Ida Magli e l’Europa

Il problema, come sempre nella storia dell’umanità, è il raggiungimento del massimo potere: cambiano soltanto le “religioni” in base alle quali conquistarlo, imporlo, accrescerlo. Una volta giunto a possederlo, chi detiene il potere non resiste alla tentazione di ingrandirlo. Ingrandirlo in tutti i sensi, ma soprattutto in quello visibile, concreto: l’estensione del territorio. L’Unione Europea nasce così. Per estendere potere e territorio gli economisti partono dalla moneta, con l’assoluta certezza che il resto – il dominio sui popoli – seguirà. Come sappiamo, però (e la storia dell’Impero sovietico l’ha dimostrato) il principio di Marx sul primato dell’economia era sbagliato. Non in sé, in quanto è vero che le strutture economiche sono determinanti, ma perché, se non sono espressione della forza dei popoli, portano alla rovina. Lo stesso tragico errore è alla base di Maastricht. Prima di tutto i “parametri”. La moneta, i bilanci, i mercati. Ma di chi? Degli Europei, si dice. Soltanto che “gli Europei” come popolo non esistono, e non sarà la moneta unica a farli esistere. Oppure si pensa che sia stato il dollaro a fare la forza dell’America? o lo yen a costruire la personalità perseverante e lavoratrice dei Giapponesi? Perciò, anche se i parametri di Maastricht fossero tanto certi quanto le leggi della gravità (e il fatto che vengano presentati come tali è la prova che si tratta di un’operazione totalitaria), quello che fa fallire qualsiasi sistema politico fondato sulle leggi economiche è una ineliminabile realtà: i bisogni degli uomini vanno sempre al di là. E’ proprio questo l’errore di Marx: non aver tenuto conto della natura dell’Uomo. Una Specie contraddistinta dall’attività simbolica, da desideri, da speranze, da sogni, da intelligenza creativa, tutti bisogni cui è tanto necessario dare alimento quanto a quelli concreti dell’ossigeno, del cibo, del sonno. Karl Marx era uomo privo di una si pure minima sensibilità psicologica e antropologica e le catastrofiche conseguenze, proprio dal punto di vista della dimensione umana, provocate dalle sue teorie ovunque sono state messe in atto ne sono la più evidente dimostrazione. E’ mancata a Marx l’intelligenza di un grande antropologo come Franz Boas, il quale, osservando con quanta fatica meticolosa alcune tribù di amerindiani tessevano degli elaborati disegni sull’orlo delle coperte, non riuscendo a vederne lo scopo, ne ha tratto la più “umana” delle conclusioni: “anche i disegni fanno caldo”.

C’è del resto un altro aspetto in cui il Trattato di Maastricht si è ispirato a Marx: non vi figura la parola “religione”. Non sembra possibile che fra i 375 milioni di individui di cui il Trattato si occupa, figurino alcune fra le religioni più importanti del mondo: il cristianesimo (cattolico, protestante, ortodosso), l’ebraismo e l’islamismo. Eppure non se ne parla come se fosse possibile esorcizzare gli enormi problemi che la convivenza fra queste religioni, strette in uni unico sistema socio-culturale, sicuramente comporterà, semplicemente mantenendo il silenzio. Il Trattato sembra essersi ispirato a Marx perché è di Marx ed Engels l’osservazione che delle religioni è inutile occuparsi in quanto si tratta di una congerie di farri irrazionali non riconducibili a nessun ordine. In realtà, invece, come vedremo meglio in seguito, il problema delle religioni si presenta per la futura Unione Europea come uno dei più gravi e impellenti.

Ma di fatto gli economisti costruiscono progetti mondiali nei quali gli uomini concreti non appaiono. (Non tutti naturalmente. C’è chi si pone qualche problema, come, per esempio Amartya Sen nel suo saggio On Ethics Economics, Blackwell, Oxford 1987). Si servono, perciò, del loro sapere come un tempo se ne servivano i teologi: chi potrebbe mai credere che l’economia non si occupi dei bisogni degli uomini così come la teologi si occupa della salvezza della loro anima? E’ necessario, invece, risvegliarsi da questa sicurezza così ovvia. Gli economisti sono i Cesari, i Napoleoni di oggi. Alla pari dei Cesari e dei Napoleoni, essi progettano per se stessi un impero mondiale, basato sulla moneta invece che sugli eserciti; e a questo impero tutti debbono piegarsi come davanti ai cannoni. Ma la forza costituita dai parametri economici e dalla moneta unica è molto più temibile di quella degli eserciti e dei carri armati perché i cittadini, che pure ne percepiscono la violenza, non riescono a rendersene contro con chiarezza e non hanno strumenti per denunciarla e per resistervi. D’altra parte i governanti hanno fatto di tutto per non far conoscere ai sudditi i veri scopi dell’Unione. E in Italia questo silenzio è stato innalzato come un muro assolutamente invalicabile. (..)

Dalle Conclusioni

La conclusione delle riflessioni che abbiamo fatto fin qui quale può essere se non convincere un’opinione pubblica più numerosa possibile, sia in Italia che negli altri Stati coinvolti nell’Unione, che è indispensabile discutere il Progetto nella sua totalità? E soprattutto richiamare l’attenzione di coloro che sanno che “pensare” significa cogliere differenze? Anche ammesso che gli scopi che si vogliono ottenere siano davvero soltanto di carattere brutalmente economico, con l’ampliamento dei mercati e la possibilità della moneta europea di competere con quella americana e con quella asiatica, si tratta di guardare con concreto realismo all’enorme errore che è stato compiuto distaccando l’economia dal corpo della società. Una economia è forte soltanto se la società di cui è espressione è forte. Questa forza, non è data soltanto da fattori materiali, ma anche e soprattutto, come tutti sanno vivendo nella cosiddetta società dell’immagine, da beni impalpabili ma altrettanto funzionali all’accumulo di ricchezza. Rinunciare alla forza culturale dell’Occidentalismo significa una perdita incalcolabile per i popoli e per i singoli individui.

C’è poi la questione della “libertà”. L’Impero europeo non può essere gestito, se non con un massimo di centralizzazione. Poiché persone prenderanno le decisioni e la tecnologia le porterà con immediatezza a coloro che dovranno metterle in atto. Cosa ne sarà degli Europei abituati a credere nella democrazia?

Infine il problema delle religioni. I lettori di questo libro penseranno che si è data un’importanza eccessiva a questo tema. Ebbene, anche questo è un risultato del modo distorto con il quale si guarda di solito alle religioni separandole dall’insieme. Le religioni appartengono alla creatività culturale umana e fanno pare della storia globale. Una concezione del tempo ne è il fondamento perché questa è indispensabile alla vita di ogni gruppo umano, dandole una direzione di senso, che creda oppure no in una divinità. L’Unione Europea, abbandonando l’Occidente, mette in crisi il modello del tempo su cui si è svolta la storia d’Europa. Non si può non riflettervi.

Per ultimo una parola sulla battaglia dell’antropologo contro l’Unione Europea. Come è evidente tutti i problemi che l’Unione comporta sono problemi antropologici. Soltanto gli economisti, come i dittatori, si dimenticano dell’esistenza degli uomini. Il silenzio di fronte all’Europa degli psicologi, dei sociologi, degli antropologi è impressionante, tanto quanto quello dei poeti, dei musicisti, degli artisti. Ma la responsabilità etica di un antropologo, soprattutto di un antropologo che ha scelto di “osservare” noi, non gli “altri”, i “diversi e lontani”, è identica a quella dei Fisici di fronte alla scoperta dell’energia nucleare. Nel modo con il quale fino ad oggi è stata propagandata e accettata l’Unione Europea è facilmente riconoscibile l’inerzia di fronte all’invisibilità di ciò che è ovvio.

Combattere contro “l’ovvio” è una battaglia al tempo stesso assurda, per l’evidenza di ciò che dive, e disperata per la sua inutilità. Gli antropologi sono, nella lunga schiera dei perdenti a causa dell’ovvio, alcuni di quelli che hanno perso di più…

Riporto anche alcuni estratti del più recente La dittatura europea del 2010 di Ida Magli via Dagospia pubblicati su La Verità

La dittatura europea

Mi sono battuta con tutte le mie forze affinché qualcuno impedisse l’omicidio-suicidio di una delle civiltà più belle che l’umanità abbia prodotto senza riuscirvi. Ma quello che mi angosciava maggiormente era l’impossibilità di capire perché questo destino di morte sembrasse a tutti, salvo che a me, un evento ineluttabile, al quale era giusto adeguarsi sforzandosi di collaborarvi.
Maastricht era stato firmato nel 1992. Un Trattato il cui testo sembra scritto da esseri alieni i quali, in base ai loro concretissimi interessi di denaro e solo denaro, impongono a popoli altamente civili, con la sicurezza dittatoriale di chi non sa quello che dice e quello che fa, di centrare la propria vita, il proprio futuro, sulle regole del «mercato», assurto a infallibile divinità.
O meglio, sulla libertà di un mercato che, unico personaggio nel teatro di Maastricht, non soltanto non ha bisogno di regole, ma addirittura garantisce il suo più giusto funzionamento esclusivamente se gode di un’ assoluta libertà. La sua libertà, perciò, al di sopra di quella degli uomini, contro quella degli uomini, è la nostra prigione. Le «virtù» degli adepti del nuovo Dio si misurano nelle cifre dei loro bilanci, in un Pentalogo, chiamato «Parametri» (o criteri di convergenza), che fissa quali debbano essere e mantenersi per sempre i rapporti fra i cinque dati nei quali è racchiusa la vita dell’ umanità. Li riporto qui nella convinzione che la grandissima maggioranza degli Italiani e degli altri milioni di cittadini europei obbligati ad attenervisi, non li conosca affatto; e non li conosca perché nessuno ha voluto farglieli conoscere.

Il giogo
1) l’ inflazione non deve superare di più dell’ 1,5 per cento quella dei tre Stati più «virtuosi»;

2) il tasso d’ interesse a lungo termine non può essere più di due punti sopra la media dei tre Stati suddetti;
3) negli ultimi due anni bisogna aver rispettato i margini di fluttuazione dei cambi all’interno del sistema monetario europeo e non aver mai svalutato la propria moneta rispetto a quella degli altri Paesi membri;
4) il deficit annuale delle amministrazioni pubbliche non può eccedere il 3 per cento del Pil;
5) il debito pubblico complessivo non può essere superiore al 60 per cento del Pil.

Il «per sempre» di Maastricht, messo a sigillo di un Trattato fra Stati, cosa mai avvenuta prima perché la saggezza delle diplomazie è stata sempre solita lasciare uno spiraglio ai cambiamenti, dobbiamo tenerlo ben fisso nella memoria perché lo ritroveremo continuamente nel nostro itinerario. L’edificazione dell’ Unione Europea e in prospettiva di tutto il mondo, non conosce il divenire della storia, non prevede necessità di cambiamenti perché si fonda sulla certezza che non possa esistere nulla di più perfetto. Era caduto purtroppo nella trappola di un’ assoluta sicurezza ante litteram perfino un uomo dall’intelligenza geniale come Immanuel Kant, laddove il suo Progetto filosofico per la pace perpetua («perpetua» appunto) è fondato, come vedremo, su un fattore indispensabile, o meglio un fattore che Kant afferma essere indispensabile: il governo repubblicano, la democrazia. Ma, più che questo difetto particolare, ciò che spaventa nell’opera di Kant è l’ abdicazione – da parte di uno dei maggiori filosofi dell’ Occidente, il filosofo illuminista per eccellenza – al principio scientifico del «dubbio» che è preposto a ogni forma di conoscenza; l’aver dimenticato che una «ipotesi» è per definizione sempre suscettibile di una diversa e maggiore approssimazione alla verità. È scaturita da questa certezza una forma di «sacralità» della democrazia che ha portato, come sempre quando il potere viene trasferito nell’ambito del Sacro, alle spaventose «certezze» del comunismo sovietico, uno dei migliori esempi di «dittatura democratica»; ma anche a forme di sacralizzazione del potere dei banchieri nell’Ue e a processi di paralisi e di involuzione parlamentare in quasi tutti i Paesi a governo democratico, dovuti proprio alla grottesca assolutizzazione «magica» della democraticità.

Frode costituzionale Ne troviamo innumerevoli esempi anche a casa nostra. Uno dei più evidenti consiste nell’ossequio al testo della Costituzione, come se non fosse stato scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l’europeismo.
La bandiera di Marx sventola infatti nella ridicola solennità dell’affermazione che «L’ Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», come se il lavoro fosse una divinità a sé stante, e non fossero gli uomini a lavorare. La frode europeista invece è nascosta in quell’articolo 11 che recita: «L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Come sia stato possibile far scaturire da questo articolo l’eliminazione della proprietà del territorio della Nazione (Schengen), la perdita della sovranità monetaria e della moneta, l’obbligo di una nuova cittadinanza, di una nuova bandiera, di una nuova Costituzione, nessuno potrà mai spiegarlo.
A questa evidente frode è stata aggiunta, poi, un’altra consapevole volontà fraudolenta: aver inserito l’ unificazione europea nella politica estera, di cui fa parte l’ articolo 11, affinché gli italiani fossero costretti a subire la perdita dell’indipendenza senza poter esprimere il proprio parere. La democraticissima Costituzione italiana, infatti, vieta il parere dei cittadini nei due unici veri campi di esercizio del potere: il sistema fiscale e il rapporto con l’estero. Ma capiremo meglio questo punto verso la fine della nostra ricerca, quando scopriremo che l’ unificazione europea è stata voluta soprattutto dai «banchieri» e che l’ articolo 11 è stato suggerito da un «banchiere», governatore della Banca d’ Italia e membro dell’ Assemblea Costituente, Luigi Einaudi, premiato poi con la prima presidenza della Repubblica italiana.
Un altro esempio ancora più grottesco si trova nel sistema di «scelta» dei parlamentari: non devono saper fare nulla dato che, una volta eletti, sanno fare tutto. Calciatori, canzonettiste, modelle, casalinghe, mogli di, amanti di, vedove di, figli di, giornalisti, conduttori televisivi il panorama delle competenze di coloro che ci governano sembra quello del mondo alla rovescia. Ma è stata questa generalizzata incompetenza dei politici che ha permesso, o almeno ha reso più facile, a banchieri, economisti, esperti finanziari, di impadronirsi delle vere funzioni di governo, imponendone le regole a tutti.

Delega in bianco Maastricht nasce anche per questa totale delega da parte dei politici ai tecnici dell’ economia, di ogni responsabilità nei confronti dei Popoli. Come noteremo più volte lungo il nostro itinerario, l’Unione Europea rispecchia a ogni passo della sua costruzione questo «peccato originale»: mancano i popoli. E mancano perché chi gioca in Borsa, chi si occupa soltanto di denaro, e del modo di accrescerlo, neppure si ricorda che esistono gli uomini, anzi gli sarebbe d’ impaccio ricordarlo. Il Trattato di Maastricht lo rivela continuamente. È per questo, perché è privo di qualsiasi riflesso d’ umanità, che nessuno ha avuto il desiderio o la forza di leggerlo. Ma purtroppo questa è stata la sua fortuna: è andato avanti senza ostacoli perché, non avendolo letto, nessuno ha avuto neanche la voglia, la competenza per contestarlo. Io, però, l’ ho letto. La prima parte della mia battaglia contro l’unificazione europea è nata dall’orrore che ha suscitato in me; dalla constatazione che coloro che l’avevano pensato e sottoscritto erano dei despoti assoluti, quali ancora non erano mai apparsi nella storia, proprio perché non avevano alcun bisogno di riferirsi agli uomini per dettare il proprio disegno e le regole per realizzarlo. Non ne avevano bisogno al punto tale che le loro armi consistevano in multe in denaro per chi avesse disobbedito. 

Distruzione dei valori Tutto il resto non aveva né senso né valore: la patria, la lingua, la musica, la poesia, la religione, le emozioni, gli affetti, tutto quello che riguarda gli uomini in quanto uomini, che dà espressione e significato al loro vivere in un determinato luogo, in un determinato gruppo, al loro contemplare un determinato paesaggio, al loro amare, soffrire, godere, creare, veniva ignorato. Era mostruoso. Non potevo tacere. Dopo aver fatto tutti i tentativi che mi erano possibili per convincere qualcuno fra i giornalisti, i politici, i colleghi d’ università, gli industriali, i medici che conoscevo, a organizzare un movimento anti-Maastricht senza riuscirvi, ho deciso di scrivere un libro.