Noi non ci saremo

Noi non ci saremo. Noi non ci saremo ai prossimi mondiali di calcio ed a chissà quali altri eventi della Storia. Come Italia e come italiani.

(..) E il vento d’estate che viene dal mare
intonerà un canto fra mille rovine,
fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà,
fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
E dai boschi e dal mare ritorna la vita,
e ancora la terra sarà popolata;
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà
gli spazi di sempre per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo,
ma noi non ci saremo…

Non ci saremo perché semplicemente non ci saremo.

Non ci sono più i numeri per invertire la tendenza demografica, sociale ed economica declinante dell’Italia. Andiamo verso l’estinzione. È dalla fine della prima Repubblica che l’Italia sta lentamente morendo. Piano piano si stanno vedendo i risultati di totale mancanze di politiche a medio-lungo termine. Il calcio perfetto specchio dell’Italia. Una classe dirigente nella politica e nell’economia vecchia, totalmente incapace di creare alcun valore aggiunto e maggior benessere per le generazioni a venire, anzi..
E se per il calcio probabilmente si è toccato il punto limite, purtroppo per la società italiana questo toccare il fondo ancora dovrà arrivare. E basta leggere persone intelligenti come ad esempio Bagnai o Barnard per capire la fine che faremo.

A tal proposito, oggi mi vengono in mente alcune parole di due “vecchi” che ho ammirato e che hanno fatto della ricerca e della divulgazione la loro missione di vita: Piero Angela e Tiziano Terzani.

In un’intervista ripresa da dagospia Piero Angela alla domanda di cosa auspicasse per i giovani ha affermato: «La capacità di informarsi correttamente, con strumenti affidabili. I giovani avranno davanti un futuro non facile, perché tutto cambia troppo velocemente. E poi siamo destinati a fare i conti con un mondo diverso, fatto di vecchi, immigrati e pochi bambini. Il dramma della longevità è che va di pari passo con la denatalità, con una spesa sociale per le famiglie troppo bassa».

Nel 2008 con il suo libro Perché dobbiamo fare più figli? ci metteva in guardia sul problema demografico in Italia:

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Prendete un mazzo di carte da gioco e posatelo sul tavolo. Chiedete ad un amico di “tagliare” il mazzo di dividerlo in due. Le 52 carte, una volta dimezzate, si ridurranno a 26.
Fate tagliare una seconda volta: ne rimarranno 13. Dopo un terzo taglio le carte si ridurranno a 6 o 7.
In soli tre tagli, cioè, il mazzo è passato da 52 a 6 o 7 carte.
Per le nuove generazioni italiane sta succedendo qualcosa del genere. A ogni ricambio generazionale i neonati si stanno quasi dimezzando. 
In tutti questi anni si è parlato soprattutto della sovrappopolazione nel mondo e dei rischi connessi. Ed è vero. È una grave distorsione che pagheremo cara. Ma questa esplosione demografica ha avuto luogo nelle regioni più povere del pianeta: quelle che faranno salire a oltre 9 miliardi la popolazione mondiale nel 2050.
Accanto questo squilibrio ve ne è un altro, di segno opposto, che si sta verificando nei paesi sviluppati, e in particolare l’Italia: l’eccesso di denatalità. L’Italia è fra i paesi al mondo dove nascono meno figli. E questo sta portando a conseguenze traumatiche. Perché in questo caso non si tratta più di una sana ed auspicata riduzione della popolazione (che comunque in Italia sta avvenendo), ma anche qui di una distorsione pericolosa soprattutto per la velocità con cui si verifica.

Nell’ultimo capitolo di Un altro giro di giostra Terzani dopo averci fatto girovagare per il mondo alla ricerca di sé e della miglior guarigione per il proprio cancro (che lo porterà alla morte nel 2004) ci rende partecipe di alcune considerazioni sulla fine del suo viaggio.
Sono riflessioni che possono valere per qualsiasi cosa e persona. Una vita, una famiglia, una nazione, una partita di calcio. Un altro giro, un’altra fine e un altro inizio.

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[…] Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi che si pensa di aver fatto. E il banco di prova è uno solo: la propria vita. A che serve essere stati seduti sui tallone per ore e ore a meditare se non si è con questo diventati migliori, un po’ più distaccati dalle cose del mondo, dai desideri dei sensi, dai bisogni del corpo? A che vale la pena predicare la non violenza se si continua a profittare del violento sistema dell’economia di mercato? A che serve aver riflettuto sulla vita e sulla morte se poi, dinanzi a una situazione drammatica, non si fa quel che si è detto tante volte bisognerebbe fare e si finisce invece per ricadere nel vecchio, condizionato modo di agire? […]
Un lieto fine questo?
E che cos’è lieto, in un fine? E perché tutte le storie ne debbono avere uno? E quale sarebbe un lieto fine per la storia viaggio che ho appena raccontato? “…e visse felice e contento”? Ma così finiscono le favole che sono fuori dal tempo, non le storie della vita che il tempo comunque consuma. E poi chi giudica ciò che è lieto e ciò che non lo è?
A conti fatti anche tutto il malanno di cui ho scritto è stato un bene o un male? È stato, e questo è l’importante. È stato, e con questo mi ha aiutato, perché senza quel malanno non avrei mai fatto il viaggio che ho fatto, non mi sarei mai posto le domande che, almeno per me, contavano.
Questa non è un’apologia del male o della sofferenza – e a me ne è toccata ancora poca. È un invito a guardare il mondo da un diverso punto di vista e a non pensare solo in termini di ciò che ci piace o meno.
E poi: se la vita fosse tutto un letto di rose sarebbe una benedizione o una condanna? Forse una condanna, perché se uno vive senza mai chiedersi perché vive, spreca una grande occasione. E solo il dolore spinge a porsi
la domanda.
Nascere uomini, con tutto quel che comporta, è forse un privilegio. Secondo i Purana, le antiche storie popolari indiane, persino le creature celesti a cui tutto era dato e che conoscevano solo il bello, il bene, la gioia, dovevano a un certo punto nascere uomini, appunto perché anche loro potessero scoprire il contrario di tutto questo e capire il significato della vita. E la prova non può essere che su sé stessi. Bisogna personalmente fare l’esperienza per capire. Altrimenti si resta solo alle parole che di per sé non hanno alcun valore, non fanno né bene né male. 
[…]


28.11.2017 Quei centomila italiani mai nati negli anni della crisi economica

22.11.2017 Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?

Il Ribelle

La parola Ribelle deriva dal latino REBELLEM, da RE di nuovo e BELLUM guerra: propr. ‘che ricomincia la guerra’, e dicevasi di ‘coloro che dopo essersi arresi, si sollevavano in armi contro il vincitore’, applicato per est. al cittadino ‘che si solleva contro un’autorità legittima del suo proprio paese’; fig. ‘ricalcitrante al vero e al giusto’. Dall’Etimologico Zanichelli: agg. ‘che insorge contro l’autorità costituita, la legge e sim.‘, est. ‘che rifiuta di ubbidire’, est. ‘indocile’, s. m. e f. ‘ chi si ribella in armi, o si oppone violentemente a qc. o q.c.’.

Nel libro Trattato del Ribelle di Ernst Jünger il traduttore in una nota ci fa presente come il termine tedesco Waldgänger – che letteralmente significa ‘chi passa al bosco, si ritrae nella foresta, si dà alla macchia’ (da Waldgang) – non avendo un buon equivalente in italiano sia stato tradotto con la parola Ribelle. Il termine tedesco risale ad un’usanza dell’antica Islanda, dove nell’Alto Medioevo i proscritti, i fuorilegge, i ribelli insomma, si ritiravano in luoghi deserti  e selvaggi nei quali conducevano un’esistenza libera ma quanto mai rischiosa.

Di seguito, un estratto su quello che intende Ernst Jünger con il termine Ribelle o colui che passa al bosco.

[…] Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso a opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo. […]

È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto  stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore. Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano. Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità. Ma non appena si profilano all’orizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente. Da quel momento non soltanto la tecnica abbandona il campo del comfort a favore di altri settori, ma la stessa mancanza di libertà si fa evidente: sia che trionfino le forze elementari, sia che taluni individui, i quali hanno conservato la loro forza, esercitino un’autorità assoluta. […]

Il Ribelle, dunque, deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda, né con la forza. Il Ribelle inoltre è molto determinato a difendersi non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento. A queste condizioni potrà affrontare il rischio del passaggio al bosco. […]

I nemici sono ormai talmente simili tra loro che non è difficile individuare in essi diversi travestimenti di uno stesso potere. Non si tratta di controllare il fenomeno in questo o quel punto, bensì di mettere sotto controllo il tempo. Ciò richiede sovranità. E la sovranità oggi non si riscontra più nelle grandi risoluzioni, ma esclusivamente nell’uomo singolo che ha abiurato in sé la paura. Le incredibili procedure ideate soltanto contro di lui sono destinate, in ultima istanza, al suo stesso trionfo. Quando l’uomo capisce questo, è libero. E le dittature crollano miseramente. Ritroviamo qui le riserve ancora pressoché intatte del nostro tempo, e non soltanto del nostro. Questa libertà costituisce il tema della storia in genere, nonché il suo limite: da un lato rispetto al regno dei demoni, dall’altro rispetto al puro accadere zoologico. Era già tutto contenuto nel mito e nelle religioni, modelli che si ripetono senza posa: Giganti e Titani si ripresentano di continuo, e sempre con lo stesso immenso potere. L’uomo libero li abbatte: non necessariamente dev’essere un principi o Eracle in persona. È successo che bastasse la pietra scagliata dalla fionda di un pastore, il vessillo innalzato di una vergine, il lancio di una balestra. […]

Dal Riepilogo:

[…] 16. Il passaggio al bosco è un atto di libertà nella catastrofe; 17. esso è indipendente dai paraventi tecnico-politici e dai relativi rappresentanti. 18. Non contrasta l’evoluzione, 19. ma la integra con la libertà che si accompagna alla decisione del singolo. 20. Qui l’uomo incontra sé stesso nella propria sostanza indivisa e indistruttibile. 21. Un incontro che sconfigge la paura della morte. 22. Qui anche le Chiese possono offrire soltanto assistenza, 23. poiché l’uomo è solo di fronte alla sua decisione. 24. Il teologo può aiutarlo ad acquistare consapevolezza della sua condizione 25. ma non ad uscirne.
26. Il Ribelle varca con le proprie forze il meridiano zero. 27. Nell’ambito delle terapie mediche, 28. del diritto 29. e dell’uso delle armi la decisione sovrana spetta solamente a lui. 30. Anche in campo morale le sue azioni non si conformano ad alcuna dottrina, 31. ed egli si riserva di approvare le leggi. Non partecipa al culto del crimine. 32. Decide in merito a ciò che intende considerare sua proprietà e a come difenderla. 33. È consapevole delle profondità inviolabili 34. da cui sgorga anche il Verbo che incessantemente compie l’opera del mondo. È lì l’esigenza dello hic et nunc.

Guardare al nostro Risorgimento

Un libretto a cui sono molto affezionato e che dovrebbe essere letto e studiato ogni anno a scuola è Dei doveri dell’uomo (1860) di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Questo testo rappresenta il testamento spirituale e morale di uno dei principali ispiratori del Risorgimento italiano, nonché fondatore della sfortunata Repubblica Romana (1849).

 #STEFANOBOSSO PH..  TROLLSTIGEN, NORVEGIA, 2015#stefanobosso ph..  Trollstigen, Norvegia, 2015


Nell’introduzione Mazzini scrive “[..] Non avete diritti di cittadini, né partecipazione alcuna d’elezione o di voto alle leggi che regolano i vostri atti e la vostra vita: come potreste avere coscienza di cittadini e zelo per lo Stato e affetto sincero alle leggi? La giustizia è inegualmente distribuita fra voi e l’altre classi: d’onde imparereste a simpatizzare colla società? Voi dunque avete bisogno che cangino le vostre condizioni materiali perché possiate svilupparvi moralmente: avete bisogno di lavorar meno per poter consacrare alcune ore della vostra giornata al progresso dell’anima vostra: avete bisogno di una retribuzione di lavoro che vi ponga in grado di accumulare risparmi, di acquietarvi l’animo sull’avvenire, di purificarvi sopra tutto d’ogni sentimento di riazione, d’ogni impulso di vendetta, d’ogni pensiero d’ingiustizia verso che vi fu ingiusto. Dovete dunque cercare, e otterrete questo mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non come fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici. Dove no, quale differenza sarebbe tra voi e i vostri tiranni? Essi lo sono precisamente, perché non guardano che al ben essere, alla voluttà, alla potenza.
Farvi migliori: questo ha da essere lo scopo della vostra vita. [..]”
Ho ripreso in mano questo testo perché un bellissimo speciale “Pensiero e azione” della rivista Buddismo e Società (n.184 di settembre/ottobre 2017) mi ha fatto tornare in mente il concetto di “religione civile“.
Tra i vari articoli proposti sull’argomento, riporto il Discorso di Daisaku IkedaGuardate al vostro Risorgimento!” dell’11 agosto 2000, nel quale si parla proprio di Mazzini.

“Un saluto di benvenuto ai nostri compagni di fede italiani arrivati da lontano nonostante il caldo estivo.

Desidero dedicarvi come ricordo di questa giornata una breve poesia:
Com’è luminoso
il sorriso
dei miei amici
italiani.

La Soka Gakkai italiana ha avuto un magnifico sviluppo divenendo esempio per tutta l’Europa. Voi italiani siete l’alba dell’Europa!
Mi auguro che lavoriate insieme in unità e amicizia. Lucio Anneo Seneca, filosofo dell’antica Roma, disse: «Nulla tuttavia delizierà tanto l’animo quanto un’amicizia fedele e dolce».1 Nel mondo degli esseri umani niente è più bello dell’amicizia; Buddismo vuol dire costruire una “città eterna dell’amicizia”. Vi prego di allargare la rete di solidarietà dell’amicizia e della fiducia sia all’interno sia all’esterno della Soka Gakkai e di diventare un esempio per la vostra grande armonia e allegria.
Vorrei parlarvi di Giuseppe Mazzini, filosofo vissuto nel diciannovesimo secolo, che aprì la strada all’indipendenza e alla riunificazione dell’Italia. In quell’epoca l’Italia si trovava sotto la dominazione straniera, il malgoverno regnava nel paese, la libertà di parola era negata e il popolo soffriva per la corruzione e l’arroganza di religiosi corrotti. In questa situazione Mazzini, fin da giovane, divenne un combattente per l’indipendenza del suo paese e continuò senza alcuna paura nonostante avesse dovuto subire la prigionia.
Questa lotta per l’indipendenza finì però col fallire ed egli si trovò in un vicolo cieco. Cosa doveva cambiare? Il giovane Mazzini analizzò acutamente la situazione per preparare la vittoria futura: uno dei punti era che i leader del movimento erano invecchiati e perciò avevano perso entusiasmo; un altro punto era che gli italiani speravano solamente nell’aiuto degli altri paesi e quindi la loro determinazione di cambiare la storia con le proprie forze era venuta meno; e soprattutto che il popolo era lontano dalla lotta. Questa fu la sintesi finale di Mazzini. I leader dell’epoca erano diventati arroganti ed evitavano il contatto diretto con le persone, non andavano più in mezzo alla gente. Ma finché il popolo non si fosse risvegliato e non avesse alzato la testa, non si sarebbe potuta raggiungere l’indipendenza della patria. Perciò Mazzini, basandosi sul suo senso di giustizia e sulla passione dei giovani, decise con forza di creare un grande movimento fondato sul popolo e nel 1831, all’età di ventisei anni, fondò la Giovine Italia. Scriveva: «Mettete i giovani alla testa del popolo! Quanta forza ci può essere nel senso di solidarietà dei giovani! Solo La voce dei giovani può manifestare un’immensa influenza sul popolo».
Questa è la base per riformare la storia in tutto il mondo e in tutti i tempi. 
Ora la Divisione giovani italiana sta crescendo magnificamente, e anche chi una volta ne faceva parte sta portando avanti una grande attività nelle Divisioni donne e uomini.
Mazzini incoraggiò a promuovere il dialogo con la gente comune: «Risvegliamo nei giovani il loro senso di missione!»; «Giovani andate sulle colline, sedetevi al tavolo con i contadini, andate nelle officine e dagli operai che non avete considerato fino a questo momento. Parlate loro della vera libertà, delle loro antiche tradizioni, della loro gloria, dei loro ricchi commerci del passato che ora non possono più fare. Parlate loro delle varie forme di dispotismo che non conoscono perché nessuno offre loro spiegazioni!».
A queste parole di Mazzini tanti giovani risposero con le loro azioni dedicando con coraggio la vita a costruire il futuro della loro amata patria. I giovani dialogarono con ogni persona con grandissimo impegno recandosi nelle loro case e portando con sé di città in città, da villaggio a villaggio, in tutti gli angoli del paese il loro organo ufficiale (potremmo paragonarlo alle pubblicazioni della Soka Gakkai), il giornale in cui era espresso il loro desiderio di indipendenza. Grazie a questa azione, la rete di solidarietà di chi voleva affiancarli nella lotta si allargava sempre di più, a migliaia e a decine di migliaia di persone, coinvolgendo tutti i ceti sociali.
Fu un giovane ad affermare: «Proprio quando abbiamo voglia di stare a casa, è il momento in cui dobbiamo uscire! Quando vogliamo tacere è il momento in cui dobbiamo parlare!».
Anche nel Buddismo l’azione è uguale alla fede e la voce svolge il lavoro del Budda. 
Se le autorità li avessero scoperti sarebbero potuti finire in prigione, essere esiliati o condannati a morte. Schiacciati da un’atroce repressione, alcuni persero la vita. Nonostante ciò, inseguendo sempre quel nobile ideale, i giovani alimentarono con ancora più tenacia il loro spirito combattivo, trasformando le sofferenze in onore e in gioia.
Anche Mazzini fu continuamente perseguitato; a causa di colpe non commesse venne trattato come un criminale e ricevette addirittura una condanna a morte.
Però vedeva le cose con grande lungimiranza: «Qualè la strada per risvegliare veramente il popolo?», si chiedeva. Arrivò alla conclusione che i leader per primi non devono arrendersi di fronte alle avversità, non devono perdersi d’animo davanti all’indifferenza né soccombere ad alcuna difficoltà. 
Le azioni di questi giovani mazziniani sono celebrate come quella grande “forza educativa per il popolo” che produsse uno straordinario contributo all’unificazione dell’Italia. Anche i leader che più tardi avrebbero sostenuto l’Italia vennero dalle file di questi giovani combattenti.
[…] Mazzini disse anche: «Lavorando per la patria, seguendo un giusto principio, noi lavoriamo per l’umanità».4 
Il Buddismo incarna i massimi valori etici: basandosi su questi valori, la Soka Gakkai Internazionale contribuisce alla prosperità dei vari paesi e dell’umanità in virtù degli ottimi cittadini del mondo che la compongono.
Mazzini affermò inoltre: «Cambiare in meglio se stessi e gli altri, questo è il primo scopo e il massimo che ci si può aspettare da tutte le riforme e le trasformazioni sociali».5 
E ancora: «La parola d’ordine della fede in futuro sarà “associazione”, collaborazione fraterna verso un obiettivo comune».6«
Vivete nella direzione che conduce alla pace, in armonia con il prossimo e con tutti gli amici del mondo, studiando e mettendo in pratica la filosofia della vita che permette di risolvere la sofferenza fondamentale della vita e della morte: questa è l’attività della Gakkai. Tutte le azioni che ognuno di noi fa per il movimento di kosen-rufu, grazie al principio di ichinen sanzen permetteranno di rendere felici non solo noi stessi ma anche la società e la nazione in cui viviamo.
Vorrei concludere con un’altra affermazione di Seneca: «L’uomo saggio è sempre in azione e dà il massimo di sé quando la fortuna gli si fa nemica».7 Diventate “saggi della vita” e realizzate un nuovo magnifico avanzamento con saggezza e vigore, in buona salute!”

Note:

1) Lucio Anneo Seneca, De tranquillitate animi.
2) Bolton King, The Life of Mazzini, a cura di Ernest Rhys, J. M. Dent & Sons, Ltd., Londra, 1914, p. 24.
3) Tetsuto Morita, Mattsini, Shimizu Shoin, Tokyo, 1972, p. 77.
4) Mazzini’s Essays, a cura di Ernest Rhys, Everyman’s Library, Londra, p. 55.
5) Ibidem, p. 19.
6) Ibidem, p. 51.
7) Lucio Anneo Seneca, Lettere morali a Lucilio, 85.

Gli esperti di troppo

Ivan Illich (1926-2002), controcorrente e visionario pensatore austriaco, pubblica nel 1977 Disabling professions, un testo a più voci redatto insieme ad alcuni suoi allievi che rappresenta il terzo contributo della trilogia – iniziata con Descolarizzare la società e proseguita con Nemesi medica – e nel quale l’autore si propone di svolgere un’analisi del ruolo esercitato dalle professioni nella società modernizzata. Scritto 40 anni fa prima dell’avvento degli anni ’80 e della più veloce rivoluzione della storia, oggi questo testo rivela l’attualità del suo pensiero.

Di seguito pubblico un estratto del suo saggio Esperti di troppo

Ivan Illich, esperti di troppo

L’Era delle Professioni sarà ricordata come l’epoca nella quale dei politici un po’ rimbambiti, in nome degli elettori, guidati da professori, affidavano ai tecnocrati il potere di legiferare sui bisogni; rinunciavano di fatto al potere di decidere in merito alle esigenze della gente diventando succubi delle oligarchie monopolistiche che imponevano gli strumenti con i quali tali esigenze dovevano essere soddisfatte. Sarà ricordata come l’Era della Scolarizzazione, in cui alle persone per un terzo della loro vita venivano imposti i bisogni di apprendimento ed erano addestrate ad accumulare ulteriori bisogni, cosicché, per gli altri due terzi della loro vita, divenivano clienti prestigiosi “pusher” che forgiavano le loro abitudini. Sarà ricordata come l’era nella quale dedicarsi a viaggi ricreativi significava andare in giro raggruppati a guardare la gente con l’aria imbambolata, e fare l’amore significava adattarsi ai ruoli sessuali indicati da sessuologi come Masters e Johnson e i loro allievi; l’epoca in cui le opinioni delle persone erano una replica dell’ultimo talk-show televisivo serale e alle elezioni il loro voto serviva a premiare imbonitori e venditori perché potessero fare meglio i comodi propri. [..]
Oltre un certo livello, la medicina genera incapacità e malattia; l’istruzione si trasforma nel principale generatore di quella divisione del lavoro che inabilita; i sistemi di trasporto veloci trasformano i cittadini urbanizzati in passeggeri per il 17 per cento delle loro ore di veglia. Per una stessa quantità di tempo, li trasforma poi nei membri di una banda che lavora per pagare la Ford, la Esso e le società autostradali. I servizi sociali generano impotenza e le istituzioni ingiustizia.
Le principali istituzioni delle società moderne hanno acquisito l’inquietante potere di sovvertire i veri obiettivi per i quali sono state originariamente costruite e finanziate. Sotto l’egida delle professioni più prestigiose, le ineffabili istituzioni hanno finito soprattutto per produrre una paradossale controproduttività: la sistematica disabilitazione dei cittadini. Una città costruita per le ruote diventa inadatta per i piedi.
Perché non ci si ribella contro questa tendenza del sistema a partorire servizi disabilitanti? Il motivo principale dovrebbe essere ricercato nel “potere di illudere” connaturato  di questi sistemi. A fianco della possibilità tecnica di manipolare il corpo e la mente, il professionalismo è anche un rituale potente che genera aspettative nelle cose che fa. Mentre insegna a leggere a Johnny, la scuola gli instilla la convinzione che imparare dagli insegnanti è meglio. Oltre a fornire possibilità di locomozione, potere sessuale e un senso di onnipotenza, l’automobile spinge anche a smettere di camminare. Mentre erogano aiuto legale, gli avvocati trasmettono ai loro clienti la nozione che essi stanno risolvendo i loro problemi personali. Oltre a stampare le notizie, i giornali convincono con i loro racconti che i medici stanno vincendo il cancro. Una parte sempre più crescente delle funzioni delle nostre istituzioni si dedica a coltivare e a mantenere cinque illusioni che trasformano il cittadino in un cliente che deve essere salvato dagli esperti.
La prima illusione che rende schiavi è l’idea che le persone sono nate per essere consumatori e che esse possono raggiungere i propri obiettivi acquistando beni. [..]
La seconda opprimente illusione si comprende concettualizzando il progresso tecnologico come un tipo di prodotto ingegneristico sempre più complesso e che perciò favorisce una maggiore dominazione professionale. [..]
Il terzo mito inabilitante prevede che eventuali strumenti efficaci per un uso non professionale debbano prima venire certificati da test professionali. [..]
La quarta illusione inabilitante ha a che fare con quegli esperti che si occupano dei limiti della crescita. Intere popolazioni, profondamente socializzati a bisogni di cui sono state convinte di essere portatrici, devono ora essere convinte del contrario, di “non” aver alcun bisogno. [..]
La quinta illusione vessatoria è il “radical chic” di questi anni. Come i profeti degli anni Sessanta si entusiasmavano per le percentuali di aumento dei benestanti, questi creatori di miti si riempiono la bocca della possibilità di professionalizzare i clienti. [..]

Akbar e la necessità della ragione

Di seguito riporto il paragrafo “Akbar e la necessità della ragione” tratto dal I capitolo del libro L’idea di giustizia di Amartya Zen.

amartya sen, l'idea di giustizia

William B. Yeats annotò in margine alla sua copia della Genealogia della morale di Nietzsche: «Perché mai Nietzsche pensa che la notte non abbia stelle, ma soltanto pipistrelli e gufi, e la folle luna?». Lo scetticismo di Nietzsche sull’umanità e la sua agghiacciante visione del futuro comparvero alla vigilia del XX secolo (il filosofo morì nel 1900). Gli eventi del secolo che stava per iniziare, con le sue guerre mondiali, i suoi olocausti, i suoi genocidi e le altre atrocità, offrono più di un motivo per chiedersi se quello scetticismo non fosse fondato. Riconsiderando le inquietudini di Nietzsche alla fine del XX secolo, Jonathan Glover conclude che «dobbiamo guardare bene in faccia, con fermezza, alcuni dei mostri che sono dentro di noi» e trovare strumenti e sistemi per «metterli in gabbia e addomesticarli».

Circostanze come il volgere di un secolo rappresentano per molte persone momenti propizi per fare il punto su ciò che sta accadendo e ciò che si deve fare. Non sempre questo sfocia in riflessioni come quelle di Nietzsche (o di Glover), tanto pessimistiche e scettiche sulla natura umana e sulla possibilità di un cambiamento all’insegna della ragione. Un interessante contraltare, ben più antico, è dato dalle conclusioni a cui approdò in India l’imperatore Moghul Akbar, sull’onda di una riflessione di «fine millennio», più che di fine secolo. Mentre il primo millennio del calendario islamico volgeva al termine, nel 1591-1592 (cioè mille anni lunari dalla fuga di Maometto da La Mecca a Medina, nel 622 d.C.), Akbar si dedicò a un esame ad ampio raggio dei valori sociali e politici e della pratica giuridica e culturale. A richiamare la sua attenzione erano soprattutto le sfide poste dalle relazioni tra le varie comunità e la necessità di pace e collaborazione fruttuosa, sempre impellente nell’India, già multiculturale, del XVI secolo.

Bisogna ammettere che le politiche attuate da Akbar erano piuttosto inusuali per l’epoca. La macchina dell’Inquisizione girava a pieno ritmo e nel 1600 a Roma Giordano Bruno veniva arso sul rogo come eretico, mentre in India Akbar emanava le sue disposizioni sulla tolleranza religiosa. L’imperatore indiano non solo insisteva sul fatto che tra i doveri dello Stato rientrava quello di assicurare che «nessun uomo sia ostacolato per la sua fede religiosa e a tutti sia permesso di accostarsi a qualsiasi religione desideri», ma organizzava ad Agra, la capitale, incontri di dialogo tra indù, musulmani, cristiani, giainisti, parsi, giudei e altri, inclusi a volte agnostici e atei. Tenendo conto della pluralità religiosa del suo popolo, Akbar pose in vari modi le basi del laicismo e della neutralità religiosa dello Stato. La costituzione laica adottata dall’India nel 1949, all’indomani dell’indipendenza dal dominio britannico, contiene numerosi elementi già contemplati da Akbar nell’ultimo decennio del XVI secolo; fra questi, l’interpretazione del laicismo come equidistanza dello Stato tra le diverse religioni e impegno a non privilegiare alcuna fede in particolare.

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Un compito morale [La famiglia]

Di seguito propongo la lettura di Un compito morale [La famiglia] del 1918 di Antonio Gramsci, tratto dal libro Odio gli indifferenti.

 odio gli indifferenti, libro, Antonio Gramsci

I socialisti sono presentati ancora e spesso come i nemici della famiglia. È questo uno dei luoghi comuni, uno dei pregiudizi antisocialisti più radicati e diffusi, specialmente nei ceti popolari che meno conoscono le nostre dottrine, i nostri ideali, perché la fede nel riscatto degli uomini dalla schiavitù economica non ha suscitato quella simpatia che è necessaria per comprendere, anche senza studio, un movimento sociale, e la mancanza appunto di ogni coltura fa sì che essi non conoscano neppure obbiettivamente ciò che i socialisti si propongono, e in quali forme vogliono che i loro propositi siano attuati.
La famiglia è, essenzialmente, un organismo morale. È il primo nucleo sociale che supera l’individuo, che impone all’individuo obblighi e responsabilità. La sua struttura ha cambiato nella storia. Nel mondo antico essa comprendeva, oltre che i genitori e la prole, anche gli schiavi, i clienti, gli amici. Essendo anche organo di difesa e di tutela sociale, nella famiglia antica si raggruppavano intorno a un uomo potente e ricco non solo la sua donna e i suoi figli, ma anche tutti quelli che da soli sarebbero stati incapaci di tutelare e proteggere i loro interessi giuridici, morali ed economici ed erano costretti a subordinarli a un potente, contraccambiandone con servizi di varia importanza i benefici di sicurezza e di libertà personale che ricevevano.
Mano a mano che nella storia andò rafforzandosi l’idea e l’istituto dello Stato, gli individui vennero acquistando la possibilità e il diritto alla sicurezza e alla libertà, all’infuori dell’istituto familiare. La famiglia si ridusse al suo nucleo naturale, i genitori e la prole, ma, oltre che organo di vita morale, continua a essere organo di difesa e di tutela biologica e sociale. In questa doppia funzione è riportata la manchevolezza della famiglia com’è attualmente costituita.
Per noi socialisti – per quelli almeno, e sono i più, che non hanno ubbie statolatriche e non pensano affatto che in regime socialista l’educazione dei figli debba essere affidata a istituti di Stato, impersonali, operanti meccanicamente e burocraticamente – la famiglia deve essere reintegrata nella sua sola funzione morale, di preparazione umana, di educazione civile. La famiglia attuale non può adempiere questo compito. La preoccupazione maggiore dei genitori non è ora quella di educare, di arricchire la prole del tesoro di esperienze umane che il passato ci ha lasciato e che il presente continua ad accumulare. È invece quella di tutelare lo sviluppo fisiologico della prole, di assicurarle i mezzi di sussistenza, di assicurarle questi mezzi anche per l’avvenire. La proprietà privata è sorta appunto per ciò. L’individuo, diventando proprietario, ha risolto il problema angoscioso della sicurezza di vita per i suoi figli, per la sua donna. Ma la soluzione che la proprietà privata ha dato a questo problema è una soluzione antiumana; la sicurezza per la prole diventa privilegio di pochi, e noi socialisti vogliamo che ciò non sia, che tutti i nati di madre siano tutelati nel loro sviluppo fisiologico e morale, che tutti i nati di madre si trovino a essere uguali di fronte ai pericoli, alle insidie dell’ambiente naturale, e trovino tutti in modo uguale i mezzi necessari per educare le propria intelligenza, per dare a tutta la collettività i frutti massimi del sapere, della ricerca scientifica, della fantasia che crea bellezza nella poesia, nella scultura, in tutte le arti. L’abolizione della proprietà privata e la sua conversione in proprietà collettiva, pertanto, potrà solo far ciò che la famiglia sia ciò che è destinata ad essere: organo di vita morale. In regime collettivista la sicurezza e la libertà saranno beneficio di tutti indistintamente: i mezzi necessari per la tutela dalla prole saranno assicurati a tutti. I genitori non saranno più assillati angosciosamente dalla ricerca del pane per i loro piccoli, e serenamente potranno esercitare il loro compito morale di educatori, di trasmettitori della fiaccola della civiltà da una generazione all’altra, dal passato all’avvenire.

Nemici della famiglia i socialisti, i proletari?

O come si spiegherebbe la tenacia del sacrifizio del proletario che lotta per il riscatto della sua classe, se si togliesse l’amore, l’angosciosa preoccupazione per l’avvenire dei figli? Il borghese si affatica e si logora talvolta per l’arricchimento individuale, per costruirsi una proprietà da trasmettere ai suoi nati. Ma la sua fatica, il logorarsi della sua fibra non è illuminato dall’ideale universale; è oscurato dal privilegio che si vuol perpetuare, dall’esclusione dei più che si vuole determinare. Il proletario lotta e si sfibra perché vuole lasciare ai suoi nati delle condizioni migliori collettive di esistenza e di sicurezza: compie i sacrifizi più dolorosi, compie se necessario, anche il sacrifizio della vita, perché vuole creare per i suoi nati un avvenire di pace e di giustizia, nel quale essi trovino indistintamente, senza nessuna esclusione, i mezzi assicurati di sussistenza, di sviluppo intellettuale e morale, e questi mezzi possano trasmettere, accresciuti ai venturi. Chi più ama la famiglia? Chi si preoccupa di più della sua consistenza razionale e morale? E tuttavia noi socialisti continuiamo e continueremo per un pezzo ad essere, presso gli scemi e gli incolti, i suoi nemici più acerrimi, i suoi più subdoli insidiatori.

9 febbraio 1918

Sono caduto, non so di dove né come né perché

Il 28 giugno 1867 (150 anni fa) inizia “l’involontario soggiorno sulla Terra” di Luigi Pirandello. Lo scrittore nasce in una villa di campagna chiamata “Il Caos”, presso Girgenti (dal 1927 Agrigento), dove la sua famiglia si era rifugiata per sfuggire ad un’epidemia di colera.

L’unico libro delle scuole medie che ancora conservo è una raccolta di Novelle (1993) dello scrittore siciliano e che usammo in italiano come testo di lettura per italiano. La scuola era l'”Ignazio Silone” di Serpentara a Roma. Ancora non ero un appassionato lettore, ma avevo strappato una pagina, dove ci sono per l’appunto i frammenti di Sono caduto, non so di dove né come né perché e di Mie ultime volontà da rispettare, in cui con poche parole, mi ritrovavo perfettamente nel senso di estraneità e non comprensione del mondo. La mia personale scoperta di Pirandello e del grande dramma della vita è partita anche da lì. Ne ripropongo la lettura.

Sono caduto, non so di dove né come né perché

Si tratta del secondo di due foglietti di appunti che, unitamente a un frammento di esordio in due diverse stesure, Pirandello stese per uno scritto che avrebbe dovuto intitolarsi: Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra. L’indubbia suggestione dello scritto è proprio nella sua frammentarietà, quasi si trattasse di una serie di “associazioni libere”, che rimandano ai temi e alle ossessioni dell’interiorità pirandelliana.

Sono caduto, non so di dove né come né perché, caduto un giorno (ma che è il tempo, e perché non prima e non dopo?) caduto in un’arida campagna di secolari [centenarii]* olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciato sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano. Chi mi raccolse dappiè d’un piano e mi chiamò subito figlio, certo credendo che avevo bisogno di lei per nascere (bisogno che tutti hanno, che tutti sanno, ma che nessuno può intendere) – Ciascuno nasce a se stesso, senza saper come.
genitori
paura
bestie, non le ho mai capite.
imparare a far come loro, senza capire cioè essi mostrano di capir bene. L’altalena, che volate! A cader male…
le donne, loro sì sicure
La dolcezza della loro carne
come il profumo dei fiori e la bellezza di certi colori
Le cose che si fanno; anch’io le ho fatte, ma veramente non ne so il perché
c’è bisogno di tutte queste cose?
La serietà mi è parsa sempre una cosa molto ridicola
Vorrebbe farmi paura.
Anche la morte, Dio.
Ma confesso che non me ne fa, non riesce a farmene.
Pare impossibile. Sono qua ancora. Parlo. Sono vestito. Ma sono molto più contento quando mi chiudo nel sonno e forse allora vado a raggiungere la mia vera patria. Ma i miei sogni sono oscuri. So che
Riaprendo gli occhi, la prima impressione è di non raccapezzarmi ancora, di non poterci far l’abitudine
Non so ancora dove sono, perché vi sono.
La vita è una cosa veramente curiosa.

[Corsivo nel testo mio, da Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra, in Saggi, poesie, scritti varii, 1977, p. 1104]

* Nell’originale la parola centenarii è sovrapposta alla parola secolari.

Mie ultime volontà da rispettare

Stese fin dal 1911, le disposizioni testamentarie di Pirandello furono lette il 10 dicembre 1936, giorno della sua morte. L’urna contenente le ceneri dello scrittore fu sepolta, venticinque anni dopo, accanto alla casa del Caos dove Luigi Pirandello era nato.

I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni.

II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.

III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.

IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna ceneraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

[in Saggi, poesie, scritti varii, 1977, p. 1289]

La caduta

La caduta (1956) di Albert Camus è la storia di Clemence, un brillante avvocato parigino, che dopo aver abbandonato improvvisamente la sua carriera si ritira ad Amsterdam dove conduce una vita da recluso. Presa coscienza dell’insincerità e della doppiezza che finora aveva caratterizzato la sua vita, Clemence decide di redimersi confessando e incitando gli occasionali avventori di una taverna portuale a confessare a loro volta “la cattiva coscienza”.

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#stefanobosso ph. tel aviv, 2014


Di seguito pubblico alcuni estratti del libro edito dalla Bompiani (1958) nella traduzione di Sergio Morando.

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(..) Cercavo di scuotermi, certo. Che importanza aveva la menzogna di un uomo nella storia delle generazioni, e che pretesa quella di voler portare alla luce del vero un misero inganno perduto nell’oceano degli anni come il granello di sale nel mare! Tra me e me dicevo anche che la morte del corpo, a giudicare da quelle che avevo visto, era in sé una punizione sufficiente, assolveva di tutto, Si acquistava la salvezza (cioè il diritto di sparire definitivamente) col sudore dell’agonia. E tuttavia, il malessere aumentava, la morte rimaneva al mio capezzale, mi alzavo in sua compagnia e i complimenti mi diventavano sempre più insopportabili. Mi pareva che la menzogna crescesse di pari passo, così smisurata che mai più avrei potuto mettermi in regola.

Venne un giorno in cui non resistetti più. La prima reazione fu sfrenata. Ero bugiardo, e l’avrei dichiarato buttando la mia doppiezza in faccia a tutti quegli imbecilli ancor prima che la scoprissero. Provocato a dire la verità avrei risposto alla sfida. Per prevenire il riso, pensai dunque di incorrere nella derisione generale. Insomma, ancora una volta, si trattava di evitare il giudizio. Avrei voluto giocare d’ironia. Meditavo per esempio di urtare i ciechi per strada e, dalla gioia vaga ed imprevista che provavo, scoprivo fino a che punto una parte della mia anima li detestasse; divisavo di bucare le gomme delle carrozzelle degli invalidi, di andare ad urlare “brutto povero” sotto le impalcature dove lavoravano gli operai, di schiaffeggiare dei lattanti nella metropolitana. Architettavo tutte quelle cose, ma non ne ho fatto niente, o, se ho fatto qualcosa di simile, l’ho dimenticato.

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Dell’amare il prossimo nei fratelli Karamazov

Di seguito pubblico un estratto del capitolo IV Ribellione (libro V) de I fratelli Karamazov di Fëdor Michajlovic Dostoevskij, (Garzanti editore) in cui viene affrontato il tema dell’amore per il prossimo.

i fratelli karamazov garzanti

“Devo farti una confessione”, esordì Ivan, “non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano. Una volta ho letto da qualche parte la storia di “Giovanni il misericordioso”, un santo: un viandante affamato e infreddolito andò da lui e gli chiese di riscaldarlo e quello lo fece coricare nel letto insieme a lui, lo abbracciò e prese a soffiargli nella bocca, putrida e puzzolente a causa di una terribile malattia. Io sono convinto che egli lo facesse per una lacerazione piena di falsità, per il dovere di amare che gli era stato imposto, per una penitenza che si era inflitto. Perché si possa amare una persona, è necessario che essa si celi alla vista, perché non appena essa mostrerà il suo viso, l’amore verrà meno”.

“Più di una volta, lo starec Zosima ha parlato di questo”, osservò Alëša; “ha anche detto che spesso il viso di un uomo, per chi è inesperto in amore, diventa un ostacolo per l’amore. Tuttavia, c’è anche molto amore nell’umanità, amore quasi comparabile a quello di Cristo, questo l’ho visto io stesso, Ivan…”

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Il discorso di D’Annunzio a Quarto

Di seguito pubblico la parte finale dell’orazione di Gabriele D’Annunzio tenuta il 5 maggio 2015 a Quarto, in occasione delle celebrazioni per l’inaugurazione del monumento dei Mille.

d'annunzio a quarto

(..) Italiani d’ogni generazione e d’ogni confessione, nati dell’unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli; (..)
O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.
Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.
Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero.
Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore.
Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta.
Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi.
Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore.
Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia

qui il discorso intero