Gli anni pietosi

Ancelle della crescita stabile, globalizzazione e deregolamentazione furono viste come fattori di definitivo superamento di un aberrante, sebbene prolungato, allontanamento dal ritmo regolare dello sviluppo capitalistico di più lungo periodo. A poco servivano a raffreddare gli animi le considerazioni di chi, come Alan Greenspan, pur convinto che i mercati fossero divenuti più efficienti, invitava alla cautela ricordando come «la storia è piena di queste visioni di “nuove ere” che, sfortunatamente, alla fine si sono rivelate essere un miraggio». Abbandonare ogni cautela era una tentazione irresistibile: il nuovo assetto di politica economica doveva identificarsi con la fine delle crisi; il vecchio assetto con il disastro economico. A dire il vero, gli economisti, trattenendo la loro naturale inclinazione all’apologia, una certa cautela finirono per mostrarla attribuendo alla “nuova era” l’ambigua etichetta di “grande moderazione”. Che il nuovo fosse da considerarsi “grande” era fuori discussione. Ma era grande esattamente in che cosa? Nella moderazione, vale a dire nella sobrietà, attributo in fin dei conti poco lusinghiero per il capitalismo, la cui legittimazione sociale è sempre dipesa dalla sua capacità di generare crescita elevata per quanto instabile. Il problema era che il mondo vibrante di rapida crescita non era affatto quello della “nuova era”, ma quello del periodo in cui i grandi cambiamenti “nella tecnologia e nell’ideologia di concerto con la globalizzazione” non erano ancora avvenuti. All’inizio degli anni Duemila veniva con gran compiacimento rilevato come nell’ultimo quarto di secolo la variabilità del tasso di crescita fosse diminuita di circa la metà e quella dell’inflazione di circa due terzi. Ma tutta quest’enfasi sulla fine della variabilità mascherava un fatto che male si accordava con l’idea che il capitalismo fosse diventato una macchina che avrebbe proceduto inesorabilmente, senza intoppi, se solo si fosse avuto il buon senso di non interferire troppo con il suo funzionamento. Scegliendo il 1979 come punto di svolta, nel corso dei trent’anni precedenti, i cosiddetti Trenta gloriosi, il prodotto si era infatti più che triplicato negli Stati Uniti, quasi quadruplicato in Francia, più che quadruplicato in Germania e Italia, decuplicato in Giappone (vedi Tabella 1). Nel corso dei trent’anni successivi, gli Stati Uniti avevano poco più che raddoppiata la produzione, mentre Francia, Germania, Italia e Giappone non erano riusciti a raggiungere nemmeno questo più modesto risultato.

Eccezion fatta per la Gran Bretagna (per la quale, tuttavia, la differenza tra i due trentenni può essere ben colta facendo riferimento all’aumento del tenore di vita dei ceti popolari e ai tassi di disoccupazione), in tutti i principali Paesi del capitalismo avanzato il tasso di crescita si era ridotto significativamente, raggiungendo in Francia, Germania e Italia livelli inferiori ad un terzo di quelli dei Trenta gloriosi. Tra il 1951 e il 1978 la crescita annua in questi tre Paesi fu, in media, superiore al 5 per cento; tra il 1979 e il 2008 fu del 2 per cento; tra il 2008 e il 2015 la Germania crebbe dell’1 per cento, la Francia dello 0,4 per cento, l’Italia del -1 per cento. In ognuno di questi Paesi, nel corso degli anni Settanta, una crescita annua inferiore al 4 per cento era normalmente considerata un risultato deludente.
Quando valutati non in relazione alla variabilità della crescita ma al suo livello medio, gli anni della “grande moderazione” apparivano piuttosto come i Trenta pietosi, vale a dire un periodo in cui, se era vero che la stabilità macroeconomica si era accresciuta, era altresì vero che questa maggiore stabilità derivava dalla rinuncia alla crescita.

2. In pochi però erano disposti a definire pietosa la performance economica della “nuova era”, tanto in Europa che negli Stati Uniti, sebbene per motivi diversi. In Europa, dove il dato della caduta del tasso di crescita non lasciava adito a molti dubbi, gli animi si scaldavano con l’andamento relativamente più favorevole degli Stati Uniti e con la convinzione che il minor dinamismo delle economie europee fosse da attribuirsi a un’incompleta assimilazione dei tratti distintivi delle nuove modalità di funzionamento del capitalismo, riconducibile ad ancora non rimosse incrostazioni – ideologiche e pratiche – degli anni della turbolenza economica. Con una disinvoltura ancor più grande dell’ansia di adesione al gusto dei tempi, un assetto di politica economica che, quando vigente, aveva generato alta crescita, veniva tirato in ballo per spiegare la bassa crescita quando lo si stava smantellando. Negli Stati Uniti, invece, la questione si poneva in termini di fiduciosa attesa: il calo della crescita rispetto al trentennio precedente era inferiore a quello europeo e gli sviluppi politici, tecnologici e finanziari stavano indubbiamente agendo nel senso di aumentare la centralità del suo sistema economico; alla stabilità avrebbe dovuto necessariamente far seguito la crescita e, nell’attesa, gli economisti si lambiccavano il cervello chiedendosi perché i segni della “nuova era” fossero visibili in ogni dove tranne che nelle statistiche economiche, che registravano un’alternarsi di contrazioni e brevi riprese senza che le perdite occupazionali che si determinavano nel corso delle prime fossero recuperate dai guadagni occupazionali nel corso delle seconde. Queste riprese economiche incapaci di consolidarsi, soprattutto di accrescere gli occupati, rimanevano in larga misura un mistero, non venendo poste in relazione con una bassa crescita della domanda e quindi del prodotto che, dato l’aumento della produttività, non era in grado di incrementare il numero degli occupati.
Tanto negli Stati Uniti che in Europa, la crisi avviatasi nel 2008 si sarebbe incaricata di fugare i pochi dubbi e le tante illusioni. Crescita stabile, fine delle depressioni, inutilità delle politiche macroeconomiche: un castello ideologico scosso dalle fondamenta e tuttavia destinato a restare in piedi, sotto lo sguardo attonito dei suoi costruttori. Ma al di là della sorprendente capacità di tenuta di questa rappresentazione della realtà, il rallentamento della crescita (sino addirittura alla sua scomparsa in alcuni Paesi del “nucleo industrializzato”, dove essa sopravviverà soltanto nelle previsioni ufficiali) non poteva più essere occultato nel benevolo involucro della “grande moderazione”. Tanto in Europa, che aveva continuato ad approfondire la frattura con il vecchio assetto di politica economica e registrava tassi di crescita in continua caduta, quanto negli Stati Uniti, dove il nuovo assetto di politica economica portava a maturazione non la ripresa della crescita ma una crisi in grado di rivaleggiare con il disastro della Grande Depressione, diveniva sempre più evidente che nell’era della “crescita stabile”, sia della crescita che della stabilità non vi era traccia. I Trenta pietosi, o forse sarebbe meglio dire i “Quaranta pietosi” dal momento che quasi un altro decennio sarebbe trascorso in Europa senza che si modificassero più di tanto i livelli di produzione raggiunti nel 2008, mostravano il loro vero volto. E mentre il cieco ottimismo della “grande moderazione” svaniva come neve al sole della crisi economica, il suo posto veniva rapidamente occupato dall’idea che le economie dei Paesi industrialmente più avanzati stessero vivendo una fase di “stagnazione secolare”: il dato della bassa crescita era ormai divenuto non più ignorabile.
Nel 2014, un intervento del periodico The Economist – il più vecchio e intransigente difensore del libero scambio – significativamente titolato “La visione di lungo periodo”, ragionando sui tassi di crescita registrati dal 1960 nei Paesi industrialmente più avanzati, affermava perentoriamente che «il problema per il mondo sviluppato non è nato in una notte […]. Il trend è chiaro. Il tasso di crescita nominale ha rallentato al di sotto del 4 per cento annuo; quello reale al di sotto del 2 per cento (in Italia è negativo)». La crescita andava scomparendo e il problema non era sorto con la crisi, preesistendo come fenomeno di lungo periodo. Ma per quale motivo invece che all’alba della crescita stabile si assisteva al crepuscolo della crescita?

Ci sono molte possibili spiegazioni per questo cambiamento, ma la più plausibile è collegata alla demografia. La crescita fu rapida dopo la seconda guerra mondiale perché l’Europa fu ricostruita e alcuni benefici dei cambiamenti tecnologici del periodo pre-bellico si diffusero nell’economia; successivamente, dalla seconda metà degli anni Sessanta in avanti, i nati nel baby boom confluirono nelle forze di lavoro. Ma poi il tasso di natalità cadde ed i baby boomer iniziarono a pensionarsi […]. Crescita economica significa avere più lavoratori e farli lavorare più efficientemente (produttività). Anche non condividendo totalmente il pessimismo [corrente] circa il cambiamento tecnologico, è evidente che la produttività dovrebbe lavorare molto alacremente per compensare la demografia.

Caratteristico della “nuova era” non era dunque un’accelerazione del cambiamento tecnologico, ma un suo rallentamento, o quanto meno un suo rallentamento rispetto agli incrementi di produttività resi necessari dallo scarso aumento delle forze di lavoro, menomate dal calo della natalità e gravate dal peso del pensionamento dei nati nel boom demografico.
Questa capriola dalla fine delle depressioni alla depressione permanente, dall’euforia tecnologica al catastrofismo tecnologico, non deve tuttavia distogliere l’attenzione dal terreno comune su cui avvenne. I due opposti atteggiamenti non erano infatti che modi alternativi di concepire il tasso di crescita di più lungo periodo come del tutto indipendente dai diversi assetti di politica economica che i Paesi capitalisti più avanzati si erano dati nei due trentenni in cui è indispensabile ripartire il periodo post-bellico per poterlo comprendere. La “grande moderazione” era la variante ottimistico-fantasiosa di questa indipendenza; la “stagnazione secolare” quella pessimistico-realista. Ma, in entrambi i casi, il messaggio di fondo restava immutato: il trentennio dell’alta crescita era un’esperienza irripetibile, risultante dalla fortunata sovrapposizione di un’anomalia tecnologica e un’anomalia demografica, rispetto alla quale le consapevolezze keynesiane dei decenni post-bellici non avevano giocato alcun ruolo. Allo stesso modo, il trentennio della bassa crescita era ricondotto a sviluppi demografici e tecnologici avversi, del tutto indipendenti dalle politiche liberiste attuate dopo la grande svolta.

3. (..) Era inevitabile quindi che, sebbene in forme attenuate e limitatamente agli Stati Uniti, il ruolo giocato dalla politica economica dovesse riacquistare una qualche centralità. Della “stagnazione secolare”, infatti, vi era non soltanto una lettura offertista tutta centrata sulla demografia e la tecnologia, ma anche una lettura dal sapore più vagamente keynesiano legata al tema della domanda. L’influente economista di Harvard e ministro del Tesoro statunitense Lawrence Summers sottolineava nel 2014 come “la crisi economica ha determinato una crisi nel campo della macroeconomia. L’idea che le depressioni avessero soltanto un interesse storico è stata screditata dalla Crisi globale e dalla Grande recessione […]. L’esperienza del Giappone degli anni Novanta e quella odierna di Europa e Stati Uniti suggeriscono che – al fine di comprendere e combattere le fluttuazioni economiche – le teorie che considerano il livello medio del prodotto e dell’occupazione di lungo periodo come un dato sono poco più che inutili. Sfortunatamente, quasi tutti i lavori sia nel campo dell’economia neo-classica che in quello dell’economia neo-keynesiana si sono concentrati sulla varianza del prodotto e dell’occupazione. Questo modo di ragionare presume che, con o senza interventi di politica economica, il funzionamento dei mercati è in grado di ristabilire il pieno impiego ed eliminare il divario tra prodotto corrente e prodotto potenziale. Gli unici problemi che sorgono riguarderebbero la volatilità del prodotto e dell’occupazione intorno ai loro livelli normali. Ma ciò che è accaduto negli ultimi anni suggerisce che la varianza di prodotto e occupazione hanno un’importanza secondaria rispetto ai livelli medi di queste grandezze.”
Ma se si riconosce che non vi è alcun motivo per cui il livello della produzione corrente debba convergere al livello dato della produzione potenziale, l’implicazione da trarre avrebbe dovuto essere che nel più lungo periodo sarebbe accaduto l’inverso, essendo impensabile che il prodotto potenziale possa continuare ad accrescersi indipendentemente dal tasso di crescita della produzione corrente. Detto in altro modo, nei limiti in cui la politica economica determina l’andamento della produzione corrente, essa determina anche l’andamento della produzione potenziale e non semplicemente il grado di utilizzo delle forze produttive. Si noti che, alla luce di queste considerazioni, lo stesso calo della natalità non poteva essere considerato come un evento indipendente dal rallentamento della crescita, ma doveva essere concepito, all’inverso, come determinato proprio dall’incapacità della politica economica di garantire il pieno impiego e di innalzare il tenore di vita dei più ampi strati sociali.
Queste conclusioni, tuttavia, non venivano tratte, limitandosi la riflessione all’inane consapevolezza che la politica monetaria, a lungo identificata con la politica economica tout court, non era in grado di rilanciare la crescita. E se si giungeva così a constatare che la manovra del tasso di interesse e le iniezioni di liquidità erano insufficienti allo scopo, nessuno era però seriamente intenzionato a mettere in discussione l’assetto di politica economica che i Paesi industrialmente più avanzati si erano dati nell’ultimo trentennio, percepito come il solo compatibile con il buon funzionamento del capitalismo. Ogni rottura di questo assetto rimaneva semplicemente impensabile, coincidendo con un allontanamento dall’idea stessa di progresso e di modernità, causa quindi di sicuro arretramento economico e sociale.

4. Eppure di moderno nel nuovo assetto di politica economica vi era ben poco, trattandosi semplicemente dello smantellamento dell’impianto faticosamente edificato nel periodo post-bellico al fine di consentire il perseguimento del pieno impiego come obiettivo prioritario dei Paesi economicamente e socialmente più avanzati. Si era proceduto alla liberalizzazione pressoché totale dei movimenti internazionali dei capitali, delle merci e delle persone; il mercato del lavoro era stato deregolamentato; le imprese pubbliche (industriali, dei servizi e bancarie) erano state privatizzate; la banca centrale si era fatta indipendente dal governo e aveva assunto come obiettivo esclusivo la lotta all’inflazione; lo Stato sociale era stato ridimensionato; il risparmio era stato detassato e i sistemi di prelievo avevano perso il loro orientamento progressivo; il bilancio dello Stato era tornato a essere considerato una bestia da domare che doveva produrre surplus e non disavanzi; la politica industriale era degenerata in una generica assistenza finanziaria alle imprese (vedi Tabella 2). (..)

La scomparsa della sinistra in Europa, Aldo Barba, Massimo Pivetti

Tabella 2. L’impianto di politica economica nei due trentenni