Lavorare manca

Di seguito riporto alcuni estratti del libro che mi sono particolarmente piaciuti.

Abbiamo bisogno dei giovani, della loro illusione di onnipotenza, del loro miraggio di immortalità. Solo i giovani possono sfidare gli dèi, come abbiamo fatto noi alla loro età, e in questa smisurata sfida sta tutto il senso della nostra esistenza di uomini. Una società che non dà fiducia ai giovani è meglio che si estingua, perché è un pericolo per tutta l’umanità. (..)

Il lavoro è una grande mistificazione: passiamo la gioventù a cercarlo e il resto della vita a cercare di liberarcene. Le cose più belle della nostra vita le facciamo per niente, per nessun profitto, nell’assoluta gratuità che non è neppure generosità ma pura e liberatoria mancanza di scopo. Non avere obiettivi, non mirare a nulla, non servire a nulla resta la più grande libertà dell’uomo. Eppure senza lavoro non esistiamo. Una volta si diceva addirittura che il lavoro a realizzarsi, come a dire che chi non lavora non è neppure reale. (..)

Nei deserti e nelle giungle dove migravano i nostri compaesani c’erano anche altri italiani, ma di loro sentivamo parlare solo quando morivano. “Sono morti per la patria!” diceva con gravità l’annunciatore del telegiornale nel sottofondo di trombe militari su cui sfilavano i ritratti di ragazzi in divisa con gli occhi pieni di inconsapevolezza. Seguivano discorsi gravi di politici e generali che sguainavano spadine davanti alle bare coperte dalla bandiera, ancora lei, la bandiera. No, non è per la patria che vanno a morire sui campi di battaglia di Iraq e Afghanistan i soldati italiani dei tempi moderni, ma per il lavoro. Il lavoro che in Italia non trovano e che li obbliga ad accettare quest’altro lavoro sporco della guerra, ben pagato perché mortale. Con il soldo della loro missione riescono a ottenere un mutuo, a sposarsi, a comperare la licenza di un negozio, a fare l’investimento che può avviarli nella cita e che altrimenti sarebbe loro impossibile. Ma non c’è moralità, non c’è dignità nello scambio di vita per lavoro. Troveremmo immorale pagare un operaio perché salga su una gru senza senza protezioni rischiando di morire. Anzi è vietato dalla legge. Quando succede che degli operai muoiono in un cantiere, ci scandalizziamo. Morti bianche le chiamiamo e le consideriamo una vergogna. Le nostre leggi si premurano di garantire ogni possibile sicurezza sul lavoro e anche per questo ci reputiamo un paese civile. Nono troviamo invece immorale pagare i nostri soldati perché vadano a rischiare la vita in spedizioni militari che non abbiamo neppure l’onestà di chiamare con il loro nome: guerra. Così alla televisione ci spiegano che il sacrificio dei nostri giovani morti per fare altri morti è eroismo. Già, la morte, il glorioso inconveniente della vita del soldato. No, non sono eroi, sono solo vittime quei giovani. O allora sono eroi anche tutte le vittime della morte bianca, ma allora bisogna cambiare nome al lavoro e chiamarlo dappertutto guerra. Guerra è diventato il lavoro e ci si ammazza per averlo. I nostri soldati orti lontano da casa per poter lavorare sono stati ingannati due volte: dalla promessa bugiarda della Costituzione dalla vecchia retorica della patria. La patria, quella vera, è un altra cosa e non ha niente a che vedere con la terra dei padri che è un concetto arretrato e tribale, fomentatore di guerre ed eterno nemico di ogni pace. La patria è innanzitutto un patto fra pari, basato su dei valori che non hanno confini. Il nostro patto è la Costituzione e difendere la patria significa difendere i suoi valori. Il lavoro è il primo, quello su cui tutto il resto si fonda. Calpestarlo è la peggiore delle guerre e la più disastrosa delle sconfitte. (..)

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