L’effetto Dunning-Kruger

Cos’è l’effetto Dunning-Kruger?

Secondo gli psicologi David Dunning e Justin Kruger “è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti” (fonte wikipedia). Allo stesso tempo, tale effetto può produrre la distorsione inversa, con un’affievolita percezione della propria competenza e una diminuzione della fiducia in sé stessi, poiché gli individui competenti sarebbero portati a vedere negli altri un grado di comprensione equivalente al proprio. Come sottolinea il video tratto da Ted:

“Le persone con un buon grado di esperienza o di conoscenza spesso sono poco sicure sulle proprie effettive abilità.. ne sanno abbastanza da sapere che c’è ancora un sacco da sapere.”

[…] Cosa puoi fare per capire quanto sei bravo veramente nelle diverse cose che fai?

Primo, chiedi spesso del feedback alle altre persone, e tienine conto, anche se può essere difficile da sentire.

Secondo, e più importante, continua ad imparare. Più ne sai, meno buchi invisibili avrai tra le tue conoscenze e competenze.”

 

 

 

Qui – Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own
Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments – la ricerca dei due autori Dunning e Kruger.

Qui – The Cocksure Versus the Intelligent – un bell’articolo che prova a spiegare la famosa frase di Bertrand Russell: “The trouble with the world is that the stupid are cocksure and the intelligent are full of doubt”.

Qui sotto invece un piccolo estratto dell’articolo The Merchandising of Virtue  di Nassim Nicholas Taleb:

[…] Hence the principle:

If your private life conflicts with your intellectual opinion, it cancels your intellectual ideas, not your private life

and

If your private actions do not generalize then you cannot have general ideas […]

The more costly, the more virtuous the act — particularly if it costs you your reputation. When integrity conflicts with reputation, go with integrity. […]

Così pare che stia la cosa

Di seguito un piccolo estratto dal libro Siddharta di Hermann Hesse.

[…] “Così pare, difatti, che stia la cosa. Ognuno prende, ognuno dà. Così è la vita.”
“Ma permetti: se tu non possiedi nulla cosa vuoi dare?”
“Ognuno dà di quel che ha. il guerriero dà la forza, il mercante la merce, il saggio la saggezza, il contadino il riso, il pescatore pesci.”
“Benissimo. e che cos’è dunque che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”
“Io so pensare. So aspettare. So digiunare.”
“E questo è tutto?”
“Credo sia tutto.” […]

Il volo su Vienna e Palomar

Oggi si celebra il centenario del “Volo su Vienna” di Gabriele D’Annunzio.

Uno dei migliori italiani di sempre, il Vate ha saputo utilizzare con maestria tutti i possibili “dispositivi” per lasciare il segno su questa terra e per rinviare il più possibile quel “momento in cui sarà il tempo a logorarsi e ad estinguersi in un cielo vuoto, quando l’ultimo supporto della memoria del vivere si sarà degradato in una vampa di calore, o avrà cristallizzato i suoi atomi nel gelo d’un ordine immobile” (Italo Calvino, Palomar, 1983).

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Senza il seme, le idee e i pensieri, le parole e le azione del Vate molti di noi probabilmente non ci sarebbero stati.

Di seguito, l’estratto sui “dispositivi” di Calvino dal libro “Palomar”.

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Certo si può anche puntare sui dispositivi che assicurano la sopravvivenza almeno d’una parte di sé nella posterità, classificabili soprattutto in due categorie: il dispositivo biologico, che permette di tramandare alla discendenza quella parte di sé stessi che si chiama patrimonio genetico, e il dispositivo storico, che permette di tramandare nella memoria e nel linguaggio di chi continua a vivere quel tanto o quel poco d’esperienza che anche l’uomo più sprovveduto raccoglie e accumula. Questi dispositivi possono anche essere visti come uno solo presupponendo il susseguirsi delle generazioni come le fasi della vita d’una singola persona che continua per secoli e millenni; ma così non si fa che rinviare il problema, dalla propria morte individuale all’estinzione del genere umano, per tardi che questa possa succedere.

(9 agosto 1918 – 6 agosto 1945)

Economia e amore per la vita

“Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti.”
John Maynard Keynes

Di seguito un estratto di Economia e amore per la vita di José Mujica tratto da La felicità al potere (2016).

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[…] La nostra civiltà ricorda l’apprendista stregone. Non è più un problema di sistema, ma è un problema di civiltà. Il nostro consumo deve incrementarsi permanentemente e ha un elemento umano comprensibile e attendibile.
Nel corso della sua storia, l’uomo ha costruito civiltà sempre atte a prepararsi per l’aldilà, civiltà portentose, edificate nel nome dell’aldilà. Ora, la civiltà che spetta a noi realizzare deve cercare di riparare l'”aldiqua”, i danni che noi stessi abbiamo provocato. La nostra vita è breve e se ne va, e non esiste nulla di più importante della vita umana sul pianeta: questo è il valore centrale. Il secondo valore è la vita in generale, quella di tutte le cose viventi che ci accompagnano. Ma poiché la vita umana è al centro, vivere vuol dire morire poco a poco, a rate, inevitabilmente, e pertanto l’avventura meravigliosa della vita è costantemente messa in discussione e sotto scacco.
Se la vita è il fattore centrale, dobbiamo porci questa domanda: varrebbe la pena lottare per un mondo e per una realtà in cui questa quota di miracolo sia al riparo, accompagnata dalla possibilità di essere felici? Essendo tanto miracolosa, amiamo a tal punto la vita da lottare disperatamente contro la morte, cerchiamo di fare miracoli per prolungare l’esistenza. La vita meriterebbe che la rispettassimo molto di più, che ce ne prendessimo cura e la amassimo con maggior vigore, tentando di rovinarla meno di quanto stiamo facendo.
La nostra società è circondata da molte assurdità che cospirano contro la vita. Pur essendo il più intelligente degli animali, a volte l’uomo abbraccia una condotta stupida e idiota.
Vi pongo una domanda: cos’è la libertà? La mia definizione casareccia, da vecchio, è la seguente: sono libero quando spendo il tempo della mia vita in ciò che mi piace. Per uno sarà una cosa, per un altro un’altra, ma finché dovrò lottare per i bisogni materiali, per sostenere la mia vita, non sarò libero, sarò sottomesso  alla legge della necessità.
Quando faccio con il tempo della mia vita quel che mi piace – dormire sotto un albero, giocare a calcio, leggere un romanzo o ascoltare un concerto, è un fatto personale – allora sono me stesso, mentre non lo sono quando resto sottomesso alla legge della necessità. Pertanto posso aumentare la mia libertà avendo maggior quantità di tempo, così da spendere parte della mia vita nelle cose che mi motivano. Se dunque lasciamo astratto il concetto di libertà, non riusciamo a trasmettere la battaglia personale che tutto questo implica.
Credo che gli esseri umani, essendo animali sociali, debbano lavorare e dare un apporto alla società in cui ci è toccato vivere, altrimenti sarebbero parassiti. La nostra vita, però, non è stata fatta solo per lavorare, è stata fatta per vivere, cosa per cui è necessario avere tempo da impegnare in quello che c’è di fondamentale: tempo per gli amici, tempo per l’amore, tempo per l’avventura. Perché? Perché l’orologio della vita scorre e il tempo scivola via.
Credo che possiamo guarire la nostra civiltà cercando di dare risposta a tali questione. Non chiediamo al mercato di risolverle, non è stato fatto per questo. È piuttosto una questione di organizzazione umana e, come tale, un tema per la politica più alta.

[…] Credo che il divenire storico abbia ricreato la nostra civiltà, e anche le altre. La storia ci ha resi capitalisti, l’antropologia ci ha definiti socialisti, e noi ce ne andiamo per il mondo con addosso questa terribile contraddizione, alla ricerca di noi stessi. Verrà un tempo in cui questa doppiezza si risolverà, ma non sarà né attraverso la via della baionetta né per quella dello stivale militare. In ogni caso, è probabile che accadrà attraverso il cammino della generosità, della cultura, della conoscenza, ma soprattutto attraverso uno smisurato amore per la vita, la grande religione dell’avvenire; amore per la vita, e sopra ogni altra la vita umana, che è quasi miracolosa.

PER I GIOVANI DEL MONDO, APPELLO ALLA RESILIENZA E ALLA SPERANZA

Di seguito l’APPELLO ALLA RESILIENZA E ALLA SPERANZA di Adolfo Perés Esquivel e Daisaku Ikeda del 5 giugno 2018 tratto dal sito della SGI Italia.

Ci rivolgiamo ai giovani del mondo affinché si uniscano per affrontare le importanti sfide dell’umanità e divengano costruttori della propria vita e della storia del nuovo millennio.
Siamo assolutamente certi che, se i giovani sapranno unirsi, potranno trovare soluzioni per percorrere insieme nuove strade di convivenza, di resilienza e di speranza. Pur rimanendo ognuno nei propri luoghi d’appartenenza e mantenendo la propria identità culturale e spirituale, essi potranno generare un impeto irrefrenabile di azioni positive e collettive.

In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove. Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”.

Il XX secolo ha segnato profondamente, tra luci e ombre, il cammino dell’umanità, generando asimmetrie e ingiustizie tra ricchi e poveri, tra i cosiddetti paesi sviluppati e quelli esclusi e in via di sviluppo, producendo distanze che ogni giorno diventano più profonde. La fame è un crimine e la lotta contro la povertà deve essere al centro di ogni politica.

Bisogna lavorare per sostenere l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite che punta a “trasformare il nostro mondo”. Per cooperare all’obiettivo di sradicare la povertà dal nostro pianeta, dobbiamo superare le differenze tra paesi, etnie, religioni e culture.

LE SFIDE PER IL FUTURO

In questi ultimi tempi si sono fortunatamente registrati segnali significativi che hanno suscitato nuove consapevolezze. Uno di questi è l’Accordo di Parigi che stabilisce misure contro il riscaldamento globale. Tale Accordo, ratificato dalla maggior parte dei Paesi, è entrato in vigore nel novembre del 2016, momento di crescente minaccia di fenomeni meteorologici e di significativo innalzamento del livello del mare.

Un altro passo in avanti si è fatto con l’approvazione, nel luglio del 2017, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. L’accordo vincola giuridicamente la comunità internazionale e stabilisce l’assoluta proibizione di produzione e uso di questi armamenti.
A novembre dello scorso anno, il Vaticano, per volontà di Papa Francesco, ha organizzato una conferenza internazionale dal titolo Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per il disarmo integrale.

È impellente trovare il coraggio di sradicare la minaccia nucleare e l’ambizione di potere e di sicurezza di alcuni paesi che si disinteressano della vita e della dignità dei popoli. È necessario e urgente “disarmare la ragione armata”.
Il nostro dialogo sui temi di natura planetaria è ininterrotto ed è sostenuto dalla nostra illimitata fede nel potenziale dei giovani.
I giovani del mondo si sono uniti per condurre la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN). Ciò ha messo in moto un’azione decisiva della società civile che ha portato all’adozione del trattato sopra menzionato.

Il divenire del genere umano dipende dal presente e da come i giovani avranno il coraggio di affrontare la realtà, senza lasciarsi piegare dalle avversità.

Martin Luther King ha detto: «Siamo sempre alla soglia di una nuova alba».
Noi siamo convinti che la speranza e la volontà di costruire una nuova alba per l’umanità e per tutti gli esseri viventi della nostra Casa Comune, del nostro Pianeta Terra, non verranno mai meno.
Il problema dei rifugiati è incombente. Milioni di persone vedono la propria vita e la propria dignità violate dalle guerre e dai conflitti armati, dalla fame e dalle violenze sociali e strutturali. Dobbiamo essere solidali e aprire le braccia, la mente e il cuore a ognuno di loro per cambiare la grave situazione in cui versano.

IL NOSTRO MESSAGGIO AI GIOVANI

Rivolgiamo questo Appello ai giovani del mondo affinché assumano con responsabilità il cammino della vita insieme ai loro popoli. Non dimenticate mai che ciò che si semina si raccoglie. La minaccia delle armi nucleari, l’incremento dei rifugiati, i fenomeni meteorologici estremi causati dal riscaldamento globale, l’avidità degli speculatori finanziari che aggravano la distanza tra ricchi e poveri rappresentano i principali problemi legati alla lotta sfrenata per la supremazia militare, politica ed economica, che offusca la nostra casa comune, il nostro pianeta Terra.

La smisurata ambizione di potere e ricchezza, che si traduce nell’affanno di ottenere tutto facilmente e rapidamente, è una tendenza preoccupante della società attuale.
La sapienza orientale ricorda che tale ottenebramento è provocato da tre impulsi negativi: l’avidità retta da un irreprimibile egoismo, l’odio e la stupidità che ci fa perdere il giusto cammino della nostra vita e della società.

Gandhi esortava le persone a giudicare le proprie parole e le proprie azioni, riflettendo sull’influenza che queste avrebbero esercitato sui più poveri e indifesi, senza dimenticare mai il loro volto. Lesse con grande interesse l’opera Cominciando dagli ultimi del filosofo John Ruskin, il cui titolo era in armonia con il suo pensiero: ogni società deve svilupparsi soppesando il benessere dei più bisognosi, senza che nessuno venga lasciato indietro. Questa visione coincide con l’ideale umanistico del lemma “non lasciare indietro nessuno” che è tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (ODS) delle Nazioni Unite.

IL NOSTRO MESSAGGIO ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Attraverso questo Appello congiunto vi chiediamo di sostenere delle azioni che fermino gli eccessi del progresso per ristabilire l’equilibrio tra l’essere umano e la Madre Terra.
Chiediamo che venga rafforzato il ruolo dei giovani attraverso l’educazione a una cittadinanza mondiale capace di costruire società inclusive.
Crediamo sia necessario implementare, in tutto il pianeta, fino al 2030, nuovi progetti destinati a formare una cittadinanza mondiale e sostenere i giovani per far sì che sviluppino le loro illimitate capacità.
Le principali azioni dovranno essere:

  • Promuovere una coscienza collettiva a partire dalla memoria della storia universale per far sì che non si ripetano le stesse tragedie.
  • Far comprendere che la Terra è la nostra Casa Comune e nessuno deve essere escluso da essa a causa delle proprie differenze.
  • Favorire un indirizzo umano della politica e dell’economia e coltivare la saggezza per giungere a un futuro sostenibile.

Per compiere questi obiettivi, i giovani dovranno unirsi tutti assieme e dovranno generare una forza d’azione dinamica che permetta loro di affrontare le sfide planetarie come la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari, la costruzione di una cultura dei diritti umani e la difesa della Madre Terra.

TENERE IN ALTO LA FIACCOLA DELL’AMICIZIA

Noi due abbiamo vissuto le tempeste delle guerre e le violenze del XX secolo. Queste esperienze hanno indirizzato i nostri continui sforzi per accrescere i legami di fraternità tra i popoli, superando ogni differenza etnica o religiosa.

Sentiamo quindi il bisogno di avvicinarci ai giovani del XXI secolo per affidare loro il compito di tenere in alto la fiaccola dell’amicizia, di sostenere con coraggio l’unità nella differenza e incoraggiare la solidarietà tra i popoli.

Noi, Adolfo Pérez Esquivel e Daisaku Ikeda, riteniamo che, per le società contemporanee e future, sarà estremamente importante che i giovani si uniscano e assumano l’impegno, insieme ai popoli, di difendere la dignità della vita, di combattere le ingiustizie, di condividere il cibo che nutre il corpo, lo spirito e la libertà, per inaugurare una nuova alba di speranza.
Se faranno questo, potranno costruire un prezioso patrimonio universale spirituale dell’umanità e un nuovo mondo giusto e solidale.

Roma, 5 giugno 2018

Icaro

Di seguito la poesia Icaro di Yukio Mishima tratta dal libro Sole e acciaio (1968).

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Icaro

Appartengo, fin dal principio, al cielo?
Se non v’appartengo, perché
mi ha fissato così, per un attimo,
con il suo sguardo infinitamente azzurro,
e mi ha attirato lassù, con la mia mente,
in alto, sempre più in alto,
e senza tregua mi seduce e mi trascina
verso altezze remote all’umano?
L’equilibrio severamente studiato,
il volo razionalmente calcolato,
nessuna anomalia sarebbe possibile:
perché dunque la brama di salire nel cielo
è così simile, in sé, alla follia?
Niente mi può appagare,
subito mi tedia qualsiasi novità terrestre.
Più in alto, più in alto, instabilmente
vengo trascinato sempre più vicino al fulgore del sole.
Perché la sorgente di luce della ragione mi brucia,
perché la sorgente di luce della ragione mi annienta?
Sotto di me, in lontananza, villaggi e fiumi sinuosi
assai più tollerabili appaiono di quando sono vicini.
Perché mi perdonano, mi approvano, mi invitano,
suggerendo che da così lontano
potrei anche amare l’umano
sebbene un simile amore non possa essere la mia meta?
E, se anche lo fosse, non avrei forse
ragione di appartenere fin dal principio al cielo
Mai ho invidiato la libertà degli uccelli,
mai ho desiderato l’indolenza della natura,
incitato solo dal misterioso struggimento a salire, ad avvicinarmi,
ad immergermi nell’azzurro del cielo.
Così contrario alle gioie organiche,
così lontano dai piaceri di uno spirito superiore.
Più in alto, più in alto,
irretito, forse, dalla lusinga e dalla vertigine delle ali di cera?

E, dunque,
Se dal principio appartenessi alla terra?
E perché la terra, se così non fosse,
provocherebbe con tanta rapidità la mia caduta
senza concedermi il tempo di pensare o di sentire?
Perché la terra così morbida e languida,
mi ha accolto con l’urto della lamina d’acciaio?
La tenera terra si è trasformata in acciaio
solo per mostrarmi la mia fragilità,
affinché la natura mi mostrasse
che la caduta è molto più naturale di quella misteriosa passione?
L’azzurro del cielo è un’illusione
prodotta dall’ebbrezza bruciante ed effimera
delle ali di cera, e tutto, fin dal principio
fu escogitato dalla terra, a cui io appartengo.
O forse il cielo, segretamente, favorì il piano
per colpirmi con la sua punizione?
Per punirmi della colpa
di non credere che esista un io,
o di non credere troppo nel mio io,
di voler impazientemente conoscere a chi io appartenga,
o di presumere di sapere tutto
e di tentare di volare lontano,
verso l’ignoto,
o verso il conosciuto,
sempre verso il punto di un azzurro simbolo?

Smells

I hate myself and I want to die

Kurt Cobain 20.02.1967 – 5.04.1994

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Ha saputo dare voce e vita a un’intera generazione di giovani che non si sentivano a proprio agio col mondo e con i modelli sociali dominanti ereditati e la sua dipartita per molti ha rappresentato uno dei più gravi lutti vissuti nell’ultimo fine millennio.

Per chi come me ha vissuto un certo tipo di adolescenza negli anni ’90 è stato veramente importante.
Il fratello maggiore che con le sue canzoni ti faceva sentire meno solo e meno disadattatpo.

La canzone più rappresentativa di quel comune sentire e di quella rabbia è sicuramente Smells like teen spirit.

(…) With the lights out, it’s less dangerous 
Here we are now, entertain us 
I feel stupid and contagious 
Here we are now, entertain us 
A mulatto, an Albino 
A mosquito, my libido, yeah 
Hey, yay 

And I forget just why I taste 
Oh yeah, I guess it makes me smile 
I found it hard, it was hard to find 
Oh well, whatever, nevermind 

Hello, hello, hello, how low 
Hello, hello, hello, how low 
Hello, hello, hello, how low (…)

Sole e acciaio

“Non penso a tutta la miseria ma alla bellezza che rimane ancora”

A. Frank, Diario

Estratti da Sole e acciaio di Yukio Mishima.

[…] Un giorno decisi di incominciare a coltivare alacremente il mio orto. Usai sole e acciaio. I raggi implacabili del soli, uniti all’acciaio dell’aratro e della zappa, furono due elementi principali della mia coltivazione. Così, mentre gli alberi lentamente fruttificavano, il pensiero del corpo giunse ad occupare gran parte delle mie meditazioni.
Naturalmente un fatto simile non è realizzabile nell’arco di un giorno; e neppure ha inizio senza qualche motivo profondo. […]

mishima sole e acciaio guanda

Quel giorno iniziò una stretta relazione che sarebbe durata dieci anni, tra la massa d’acciaio e me.
La natura di questo acciaio è veramente strana: ogni suo aumento di peso accresceva gradatamente, proprio come su una bilancia, anche la consistenza dei miei muscoli sull’altro piatto, Era come se l’acciaio avesse il dovere di conservare un equilibrio infinitesimale con il peso dei miei muscoli. E, gradualmente, tutte le proprietà dei miei muscoli rafforzarono la loro rassomiglianza con l’acciaio. Questo lento sviluppo somigliava straordinariamente a quel processo di “educazione” mediante iol quale si ricostruisce intellettualmente il cervello fornendo all’encefalo prodotti intellettuali sempre più difficili. E poiché continuavo a sognare una superficiale, esemplare forma ideale e classica del corpo quale obiettivo finale dell’educazione, l’intero processo somigliava molto al modello dell’educazione classica.
Ma quale dei due somigliava veramente all’altro? Non cercavo forse con le parole d’imitare la forma classica del corpo? La bellezza, per me, tornava sempre sui propri passi. Per me era importante solo un’immagine che esisteva un tempo, o che avrebbe dovuto esistere. La massa d’acciaio, con le proprie operazioni che presentavano variazioni infinite, ricreava un equilibrio classico, adempiva alla funzione di sospingere nuovamente il corpo verso la forma che avrebbe dovuto possedere. I fasci di muscoli, ormai quasi superflui nella vita contemporanea, sono ancora elementi vitali nella struttura del corpo maschile, ma è evidente la loro inutilità nella vita quotidiana: i muscoli non sono necessari, proprio come non è necessaria un’educazione classica per la grande maggioranza degli uomini pratici. I muscoli erano diventati progressivamente simili alla lingua greca antica. Per resuscitare quella lingua morta era necessaria un’educazione impartita dall’acciaio, per ribaltare il silenzio della morte nell’eloquenza della vita era essenziale l’aiuto dell’acciaio.50 lire
L’acciaio mi mostrò quale rispondenza esistesse realmente tra lo spirito e il corpo: emozioni deboli corrispondevano a muscoli flaccidi, il sentimentalismo a uno stomaco rilassato, la sensibilità a una pelle bianca e delicata: quindi muscoli sviluppati dovevano corrispondere a un ardente spirito combattivo, uno stomaco teso a un giudizio freddo e cerebrale, una pelle elastica a un carattere risoluto. Voglio precisare che non intendo sostenere  che questo valga per la totalità degli uomini. Anche la mia limitata esperienza era sufficiente a farmi concludere che c’erano casi in cui muscoli sviluppati nascondevano un animo debole Però, come ho già accennato, per me le parole precedevano la carne, e quindi le immagini di tute le virtù morali evocate da espressione come ardente, elastico, risoluto, dovevano necessariamente manifestarsi come segni fisici: per raggiungere questo fine era dunque sufficiente che donassi a me stesso, come in un processo educativo, queste caratteristiche esteriori.
Inoltre, al di là di quella forma classica, in me era latente un progetto romantico. L’impulso romantico, che fin da ragazzo era come una corrente sotterranea nella mia mente, assumeva significato solo in quanto distruzione della perfezione classica e si annunciava in me come un preludio in cui fosse presente la totalità dei temi dell’intera sinfonia: prima ancora di avere ottenuto un solo risultato concepivo già una composizione predeterminata. Pur nutrendo un profondo impulso romantico verso la morte, esigevo quale suo strumento un corpo rigorosamente classico; data la mia strana concezione del destino, gli impulsi romantici che mi spingevano alla morte non ebbero modo di realizzarsi per una ragione molto semplice: credevo di non possedere qualità fisiche necessarie. Per una morte romantica ed eroica erano indispensabili muscoli possenti e scultorei; pensavo che se carni flaccide si fossero trovate al cospetto della morte, non si sarebbe manifestata che una ridicola inadeguatezza, A diciotto anni, benché desiderassi una fine violenta, sentivo di non esserne degno. Infatti non possedevo muscoli che si addicessero a una morte drammatica. E feriva profondamente il mio orgoglio romantico l’essere sopravvissuto fino al termine della guerra grazie a quella inadeguatezza.
Comunque quell’intrico di idee contorte era semplicemente il groviglio del preludio di un essere che ancora non aveva realizzato nulla. Sarebbe bastato che un giorno riuscissi a realizzare qualcosa, o a distruggere qualcosa. E fu proprio l’acciaio a darmi la chiave di tutto. […]

Gocce di splendore

Di seguito, estratto dal libro Fabrizio De André Una goccia di splendore, Rizzoli, 2007.

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Cioran, uomo di grande lucidità, diceva che la vita, più che una corsa verso la morte è una disperata fuga dalla nascita. Quando veniamo al mondo affrontiamo una sofferenza e un disagio che ci portiamo avanti tutta la vita, quelli di un passaggio traumatico da una situazione conosciuta all’ignoto. Questo è il primo grande disagio. Il secondo, non meno traumatico, è quando ci rendiamo conto che dovremo morire. Per me questa spaventosa consapevolezza è arrivata verso i quattro anni. L’uomo diventa “grande”, diventa spirituale o altro, quando riesce a superare questi disagi senza ignorarli. Ora, se a essi si aggiunge anche l’esercizio della solitudine, ecco che allora forse, a differenza di altri che vivono protetti dal branco, alla fine della tua vita riesci a “consegnare alla morte una goccia di splendore“, come recita quel grande poeta colombiano che è Alvaro Mutis. Se ti opponi, se ti rifiuti di attraversare e superare questi disagi, per sopravvivere ti organizzi affinché siano altri a occuparsene e deleghi. Questa rinuncia ti toglie dignità, ti toglie la vita. Credo che l’uomo, per salvarsi, debba sperimentare l’angoscia della solitudine e dell’emarginazione. La solitudine, come scelta o come costrizione, è un aiuto: ti obbliga a crescere. Questa è la salvezza.


(…) per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità (…)
“Smisurata preghiera”, Fabrizio De André

Il mondo come io lo vedo

I primi poster che ricordo della mia camera di quando ero piccolo sono 2. Stavano vicini l’un l’altro. Uno ritraeva una scimmia vestita che mangiava una banana sopra una tazza da bagno con dietro uno sfondo giallo. Un poster tipo questo, ma con la scimmia presa di fronte.

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Il secondo poster ritraeva il faccione di Einstein tutto scapigliato che fa la linguaccia.

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Un libro di Albert Einstein che da allora mi è rimasto piacevolmente nei ricordi è Il mondo come io lo vedo e faceva parte di un’edizione della Newton & Compton editore che includeva anche Il significato della relatività.
Il libro è un’antologia di lettere ed articoli non scientifici che arrivano al 1933 e – come ci dice l’introduzione italiana – è suddiviso in 4 parti: la prima raccoglie gli scritti sulla “visione del mondo“; la seconda “Politica e e pacifismo” delinea i due temi importanti e intrecciati della sua visione politica; la terza “Germania 1933” comprende, oltre al fondamentale “manifesto” eisteiniano sulla libertà d’opinione, la breve corrispondenza che lo portò alla definitiva rottura con l’establishment scientifico tedesco rimasto fedele ad Hitler; la quarta “Gli Ebrei” illustra le sue idee sull’ebraismo e sul sionismo, compresa la possibilità di una pacifica convivenza in Palestina tra arabi ed ebrei.

E sempre nell’introduzione vi è una citazione del 1946 di Einstein sul ruolo degli intellettuali: “i lavoratori intellettuali […] non possono direttamente intervenire nella lotta politica con qualche speranza di successo. Possono riuscire, però, a diffondere idee chiare sulla situazione e sulla possibilità di un’azione coronata da successo. Essi possono contribuire, con un’opera di illuminazione, a far sì che uomini politici esperti non siano ostacolati nel loro lavoro da opinioni antiquate e a pregiudizi.”

Di seguito i primi due paragrafi del libro.

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IL SENSO DELLA VITA 
Qual è il senso della vita, o della vita organica in generale? Rispondere a questa domanda implica comunque una religione. Mi chiederete, allora, ha un senso porla? Io rispondo che l’uomo che considera la propria vita e quella delle creature consimili priva di senso non è semplicemente sventurato, ma quasi inidoneo alla vita. 

IL MONDO COME IO LO VEDO 
Quale straordinaria situazione è quella di noi mortali! Ognuno di noi è qui per un breve soggiorno; non sa per quale scopo, sebbene talvolta pensi di percepirlo. Ma dal punto di vista della vita quotidiana, senza approfondire ulteriormente, noi esistiamo per i nostri consimili – in primo luogo per quelli che ci rendono felici con i loro sorrisi e il loro benessere e, poi, per tutti quelli a noi personalmente sconosciuti ai cui destini siamo legati dal vincolo della solidarietà. Cento volte al giorno, ogni giorno, io ricordo a me stesso che la mia vita, interiore ed esteriore, dipende dal lavoro di altri uomini, viventi o morti, e che io devo sforzarmi per dare  nella stessa misura in cui ho ricevuto e continuo a ricevere. Sono fortemente attirato dalla vita semplice e spesso sono oppresso dalla sensazione di assorbire una quantità superflua del lavoro dei miei consimili. Considero le differenze di classe contrarie alla giustizia e, in caso estremo, basate sulla forza. Considero altresì che la vita semplice faccia bene a tutti, fisicamente e mentalmente. 
Non  credo  assolutamente nella libertà dell’uomo in senso filosofico. Ognuno agisce non solo  sotto  stimoli esterni, ma anche secondo necessità  interne. L’affermazione di Schopenhauer che  «un uomo può fare come vuole, ma non può volere come vuole», è stata un’ispirazione per me fin dalla giovinezza, e una continua consolazione e inesauribile sorgente di pazienza di pazienza di fronte alle difficoltà della vita, mia e degli altri. Tale sentimento mitiga pietosamente il senso di responsabilità che così facilmente diventa paralizzante e ci garantisce dal prendere noi e gli altri troppo sul serio; conduce a una visione della vita in cui l’umorismo sopra ogni altra cosa, ha il peso dovuto. 
Indagare sul senso o sullo scopo della propria esistenza, o della creazione in generale, mi è sempre parso assurdo da un punto di vista obiettivo. Eppure tutti hanno certi ideali che determinano la direzione dei loro sforzi e dei loro giudizi. In questo senso non ho mai considerato l’agiatezza e la felicità come fini in se stessi, una tale base etica la ritengo più adatta a un branco di porci. Gli ideali che hanno illuminato il mio cammino, e che via via mi hanno dato coraggio per affrontare la vita con gioia, sono stati la verità, la bontà, e la bellezza. Senza il senso di amicizia con uomini che la pensano come me, della preoccupazione per il dato obiettivo, l’eternamente irraggiungibile nel campo dell’arte e della ricerca scientifica, la vita mi sarebbe parsa vuota. Gli oggetti comuni degli sforzi umani – proprietà, successo pubblico, lusso­ – mi sono sempre sembrati spregevoli.
Il mio appassionato senso della giustizia sociale e della responsabilità sociale ha sempre contrastato curiosamente con la mia pronunciata libertà dalla necessità di un contatto diretto con altri esseri umani e comunità umane. Vado per la mia strada e non ho mai fatto parte con tutto il cuore del mio paese, della mia città, dei miei amici e neppure della mia famiglia più prossima; rispetto a tutti questi legami non ho mai perso un ostinato senso del distacco, del bisogno di solitudine un sentimento che aumenta con il passare degli anni. Sono acutamente acutamente cosciente, eppure senza rimpianti, dei limiti della possibilità di una reciproca comunicazione e di solidarietà con un consimile. Senza dubbio una persona del genere perde qualcosa in genialità e spensieratezza; d’altro canto è ampiamente indipendente nelle sue opinioni, abitudini e giudizi rispetto agli altri ed evita la tentazione di fondare il proprio equilibrio su basi così incerte.
Il mio ideale politico è la democrazia. Che ogni uomo sia rispettato come individuo e che nessuno venga idolatrato. È un’ironia del destino che io stesso sia stato fatto oggetto di eccessiva ammirazione e rispetto dai miei consimili, senza alcun pregio o difetto da parte mia. La causa di ciò potrebbe  essere il desiderio, irraggiungibile per molti, di capire quel paio di idee che le mie deboli forze hanno raggiunto attraverso incessanti fatiche. Sono assolutamente consapevole che per il successo di qualsiasi impresa complessa sia necessario che uno sia colui che pensa, che diriga e che in generale porti la responsabilità. Ma coloro che vengono guidati non devono essere obbligati, devono poter scegliere la loro guida. Un sistema autocratico di coercizione, secondo me, degenera ben presto. Perché la forza attrae uomini di bassa  moralità e io credo che sia una regola invariabile che a tiranni geniali seguano dei farabutti. Per questa ragione mi sono sempre opposto con passione a sistemi come quelli che vediamo oggi in Italia e in Russia. Quello che oggi ha portato discredito sulla forma prevalente di democrazia in Europa non deve essere attribuito all’idea democratica come tale, ma alla mancanza di stabilità da parte dei capi dei governi e al carattere impersonale del sistema elettorale. Credo che per questo aspetto gli Stati Uniti d’America abbiano trovato la giusta via. Hanno un presidente responsabile, eletto per un periodo di tempo sufficientemente lungo, con sufficiente potere per essere veramente responsabile. D’altro canto, ciò che io valuto valido nel nostro sistema politico è la maggiore previdenza per l’individuo in caso di malattia o di bisogno. La cosa veramente valida nello spettacolo della vita umana mi pare non lo Stato, ma l’individuo, creativo e sensibile, la personalità; solo lui crea ciò che è nobile e sublime, mentre il branco come tale resta sciocco nella mente e nei sentimenti.
Questa immagine mi fa pensare  al frutto peggiore della  natura del branco, il sistema militare, che io aborrisco. Che un uomo possa trarre piacere dal marciare in formazione sulla scia di una banda basta a farmelo disprezzare. È stato fornito del suo grande cervello solo per sbaglio; gli sarebbe  bastata la spina dorsale. Questo bubbone della civilizzazione dovrebbe essere estirpato al più presto. L’eroismo comandato, la violenza senza senso e tutto quel pestilenziale nonsenso che va sotto il nome di patriottismo ­quanto lo detesto! La guerra mi pare qualcosa di meschino e spregevole: preferirei essere fatto a pezzi che partecipare a una faccenda così abominevole. Tuttavia, malgrado tutto, ho un’altra opinione della razza umana, al punto da credere che questo spauracchio della guerra sarebbe scomparso tanto tempo fa, se il sano senso dei popoli non fosse stato sistematicamente corrotto da interessi commerciali e politici che agivano attraverso le scuole e la stampa. 
La cosa più lontana dalla nostra esperienza è ciò che è misterioso. È l’emozione fondamentale accanto alla culla della vera arte e della vera scienza. Chi non la conosce e non è più in grado di meravigliarsi, e non prova più stupore, come morto, una candela spenta da un soffio. Fu l’esperienza del mistero seppure mista alla paura che generò la religione. Sapere dell’esistenza di qualcosa che non possiamo penetrare, sapere della manifestazione della ragione più profonda e della più radiosa bellezza, accessibili alla nostra ragione solo nelle loro forme più elementari questo sapere e questa emozione costituiscono la vera attitudine religiosa; in questo senso, e solo in questo, sono uomo profondamente religioso. Non posso concepire un Dio che premia e punisce le sue creature, o che possiede una volontà del tipo che noi riconosciamo in noi stessi. Un individuo che sopravvivesse alla propria morte fisica è totalmente lontano dalla mia comprensione, né vorrei che fosse altrimenti; tali nozioni valgono per le paure o per l’assurdo egoismo di anime deboli. A me basta il mistero dell’eternità della vita e la vaga idea della meravigliosa struttura della realtà, insieme allo sforzo individuale per comprendere un  frammento, anche il più  piccino, della ragione che si manifesta nella natura.


I see the world, feel the chill
Which way to go, windowsill
I see the worl’s on a rocking horse of time
I see the verse in the rain (..)