L’ultima lettera di Nicola Sacco al figlio Dante

Di seguito l’ultima lettera di Nicola Sacco scritta cinque giorni prima della propria esecuzione avvenuta il 23 agosto 1927, tratta da la pagina fb di Cannibali e Re.

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“Mio carissimo figlio e compagno,
sin dal giorno che ti vidi per l’ultima volta ho sempre avuto idea di scriverti questa lettera: ma la durata del mio digiuno e il pensiero di non potermi esprimere come era mio desiderio, mi hanno fatto attendere fino ad oggi. Non avrei mai pensato che il nostro inseparabile amore potesse così tragicamente finire! ….Ma questi sette anni di dolore mi dicono che ciò è stato reso possibile. Però questa nostra separazione forzata non ha cambiato di un atomo il nostro affetto che rimane più saldo e più vivo che mai. Anzi, se ciò è possibile, si è ingigantito ancor più. Molto abbiamo sofferto durante il nostro lungo calvario.
Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. Se cessai il mio sciopero della fame, lo feci perché in me non era rimasta ormai alcuna ombra di vita ed io scelsi quella forma di protesta per reclamare la vita e non la morte, il mio sacrificio era animato dal desiderio vivissimo che vi era in me, per ritornare a stringere tra le mie braccia la tua piccola cara sorellina Ines, tua madre, te e tutti i miei cari amici e compagni di vita, non di morte. Perciò, figlio, la vita di oggi torna calma e tranquilla a rianimare il mio povero corpo, se pure lo spirito rimane senza orizzonte e sempre sperduto tra tetre, nere visioni di morte. Ricordati anche di ciò figlio mio.
Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perché essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili.
Continuamente pensavo a te, Dante mio, nei tristi giorni trascorsi nella cella di morte, il canto, le tenere voci dei bimbi che giungevano fino a me dal vicino giardino di giuoco ove vi era la vita e la gioia spensierata – a soli pochi passi di distanza dalle mura che serrano in una atroce agonia tre anime in pena!… Tutto ciò mi faceva pensare a te e ad Ines insistentemente, e vi desideravo tanto, oh, tanto, figli miei!… Ma poi pensai che fu meglio che tu non fossi venuto a vedermi in quei giorni, perché nella cella di morte ti saresti trovato al cospetto del quadro spaventoso di tre uomini in agonia, in attesa di essere uccisi, e tale tragica visione non so quale effetto avrebbe potuto produrre nella tua mente, e quale influenza avrebbe potuto avere nel futuro. D’altra parte, se tu non fossi un ragazzo troppo sensibile una tale visione avrebbe potuto esserti utile in un futuro domani, quando tu avresti potuto ricordarla per dire al mondo tutta la vergogna di questo secolo che è racchiusa in questa crudele forma di persecuzione e di morte infame. Sì, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre Idee che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire. Dante, per una volta ancora ti esorto ad essere buono ed amare con tutto il tuo affetto tua madre in questi tristi giorni: ed io sono sicuro che con tutte le tue cure e tutto il tuo affetto ella si sentirà meno infelice. E non dimenticare di conservare un poco del tuo amore per me, figlio, perché io ti amo tanto, tanto… I migliori miei fraterni saluti per tutti i buoni amici e compagni, baci affettuosi per la piccola Ines e per la mamma, e a te un abbraccio di cuore dal tuo padre e compagno.”

Il dramma del maturo tra gli immaturi

Di seguito un estratto del paragrafo 22. L’ora incerta di un uomo maturo da Immaturità di Francesco Matteo Cataluccio (ed. 2014).

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[…] Tzvetan Todorov, in Di fronte all’estremo (1991), ricorda che Levi attribuiva l’angoscia che sentiva a un senso di vergogna per aver vissuto ciò che aveva vissuto associato a un diffuso e insopportabile senso di colpa.
Tre tipi diversi di vergogna attanagliano il sopravvissuto:
1) la vergogna del ricordo (“L’opera di bestializzazione… era stata portata a compimento dai tedeschi. È uomo chi uccide… Non è un uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere”; 2) la vergogna di sopravvivere (“Sopravvivevano i peggiorii, cioè i più adatti, i migliori sono morti tutti….”); 3) la vergogna di essere umani (“Mi sentivo colpevole di essere uomo perché gli uomini avevano edificato Auschwitz”). Levi li sentiva tutti e tre con identica forza e aveva scelto (ma si tratta veramente di una scelta?) di non dimenticare, di non nascondere nulla a se stesso e agli altri: perché anche gli altri ricordassero.
Levi è l’esempio di un uomo maturato tragicamente molto oltre la soglia che di solito viene concessa a un individuo durante una vita normale. Da questo derivò il suo isolamento. Era troppo maturo e pesante per gli altri. Le cose che raccontava erano “incredibili” perché simili a quelle di uno che è tornato dall’Inferno. In un mondo che continuava ad andare, nonostante la tremenda bufera appena passata, verso il trionfo dell’immaturità, Levi era troppo “diverso”, comprensibilmente non voleva esserlo ma sentiva il dovere di testimoniare la sua esperienza per rispetto di colore che erano con lui ed erano morti. La molla che fa, dunque, scattare il bisogno di scrivere è il sospetto (e, spesso, la certezza) che gli altri o non capiscano i racconti delle terribili vicende passate o addirittura, provino fastidio ad ascoltarle. È il dramma del maturo tra gli immaturi. Molto giustamente, Rosellina Balbi, in un’intervista a Levi, ricorda l’analoga situazione nella quale si viene a trovare il protagonista di Napoli milionaria (1945) di Eduardo De Filippo: “l’uomo che torna a casa dopo il tempo dell’orrore, e quell’orrore vuole raccontarlo, vuole dividerlo con qualcuno per liberarsene;e invece, tutti gli dicono ‘ma lascia stare, è tutto passato mangia, bevi e non pensarci più’. E parlano d’altro”. […]

Levi si era posto sulla lunghezza d’onda di un’altra vittima di Auschwitz, l’olandese Etty Hillesum, quando sosteneva: “Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”. Per tener fede a un programma siffatto, Levi riviveva e scriveva le sue drammatiche esperienze per una sorta di dovere verso i morti e il prossimo contemporaneo e futuro, prima ancora che per se stesso.
Senza volerlo, e anzi ribellandosi spesso a questa immagine, era col tempo una sorta di laico “santo ebraico” (come se ne trovano nelle pagine di Joseph Roth o Isaac Bachevis Singer): uno scrittore vittima e testimone della tragedia umana. “L’ebreo che ricorda e capisce (o cerca di capire) è portato, da sempre, a testimoniare. In questo senso ogni ebreo che si rispetti è un profeta. Levi fu un profeta laico con antica ossatura biblico-religiosa”. La sua indagine sul perché del passato si saldava con lo sguardo sul dolore di oggi, sul male che continuava, sotto altre forme (meno assolute) a trionfare, sulla propria sofferenza e stanchezza, sulla malattia dell’anziana madre, della quale si era preso completamente carico. […]

La Saggezza

Di seguito il paragrafo Saggezza da La voce del Maestro di Kahlil Gibran.

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Saggio è chi ama e riverisce Iddio. Il merito di un uomo sta nella sua sapienza e nei suoi atti, non nel suo colore, nella fede, nella stirpe, nell’ascendenza familiare. Ricordati, amico, che il figlio di un pastore che abbia tali capacità di conoscenza vale più, per una nazione, dell’erede al trono, se questi è un ignorante. La conoscenza è la tua vera patente di nobiltà. e non importa chi sia il padre tuo e di quale stirpe egli sia.

Il sapere è il solo bene che i tiranni non possono alienare. Solo la morte può oscurare la luce della conoscenza che è dentro di te. La vera ricchezza di una nazione non è nel suo oro e argento, ma nel sapere, nella saggezza e nella rettitudine dei suoi figli.

Le ricchezze dello spirito danno luminosità al viso di un uomo e generano simpatia e rispetto. Lo spirito di ognuno di noi si manifesta negli occhi, nell’espressione e in tutti i movimenti e i gesti del corpo. Il nostro aspetto, le nostre parole, le nostre azioni non sono mai più grandi di noi stessi. Giacché è la l’anima la nostra dimora; e gli occhi ne sono le finestre, e le parole i messaggeri. 

Conoscenza e comprensione sono le fide compagne della vita, che non si riveleranno mai insincere con te. Giacché la conoscenza è la tua corona, e la comprensione il tuo bastone; e finché esse saranno con te, non potrai possedere tesoro più grande.

Chi ti comprende ti è più consanguineo del tuo stesso fratello. Giacché neanche uno che sia della tua parentela può comprendere veramente o conoscere il tuo vero valore.

L’amicizia con l’ignorante è cosa non meno sciocca che il ragionare con un ubriaco.

Dio ti ha dotato d’intelligenza e conoscenza. Non spegnere un tale lampo di divina Grazia e non mordere la candela della saggezza nelle tenebre della lussuria dell’errore. Giacché il saggio s’accosta con la sua torcia ad illuminare il sentiero dell’umanità.

Ricordati: un giusto provoca nel diavolo maggior dispiacere che un milione di ciechi credenti.

Un poco di conoscenza operosa vale infinitivamente di più di una grande conoscenza oziosa.
Se la conoscenza che tu possiedi non t’insegna nulla del valore delle cose, e non ti libera dalla schiavitù della materia, mai ti accosterai al trono della Verità.
Se la che tu possiedi non t’insegna a sollevarti al di sopra dell’umana miseria e fragilità e a condurre sul retto sentiero un altro uomo, tu resti, in verità, un uomo dappoco e tale resterai fino al Giorno del Giudizio.
Apprendi le parole di saggezza espresse dai saggi e applicale alla tua propria vita. Vivile: – ma senza far mostra e recita di esse, giacché colui che ripete quel che non comprende non è migliore di un asino che porti un carico di libri. 

Il Principe Cinque-armi

Di seguito il racconto il Principe Cinque-armi tratta dal libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell.

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[...] Il racconto narra di un giovane principe che aveva appena terminato gli studi militari sotto la guida di un famoso maestro. Avendo ricevuto, quale simbolo del suo rango, il titolo Principe Cinque-armi, accettò le cinque armi che il maestro gli donò, si inchinò e, munito delle cinque armi, si avviò lungo la strada che conduceva alla città del re suo padre. Lungo il cammino incontrò una foresta, alle soglie della quale alcune persone gli dissero: “Signor Principe, non avventurarti in questa foresta. Vi abita un orco chiamato Capelli Viscosi che uccide tutti gli uomini che incontra”.
Ma il Principe era pieno di coraggio e di fiducia in sé stesso come un leone crinito, ed entrò ugualmente nella foresta. Quando ne ebbe raggiunto il centro apparve l’orco. Questi si era aumentato di statura sino a raggiungere l’altezza di una palma; si era creato una testa grande come un chiosco con un pinnacolo a forma di campana, due occhi grandi come piattelli per l’elemosina, due zampe grandi come bulbi o germogli giganti; si era fatto un becco da falco; aveva il ventre coperto di pustole e le mani e i piedi color verde cupo. “Dove vai?”, domandò. “Fermati, sei mia preda!”. Il Principe Cinque-armi rispose , per nulla intimorito e pieno di fiducia nell’arte che aveva appreso: “Orco, sapevo quel che facevo quando mi avventurai in questa foresta. Farai bene a pensarci prima di assalirmi, poiché io trafiggerò le tue carni con una freccia intinta nel veleno e ti abbatterò all’istante!”.
Pronunciate queste parole minacciose, il giovane Principe accoccò sul suo arco una freccia intinta di un mortale veleno e la fece partire. La freccia si piantò tra i capelli dell’orco. Il Principe scoccò, l’una dopo l’altra, ben cinquanta frecce, e tutte si piantarono fra i capelli dell’orco. L’orco si scosse via via di dosso tutte le frecce, lasciandole cadere ai propri piedi, quindi si avvicinò al giovane.
Il Principe Cinque-armi minacciò una seconda volta l’orco e, sfoderata la spada, vibrò un magistrale fendente. La spada, lunga 33 pollici, rimase incollata ai capelli dell’orco. Allora il Principe lo colpì con una lancia, ma anch’essa rimase incollata ai capelli dell’orco. Il Principe allora lo colpì con una clava, ma anche questa rimase incollata ai capelli dell’orco.
Quando vide che anche la clava era rimasta incollata il principe disse:
“Signor orco, tu non hai mai sentito parlare di me.
Io sono il Principe Cinque-armi. Quando sono entrato in questa foresta dove tu vivi, non ho fatto assegnamento sulla freccia né su alcuna altra arma; quando sono entrato in questa foresta, ho fatto assegnamento soltanto su me stesso. Ora ti abbatterò e ti ridurrò in polvere!”
Informatolo così delle sue intenzioni, il Principe lanciò un urlo e colpì l’orco con la mano destra. La mano rimase incollata ai capelli dell’orco. Lo colpì allora con la mano sinistra, e anch’essa rimase incollata. Lo colpì con il piede destro, e anche questo rimase incollato. Lo colpì con il piede sinistro, che pure rimase incollato. Il Principe disse allora: “Ti colpirò col mio capo e ti ridurrò in polvere!” e lo colpì con il capo. E anche il capo rimase incollato ai capelli dell’orco.
Il Principe Cinque-armi, preso in cinque trappole, col corpo invischiato in cinque punti, pendeva dal corpo dell’orco. Malgrado ciò, tuttavia, non aveva paura né si considerava per vinto. Quanto all’orco, pensava: “Costui è un uomo straordinario, di nobili natali – non un uomo qualsiasi! Benché prigioniero di un orco come me, non trema e non si dispera! Da quando infesto questo bosco non ho mai incontrato uno come lui! Perché mai non ha paura?”.
Non osando mangiarlo, gli chiese: “Giovanotto, perché non hai paura? Perché non sei terrorizzato dal timore della morte?”
“Orco, perché dovrei aver paura? La morte è inevitabile nella vita. Inoltre, nel mio ventre c’è un altra arma, un fulmine. Se tu mi mangi, non riuscirai a digerirlo. Esso lacererà le tue budella in minuti frammenti e ti ucciderà. Ecco perché non ho paura!”

Il lettore deve sapere che il Principe Cinque-armi si riferiva all’Arma della Conoscenza ch’era in lui. Questo giovane eroe, infatti, altri non era che il Futuro Buddha, in una precedente incarnazione.
[…]

“Quel che dice questo giovanotto è vero” pensò l’orco, terrorizzato dal pensiero della morte. “Il mio stomaco non sarebbe capace di digerire neppure un pezzetto piccolo come un fagiolo della carne di quest’uomo straordinario. Lo lascerò andare!”. E lasciò libero il Principe. Il Futuro Buddha gli predicò la sua dottrina, lo sottomise, lo indusse a rinnegare sé stesso e lo trasformò in uno spirito della foresta. Dopo avergli raccomandato d’essere prudente, il giovane lasciò la foresta e all’uscita narrò la sua avventura agli esseri umani; poi proseguì il suo cammino.
Capelli Viscosi, l’orco che simboleggia il mondo in cui ci tengono legati i cinque sensi, e che non può venir gettato da parte con il solo aiuto delle forze fisiche, venne domato soltanto quando il Futuro Buddha, non più protetto dalle cinque armi cui doveva il suo nome, ricorse a una sesta arma, non nominata e invisibile: il divino fulmine della conoscenza del principio trascendente, che sta al di là del regno fenomenico dei nomi e delle forme. E subito non fu più prigioniero, ma libero, poiché ciò ch’egli ora si ricordava di essere è sempre libero. La forza del mostro fenomenico venne distrutta ed esso fu indotto a rinnegare sé stesso. Rinnegando sé stesso, divenne divino – uno spirito degno di ricevere offerte – così come è divino il mondo quando sia inteso non come fine a sé stesso ma come un semplice nome, una semplice forma di ciò che trascende, ed è tuttavia immanente, tutti i nome e tutte le forme.
[…] 

L’effetto Dunning-Kruger

Cos’è l’effetto Dunning-Kruger?

Secondo gli psicologi David Dunning e Justin Kruger “è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti” (fonte wikipedia). Allo stesso tempo, tale effetto può produrre la distorsione inversa, con un’affievolita percezione della propria competenza e una diminuzione della fiducia in sé stessi, poiché gli individui competenti sarebbero portati a vedere negli altri un grado di comprensione equivalente al proprio. Come sottolinea il video tratto da Ted:

“Le persone con un buon grado di esperienza o di conoscenza spesso sono poco sicure sulle proprie effettive abilità.. ne sanno abbastanza da sapere che c’è ancora un sacco da sapere.”

[…] Cosa puoi fare per capire quanto sei bravo veramente nelle diverse cose che fai?

Primo, chiedi spesso del feedback alle altre persone, e tienine conto, anche se può essere difficile da sentire.

Secondo, e più importante, continua ad imparare. Più ne sai, meno buchi invisibili avrai tra le tue conoscenze e competenze.”

 

 

 

Qui – Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own
Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments – la ricerca dei due autori Dunning e Kruger.

Qui – The Cocksure Versus the Intelligent – un bell’articolo che prova a spiegare la famosa frase di Bertrand Russell: “The trouble with the world is that the stupid are cocksure and the intelligent are full of doubt”.

Qui sotto invece un piccolo estratto dell’articolo The Merchandising of Virtue  di Nassim Nicholas Taleb:

[…] Hence the principle:

If your private life conflicts with your intellectual opinion, it cancels your intellectual ideas, not your private life

and

If your private actions do not generalize then you cannot have general ideas […]

The more costly, the more virtuous the act — particularly if it costs you your reputation. When integrity conflicts with reputation, go with integrity. […]

Così pare che stia la cosa

Di seguito un piccolo estratto dal libro Siddharta di Hermann Hesse.

[…] “Così pare, difatti, che stia la cosa. Ognuno prende, ognuno dà. Così è la vita.”
“Ma permetti: se tu non possiedi nulla cosa vuoi dare?”
“Ognuno dà di quel che ha. il guerriero dà la forza, il mercante la merce, il saggio la saggezza, il contadino il riso, il pescatore pesci.”
“Benissimo. e che cos’è dunque che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”
“Io so pensare. So aspettare. So digiunare.”
“E questo è tutto?”
“Credo sia tutto.” […]

Il volo su Vienna e Palomar

Oggi si celebra il centenario del “Volo su Vienna” di Gabriele D’Annunzio.

Uno dei migliori italiani di sempre, il Vate ha saputo utilizzare con maestria tutti i possibili “dispositivi” per lasciare il segno su questa terra e per rinviare il più possibile quel “momento in cui sarà il tempo a logorarsi e ad estinguersi in un cielo vuoto, quando l’ultimo supporto della memoria del vivere si sarà degradato in una vampa di calore, o avrà cristallizzato i suoi atomi nel gelo d’un ordine immobile” (Italo Calvino, Palomar, 1983).

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Senza il seme, le idee e i pensieri, le parole e le azione del Vate molti di noi probabilmente non ci sarebbero stati.

Di seguito, l’estratto sui “dispositivi” di Calvino dal libro “Palomar”.

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Certo si può anche puntare sui dispositivi che assicurano la sopravvivenza almeno d’una parte di sé nella posterità, classificabili soprattutto in due categorie: il dispositivo biologico, che permette di tramandare alla discendenza quella parte di sé stessi che si chiama patrimonio genetico, e il dispositivo storico, che permette di tramandare nella memoria e nel linguaggio di chi continua a vivere quel tanto o quel poco d’esperienza che anche l’uomo più sprovveduto raccoglie e accumula. Questi dispositivi possono anche essere visti come uno solo presupponendo il susseguirsi delle generazioni come le fasi della vita d’una singola persona che continua per secoli e millenni; ma così non si fa che rinviare il problema, dalla propria morte individuale all’estinzione del genere umano, per tardi che questa possa succedere.

(9 agosto 1918 – 6 agosto 1945)

Economia e amore per la vita

“Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti.”
John Maynard Keynes

Di seguito un estratto di Economia e amore per la vita di José Mujica tratto da La felicità al potere (2016).

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[…] La nostra civiltà ricorda l’apprendista stregone. Non è più un problema di sistema, ma è un problema di civiltà. Il nostro consumo deve incrementarsi permanentemente e ha un elemento umano comprensibile e attendibile.
Nel corso della sua storia, l’uomo ha costruito civiltà sempre atte a prepararsi per l’aldilà, civiltà portentose, edificate nel nome dell’aldilà. Ora, la civiltà che spetta a noi realizzare deve cercare di riparare l'”aldiqua”, i danni che noi stessi abbiamo provocato. La nostra vita è breve e se ne va, e non esiste nulla di più importante della vita umana sul pianeta: questo è il valore centrale. Il secondo valore è la vita in generale, quella di tutte le cose viventi che ci accompagnano. Ma poiché la vita umana è al centro, vivere vuol dire morire poco a poco, a rate, inevitabilmente, e pertanto l’avventura meravigliosa della vita è costantemente messa in discussione e sotto scacco.
Se la vita è il fattore centrale, dobbiamo porci questa domanda: varrebbe la pena lottare per un mondo e per una realtà in cui questa quota di miracolo sia al riparo, accompagnata dalla possibilità di essere felici? Essendo tanto miracolosa, amiamo a tal punto la vita da lottare disperatamente contro la morte, cerchiamo di fare miracoli per prolungare l’esistenza. La vita meriterebbe che la rispettassimo molto di più, che ce ne prendessimo cura e la amassimo con maggior vigore, tentando di rovinarla meno di quanto stiamo facendo.
La nostra società è circondata da molte assurdità che cospirano contro la vita. Pur essendo il più intelligente degli animali, a volte l’uomo abbraccia una condotta stupida e idiota.
Vi pongo una domanda: cos’è la libertà? La mia definizione casareccia, da vecchio, è la seguente: sono libero quando spendo il tempo della mia vita in ciò che mi piace. Per uno sarà una cosa, per un altro un’altra, ma finché dovrò lottare per i bisogni materiali, per sostenere la mia vita, non sarò libero, sarò sottomesso  alla legge della necessità.
Quando faccio con il tempo della mia vita quel che mi piace – dormire sotto un albero, giocare a calcio, leggere un romanzo o ascoltare un concerto, è un fatto personale – allora sono me stesso, mentre non lo sono quando resto sottomesso alla legge della necessità. Pertanto posso aumentare la mia libertà avendo maggior quantità di tempo, così da spendere parte della mia vita nelle cose che mi motivano. Se dunque lasciamo astratto il concetto di libertà, non riusciamo a trasmettere la battaglia personale che tutto questo implica.
Credo che gli esseri umani, essendo animali sociali, debbano lavorare e dare un apporto alla società in cui ci è toccato vivere, altrimenti sarebbero parassiti. La nostra vita, però, non è stata fatta solo per lavorare, è stata fatta per vivere, cosa per cui è necessario avere tempo da impegnare in quello che c’è di fondamentale: tempo per gli amici, tempo per l’amore, tempo per l’avventura. Perché? Perché l’orologio della vita scorre e il tempo scivola via.
Credo che possiamo guarire la nostra civiltà cercando di dare risposta a tali questione. Non chiediamo al mercato di risolverle, non è stato fatto per questo. È piuttosto una questione di organizzazione umana e, come tale, un tema per la politica più alta.

[…] Credo che il divenire storico abbia ricreato la nostra civiltà, e anche le altre. La storia ci ha resi capitalisti, l’antropologia ci ha definiti socialisti, e noi ce ne andiamo per il mondo con addosso questa terribile contraddizione, alla ricerca di noi stessi. Verrà un tempo in cui questa doppiezza si risolverà, ma non sarà né attraverso la via della baionetta né per quella dello stivale militare. In ogni caso, è probabile che accadrà attraverso il cammino della generosità, della cultura, della conoscenza, ma soprattutto attraverso uno smisurato amore per la vita, la grande religione dell’avvenire; amore per la vita, e sopra ogni altra la vita umana, che è quasi miracolosa.

PER I GIOVANI DEL MONDO, APPELLO ALLA RESILIENZA E ALLA SPERANZA

Di seguito l’APPELLO ALLA RESILIENZA E ALLA SPERANZA di Adolfo Perés Esquivel e Daisaku Ikeda del 5 giugno 2018 tratto dal sito della SGI Italia.

Ci rivolgiamo ai giovani del mondo affinché si uniscano per affrontare le importanti sfide dell’umanità e divengano costruttori della propria vita e della storia del nuovo millennio.
Siamo assolutamente certi che, se i giovani sapranno unirsi, potranno trovare soluzioni per percorrere insieme nuove strade di convivenza, di resilienza e di speranza. Pur rimanendo ognuno nei propri luoghi d’appartenenza e mantenendo la propria identità culturale e spirituale, essi potranno generare un impeto irrefrenabile di azioni positive e collettive.

In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove. Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”.

Il XX secolo ha segnato profondamente, tra luci e ombre, il cammino dell’umanità, generando asimmetrie e ingiustizie tra ricchi e poveri, tra i cosiddetti paesi sviluppati e quelli esclusi e in via di sviluppo, producendo distanze che ogni giorno diventano più profonde. La fame è un crimine e la lotta contro la povertà deve essere al centro di ogni politica.

Bisogna lavorare per sostenere l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite che punta a “trasformare il nostro mondo”. Per cooperare all’obiettivo di sradicare la povertà dal nostro pianeta, dobbiamo superare le differenze tra paesi, etnie, religioni e culture.

LE SFIDE PER IL FUTURO

In questi ultimi tempi si sono fortunatamente registrati segnali significativi che hanno suscitato nuove consapevolezze. Uno di questi è l’Accordo di Parigi che stabilisce misure contro il riscaldamento globale. Tale Accordo, ratificato dalla maggior parte dei Paesi, è entrato in vigore nel novembre del 2016, momento di crescente minaccia di fenomeni meteorologici e di significativo innalzamento del livello del mare.

Un altro passo in avanti si è fatto con l’approvazione, nel luglio del 2017, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. L’accordo vincola giuridicamente la comunità internazionale e stabilisce l’assoluta proibizione di produzione e uso di questi armamenti.
A novembre dello scorso anno, il Vaticano, per volontà di Papa Francesco, ha organizzato una conferenza internazionale dal titolo Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per il disarmo integrale.

È impellente trovare il coraggio di sradicare la minaccia nucleare e l’ambizione di potere e di sicurezza di alcuni paesi che si disinteressano della vita e della dignità dei popoli. È necessario e urgente “disarmare la ragione armata”.
Il nostro dialogo sui temi di natura planetaria è ininterrotto ed è sostenuto dalla nostra illimitata fede nel potenziale dei giovani.
I giovani del mondo si sono uniti per condurre la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN). Ciò ha messo in moto un’azione decisiva della società civile che ha portato all’adozione del trattato sopra menzionato.

Il divenire del genere umano dipende dal presente e da come i giovani avranno il coraggio di affrontare la realtà, senza lasciarsi piegare dalle avversità.

Martin Luther King ha detto: «Siamo sempre alla soglia di una nuova alba».
Noi siamo convinti che la speranza e la volontà di costruire una nuova alba per l’umanità e per tutti gli esseri viventi della nostra Casa Comune, del nostro Pianeta Terra, non verranno mai meno.
Il problema dei rifugiati è incombente. Milioni di persone vedono la propria vita e la propria dignità violate dalle guerre e dai conflitti armati, dalla fame e dalle violenze sociali e strutturali. Dobbiamo essere solidali e aprire le braccia, la mente e il cuore a ognuno di loro per cambiare la grave situazione in cui versano.

IL NOSTRO MESSAGGIO AI GIOVANI

Rivolgiamo questo Appello ai giovani del mondo affinché assumano con responsabilità il cammino della vita insieme ai loro popoli. Non dimenticate mai che ciò che si semina si raccoglie. La minaccia delle armi nucleari, l’incremento dei rifugiati, i fenomeni meteorologici estremi causati dal riscaldamento globale, l’avidità degli speculatori finanziari che aggravano la distanza tra ricchi e poveri rappresentano i principali problemi legati alla lotta sfrenata per la supremazia militare, politica ed economica, che offusca la nostra casa comune, il nostro pianeta Terra.

La smisurata ambizione di potere e ricchezza, che si traduce nell’affanno di ottenere tutto facilmente e rapidamente, è una tendenza preoccupante della società attuale.
La sapienza orientale ricorda che tale ottenebramento è provocato da tre impulsi negativi: l’avidità retta da un irreprimibile egoismo, l’odio e la stupidità che ci fa perdere il giusto cammino della nostra vita e della società.

Gandhi esortava le persone a giudicare le proprie parole e le proprie azioni, riflettendo sull’influenza che queste avrebbero esercitato sui più poveri e indifesi, senza dimenticare mai il loro volto. Lesse con grande interesse l’opera Cominciando dagli ultimi del filosofo John Ruskin, il cui titolo era in armonia con il suo pensiero: ogni società deve svilupparsi soppesando il benessere dei più bisognosi, senza che nessuno venga lasciato indietro. Questa visione coincide con l’ideale umanistico del lemma “non lasciare indietro nessuno” che è tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (ODS) delle Nazioni Unite.

IL NOSTRO MESSAGGIO ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Attraverso questo Appello congiunto vi chiediamo di sostenere delle azioni che fermino gli eccessi del progresso per ristabilire l’equilibrio tra l’essere umano e la Madre Terra.
Chiediamo che venga rafforzato il ruolo dei giovani attraverso l’educazione a una cittadinanza mondiale capace di costruire società inclusive.
Crediamo sia necessario implementare, in tutto il pianeta, fino al 2030, nuovi progetti destinati a formare una cittadinanza mondiale e sostenere i giovani per far sì che sviluppino le loro illimitate capacità.
Le principali azioni dovranno essere:

  • Promuovere una coscienza collettiva a partire dalla memoria della storia universale per far sì che non si ripetano le stesse tragedie.
  • Far comprendere che la Terra è la nostra Casa Comune e nessuno deve essere escluso da essa a causa delle proprie differenze.
  • Favorire un indirizzo umano della politica e dell’economia e coltivare la saggezza per giungere a un futuro sostenibile.

Per compiere questi obiettivi, i giovani dovranno unirsi tutti assieme e dovranno generare una forza d’azione dinamica che permetta loro di affrontare le sfide planetarie come la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari, la costruzione di una cultura dei diritti umani e la difesa della Madre Terra.

TENERE IN ALTO LA FIACCOLA DELL’AMICIZIA

Noi due abbiamo vissuto le tempeste delle guerre e le violenze del XX secolo. Queste esperienze hanno indirizzato i nostri continui sforzi per accrescere i legami di fraternità tra i popoli, superando ogni differenza etnica o religiosa.

Sentiamo quindi il bisogno di avvicinarci ai giovani del XXI secolo per affidare loro il compito di tenere in alto la fiaccola dell’amicizia, di sostenere con coraggio l’unità nella differenza e incoraggiare la solidarietà tra i popoli.

Noi, Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda, riteniamo che, per le società contemporanee e future, sarà estremamente importante che i giovani si uniscano e assumano l’impegno, insieme ai popoli, di difendere la dignità della vita, di combattere le ingiustizie, di condividere il cibo che nutre il corpo, lo spirito e la libertà, per inaugurare una nuova alba di speranza.
Se faranno questo, potranno costruire un prezioso patrimonio universale spirituale dell’umanità e un nuovo mondo giusto e solidale.

Roma, 5 giugno 2018

Icaro

Di seguito la poesia Icaro di Yukio Mishima tratta dal libro Sole e acciaio (1968).

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Icaro

Appartengo, fin dal principio, al cielo?
Se non v’appartengo, perché
mi ha fissato così, per un attimo,
con il suo sguardo infinitamente azzurro,
e mi ha attirato lassù, con la mia mente,
in alto, sempre più in alto,
e senza tregua mi seduce e mi trascina
verso altezze remote all’umano?
L’equilibrio severamente studiato,
il volo razionalmente calcolato,
nessuna anomalia sarebbe possibile:
perché dunque la brama di salire nel cielo
è così simile, in sé, alla follia?
Niente mi può appagare,
subito mi tedia qualsiasi novità terrestre.
Più in alto, più in alto, instabilmente
vengo trascinato sempre più vicino al fulgore del sole.
Perché la sorgente di luce della ragione mi brucia,
perché la sorgente di luce della ragione mi annienta?
Sotto di me, in lontananza, villaggi e fiumi sinuosi
assai più tollerabili appaiono di quando sono vicini.
Perché mi perdonano, mi approvano, mi invitano,
suggerendo che da così lontano
potrei anche amare l’umano
sebbene un simile amore non possa essere la mia meta?
E, se anche lo fosse, non avrei forse
ragione di appartenere fin dal principio al cielo
Mai ho invidiato la libertà degli uccelli,
mai ho desiderato l’indolenza della natura,
incitato solo dal misterioso struggimento a salire, ad avvicinarmi,
ad immergermi nell’azzurro del cielo.
Così contrario alle gioie organiche,
così lontano dai piaceri di uno spirito superiore.
Più in alto, più in alto,
irretito, forse, dalla lusinga e dalla vertigine delle ali di cera?

E, dunque,
Se dal principio appartenessi alla terra?
E perché la terra, se così non fosse,
provocherebbe con tanta rapidità la mia caduta
senza concedermi il tempo di pensare o di sentire?
Perché la terra così morbida e languida,
mi ha accolto con l’urto della lamina d’acciaio?
La tenera terra si è trasformata in acciaio
solo per mostrarmi la mia fragilità,
affinché la natura mi mostrasse
che la caduta è molto più naturale di quella misteriosa passione?
L’azzurro del cielo è un’illusione
prodotta dall’ebbrezza bruciante ed effimera
delle ali di cera, e tutto, fin dal principio
fu escogitato dalla terra, a cui io appartengo.
O forse il cielo, segretamente, favorì il piano
per colpirmi con la sua punizione?
Per punirmi della colpa
di non credere che esista un io,
o di non credere troppo nel mio io,
di voler impazientemente conoscere a chi io appartenga,
o di presumere di sapere tutto
e di tentare di volare lontano,
verso l’ignoto,
o verso il conosciuto,
sempre verso il punto di un azzurro simbolo?