di seguito pubblico la Prefazione e il paragrafo Il video-bambino.

Dalla Prefazione

“Perché non date alla gente libri su Dio?” Per la stessa ragione per la quale non diamo loro Otello; sono vecchi; sono su Dio di circa cento anni fa. Non su Dio oggi. “Ma Dio non cambia”. Gli uomini, però, sì. (Aldous Huxley, Brave New World)

Siamo in piena e rapidissima rivoluzione multimediale. Un processo a molti tentacoli (Internet, computer personali, ciberspazio) che è però caratterizzato da un comune denominatore: Il tele-vedere, e per esso un nostro video-vivere. Pertanto in questo libro la messa a fuoco è sulla televisione, e la tesi di fondo è che il video stra trasformando l’homo sapiens prodotto dalla cultura scritta in un homo videns nel quale la parola è spodestata dall’immagine. Tutto diventa visualizzato. Ma in tal caso cosa succede del non-visualizzabile (che è il più)? Così mentre ci preoccupiamo di chi controlla i media, non ci avvediamo che è lo strumento in sé e per sé che è scappato di mano.

Della televisione si lamenta che incoraggia la violenza, oppure che informa poco e male, oppure che è culturalmente regressiva (come ha scritto Habermas). Vero. Ma è ancor più vero e importante capire che il tele-vedere sta cambiando la natura dell’uomo. Questo è il porro unum, l’essenzialissimo, che a tutt’oggi è largamente sfuggito all’attenzione. Eppure è abbastanza evidente che il mondo nel quale viviamo già poggia sulle gracili spalle del “video-bambino”: un nuovissimo esemplare di essere umano allevato dal tele-vedere – davanti a un televisore – ancor prima di sapere leggere e scrivere.

Pertanto nella prima parte di questo libro mi occupo e preoccupo del primato dell’immagine, e cioè di un prevalere del visibile sull’intellegibile che porta a un vedere senza capire. Ed è su questa premessa fondante che successivamente prendo in esame la video-politica. e cioè il potere politico della televisione. Ma lungo questo percorso la mia attenzione resta concentrata sulla paidéia, sulla crescita del video-bambino, e quindi sui processi formativi della pubblica opinione e su quanto sapere passa e non passa, attraverso i canali delle comunicazione di massa. Il più caustico, in materi, è Baudrillard: L’informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa”. Certo è che la televisione – a differenza degli strumenti di comunicazione che l’hanno preceduta (fino alla radio) – distrugge più sapere e più capire di quanto trasmetta.

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