Neet, una generazione in panchina

Nel convegno del 3 e 4 novembre 2016 sono state presentate tre iniziative interessanti e promettenti di attivazione dei NEET. La prima è il programma NeetWork promosso da Fondazione Cariplo, la seconda è Lavoro di squadra di ActionAid, mentre il terzo esempio è il programma Crescere digitale promosso da Google in collaborazione con Unioncamere. 

Queste iniziative però, evidenziano come per lo ‘zoccolo duro’ dei NEET non bastino politiche standard di attivazione, sulle quali si è concentrata Garanzia Giovani, ma servano altre tre ‘i’, due precedenti l’attivazione e una successiva. La prima ‘i’ è quella dell’intercettazione: molti ragazzi che vivono nei contesti più svantaggiati, con carenza di supporto, sfiduciati verso il futuro, sono fuori dal radar delle politiche pubbliche, vanno quindi prima di tutto individuati
e raggiunti. Esperienze promettenti sono quelle in alleanza con le associazioni, il privato sociale e chi opera sul territorio. Anche i social network possono essere utili. La seconda ‘i’ è quella dell’ingaggiouna volta intercettati serve una proposta in grado di riaccenderli e motivarli,
di (ri)metterli in moto. Senza queste premesse le misure di attivazione rischiano di non raggiungere gli utenti potenziali o fallire nel far sentire il giovane responsabilmente inserito in un percorso di miglioramento della propria condizione. L’obiettivo non è infatti quello di offrire
una mera attività che lo faccia uscire dalla statistica dei NEET, ma di (ri) convertirlo da spettatore passivo di un presente senza prospettive a soggetto attivo nel progettare la propria vita: in grado di trovare il proprio posto nel mondo, prima ancora che un posto di lavoro. La terza ‘i’ è quella di impatto, inteso sotto vari aspetti. Una volta conclusa la misura di attivazione, i giovani beneficiari devono essere aiutati ad acquisire consapevolezza dell’impatto che tale esperienza ha
avuto su se stessi, ovvero del percorso fatto, delle competenze acquisite, della loro spendibilità sul mercato del lavoro, ma anche di come continuare a rafforzarsi per raggiungere i propri obiettivi professionali e di vita. Le misure di policy devono quindi essere intese come parte coerente di un percorso, non come azione estemporanea caduta dall’alto e che abbandona a se stessi una volta conclusa. Ma non è solo il giovane che deve considerare l’intervento come tappa coerente di un processo di costruzione attiva e responsabile del proprio futuro. L’impatto vale,
infatti, anche per la valutazione del programma stesso da parte di chi lo ha messo in campo. Una valutazione che deve essere in grado di mostrare quali risultati si siano ottenuti, quanto questi siano replicabili e generalizzabili nel produrre miglioramenti di sistema e non rimanere solo
casi virtuosi. Va quindi pensata come parte di una strategia generale che consenta di collocare quanto si fa con i giovani — in una specifica area o in un dato ambito — all’interno di un processo collettivo di conoscenza e apprendimento. Per comprendere come nuove generazioni e paese possano crescere insieme: nessuno dei due può, infatti, davvero crescere senza la crescita dell’altro.