Come mai

(…) I figli degli operai
I figli dei bottegai
I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai
Come mai come mai
Che cazzo di animali in questi giorni miei (…) 

“Tutti giù per terra” CSI

Di seguito il primo paragrafo del libro Tutti giù per terra (1994) di Giuseppe Culicchia. Sotto l’ultima parte dell’omonimo film con la canzone omonima dei CSI.

(…) Hungry darkness of living
Who will thirst in the pit?
She spent a lifetime deciding
How to run from it (…)
Ghetto defendant, The Clash, 1982

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Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. Le stesse vetrine. Le stesse facce. I commessi guardavano fuori dai negozi come gli animali allo zoo guardavano i turisti. Rispetto a loro mi sentivo in libertà. Ma ero libero di non far niente.
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. La suola del mio unico paio di scarpe si era tutta consumata. Mi sforzavo di camminare appoggiando il meno possibile il piede sulla strada ma riuscivo soltanto a saltellare. Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Non volevo rinchiudermi in una gabbia. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo a cui aggrapparmi. Senza più nulla vedere. […]


(…) Come non sapere come non farsi fregare
Come non potere avere niente da imparare
Come non voler sentire quello che hai da dire
Come non trovare mai la forza d’affiorare
I figli degli operai
I figli dei bottegai
I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai
Come mai come mai
Come mai
Troppi motivi non esistono
Troppi colori si confondono
Come nei film
Come nei film
I figli degli operai
I figli dei bottegai
I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai
Come mai come mai
Che cazzo di animali in questi giorni miei
Come mai come mai (…)
“Tutti giù per terra”, CSI

Manifesto GIG abbozzato

Intro

Nel mondo, la giustizia intergenerazionale trova scarsa applicazione perché le poche norme volte a tutelare e a garantire le generazioni future – sia nel diritto internazionale, sia nei vari diritti nazionali –  hanno per lo più carattere di principio o di indirizzo, senza però prevedere procedure o strumenti per far valere i diritti in sede giudiziale. Nella stessa Costituzione italiana, sebbene per alcuni versi si possa ritenere tacita (artt. 2, 4 e 9 Cost.), manca qualsiasi riferimento esplicito alla tutela dei diritti e degli interessi delle successive generazioni.

Purtroppo, viviamo in un epoca in cui sembra difficile tutelare tutti i componenti delle generazioni presenti, un’epoca dove i primi articoli della Costituzione non si riescono ad applicare e dove le disuglianze sociali ed economiche stanno aumentando.

Tutelare per legge le generazioni future potrebbe forse essere il primo passo per tutelare maggiormente le generazioni presenti.

Raffaele Bifulco sottolinea che “esiste un obbligo, in capo alla generazione presente, di continuare la catena intergenerazionale, di evitare quindi l’estinzione della specie umana. L’esistenza di tale obbligo è infatti presupposta nello scopo stesso del diritto che, in quanto regolatore sociale, si occupa della sopravvivenza dell’uomo” (2008).

Cornice base

Il principio di responsabilità e l’imperativo “che vi sia un’umanità” di Hans Jonas (v. Il principio responsabilità, 1979) sintetizzabile in: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra”. 

I tre principi alla base dell’equità intergenerazionale di Edith Brown Weiss:

  1. La conservazione delle opzioni (conservation of options): a ciascuna generazione dovrebbe essere richiesto di conservare e mantenere la diversità delle risorse naturali e culturali in modo tale da non ridurre le opzioni possibili per le future generazioni di risolvere i loro problemi e di soddisfare i loro stessi valori. Le generazioni future hanno diritto alla diversità pari a quella goduta dalla precedente generazioni;
  2. La conservazione della qualità (conservation of quality): a ciascuna generazione dovrebbe essere richiesto di mantenere la qualità del pianeta in modo tale che questo non venga trasmesso in condizioni peggiori di quelle in cui è stato ricevuto;
  3. La conservazione dell’accesso (conservation of access): ciascuna generazione dovrebbe fornire ai suoi membri uguali diritti di avvesso all’eredità delle generazioni passate e dovrebbe conservare questo accesso per generazioni future.

La Costituzione Italiana:

1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al 
progresso materiale o spirituale della società.

9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Auspici per un futuro prossimo:

  1. Maggiore consapevolezza e attenzione degli organi politici e di informazione sulle questioni intergenerazionali;
  2. L’ampliamento della soglia minima di età dell’elettorato attivo, includendo i cittadini di anni 16;
  3. L’inserimento esplicito della tutela dei diritti delle generazioni presenti e future nella Costituzione e nei vari statuti regionali;
  4. L’istituzione di una Commissione con potere di veto e di indirizzo per materie legislative riguardanti le differenti generazioni, incluse quelle future (v. ad es. il tentativo fatto dal Parlamento Israeliano con la Commission for Future Generations)
  5. L’adozione di politiche intergenerazionali a livello ambientale, economico e sociale da parte delle istituzioni nazionali e locali (in linea con i Sustainable Development Goals – Agenda 2030);
  6. L’applicazione di quante più convenzioni, dichiarazioni e carte varie a tutela del futuro dell’uomo e del pianeta;
  7. La creazione di una speciale Corte di Giustizia a tutela delle generazioni giovani e future. 

Ulteriori spunti da:

World Future Council – Future Justice

Intergenerational Foundation – A Manifesto for Younger and Future Generations

AGE Platform EuropeManifesto for an Age-Friendly European Union by 2020



Biblio:

Onora il padre e la madre

Di seguito alcuni estratti del capitolo IV Onora il padre e la madre del libro di Fernando Savater I dieci comandamenti nel XXI secolo (2005).

LA PROTEZIONE PATERNA

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Luis de Sebastian spiega le ragioni degli ebrei al tempo in cui stabilirono il quarto comandamento: “Mosè stava cercando di formare un popolo omogeneo e unito, e intuì con chiarezza che la famiglia era un elemento basilare dell’ordine sociale. L’autorità paterna era il vincolo che legava gli individui all’autorità politica e religiosa, la quale teneva unita la massa. Onorare i genitori significa fondamentalmente riconoscere la loro autorità sui figli, accettare che ci impartiscano degli ordini e il nostro dovere di ubbidire”.
Tuttavia, alcune questioni poste dal quarto comandamento hanno richiamato l’attenzione dello scrittore Martin Caparros: “È un comandamento un po’ strano, perché onorare il padre e la madre è qualcosa di spontaneo. IL fatto che esista un comandamento che ordina di farlo rivela, in qualche modo, che ciò evidentemente non accadeva; e che i figli a quel tempo non dovevano essere troppo amorevoli verso il padre e la madre. Penso che si trattasse di gente piuttosto singolare. È chiaro, comunque, che per stabilire un lignaggio e trasmettere le proprietà ci voleva un famiglia ben strutturata, che probabilmente non era ancora abbastanza solida quando il giovane Mosè scese dal monte Sinai con un paio di tavole scolpite male. Suppongo che i comandamenti parlino delle carenze, di ciò che molta gente non vuole fare di sua spontanea volontà, e il fatto che questi nostri avi non fossero disposti a onorare il padre e la madre mi dà la sensazione che non ci sia niente di nuovo sotto il sole. Capita spesso di ascoltare la frase: “Voi non rispettate gli adulti” Lo dicevano a me i miei genitori, e oggi si continua a dirlo ai figli.
Durante l’infanzia siamo protetti dall’immagine dei nostri genitori, che si interpongono fra noi e le responsabilità, fra noi e i problemi, fra noi e le necessità della vita e la morte stessa. I genitori costituiscono una muraglia al cui riparo cresciamo.
Però arriva un momento in cui la loro capacità protettiva comincia via via ad affievolirsi, fino a scomparire. Allora ci rendiamo conto di essere noi in prima fila, e i nostri figli iniziano a riparasi dietro di noi. Questo passaggio si accompagna alla perdita della muraglia che stava fra noi e il bisogno, il dolore, le esigenze della e vita e la morte stessa. È un momento drammatico. A quel punto siamo già persone adulte, siamo genitori e ci avviamo a concludere il nostro ciclo vitale nel migliore  o nel peggiore dei modi. 

[…] Onorare il padre e la madre implica l’analisi dei rapporti tra padri e figli, ma va molto oltre, poiché include l’educazione, la preparazione dell’uomo alla libertà. È un comandamento che contempla le formA del rispetto verso gli adulti, ma anche la rottura di stereotipi e abitudini. Questa quarta di Yahvè ci impone di interrogarci su come valorizzare l’esperienza della vecchiaia che il nostro tempo sta cancellando in virtù di un’adorazione consumistica della giovinezza. Ha a che fare con il modo in cui trattiamo in nostri anziani dal punto di vista sociale e anche, in alcuni casi, con la capacità di costruire le famiglie distrutte dalla violenza, dalla guerra e dalle dittature. Si tratta di una questione che suscita più domande che risposte o dogmi, e resta aperta al dibattito.
I genitori sono due figure fondamentali della nostra biografia individuale ma, dopo esserci interrogati su questo rapporto tra padri e figli nei singoli nuclei famigliari, dobbiamo fare una considerazione più ampia, più aperta dal punto di vista sociale: qual è nella nostra società la relazione tra i giovani, le persone adulte e gli anziani? Qual è il valore che diamo a coloro che appartengono a quella che chiamiamo eufemisticamente “terza età”? Come ci comportiamo con le persone che non rientrano più nella sfera produttiva, che rappresentano la memoria, la tradizione e, a volte, costituiscono un ostacolo a certi rinnovamenti? Qual è il ruolo dei vecchi nella società attuale? Queste sono le grandi domande su cui dobbiamo discutere e che nascono da una lettura contemporanea del quarto comandamento.

Lo scandalo del futuro

Di seguito pubblico alcuni estratti dell’introduzione del bellissimo libro di Ferdinando G. Menga Lo scandalo del futuro – Per una giustizia intergenerazionale (2016).

UN NERVO ANCORA SCOPERTO PER LA RIFLESSIONE ETICA CONTEMPORANEA

“Tutti gli uomini sono pronti a riconoscere una morale rigorosa quando non si tratta di applicarla” (Simone Weil, Lezioni di filosofia)

 

copertina di Lo scandalo del futuroLa questione riguardante la responsabilità nei confronti delle generazioni future si presenta ormai come compito improcrastinabile in ogni ambito della vita pubblica: dai dibattiti scientifico-disciplinari al settore dei media fino alle odierne agende politico-istituzionali nazionali e di governance internazionale. La crescente preoccupazione per temi quali il riscaldamento globale e il cambiamento climatico, l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, ma anche la protezione del comune patrimonio genetico e culturale, ruota costantemente attorno alla medesima domanda:come lasciare in eredità una vita degna d’essere vissuta tanto ai nostri successori, quanto agli abitanti del pianeta di un futuro lontano

Per quanto però la percezione di un tale richiamo alla responsabilità pssa mostrare un carattere esteso, diffuso e addirittura urgente a livello socio-politico, a livello teorico, la questione concernente la sua stessa giustificabilità o fondatezza permane tutt’oggi un tema ancora irrisolto. Non appena si a indagare, infatti, la situazione del dibattito in corso, ci si imbatte immancabilmente nella pietra d’inciampo – nello skandalon vero e proprio – di un’inconciliabile divergenza di fondo che palesa una tensione dal carattere squisitamente teorico assai rilevante: quella tra le posizioni a chiaro sostegno di una responsabilità intergenerazionale e quelle che, invece, teorizzano l’assenza (o la tenuta assai ridotta) di un fondamento motivazionale davvero in grado di giustificarla.

Nel quadro di una tale divergenza e alla luce della sua elevata posta in gioco, la riflessione filosofica è, pertanto, oggi più che mai chiamata a prendere posizione e, per quanto possibile, a cercare nuove strade e prospettive al fine di illuminare in modo rinnovato gli aspetti e gli snodi fondamentali concernenti una vera e propria giusitficabilità della responsabilità verso le generazioni future. […]

Pertanto, la questione cruciale che bisognerà porsi sarà la seguente: in che termini si può sostenere in modo convincente la fondatezza morale di una responsabilità verso le generazioni future alla luce delle teorie che ne attenuano o addirittura negano la giustificabilità. […]

Il nucleo fondamentale del mio contributo si proporrà esattamente di individuare una tale impostazione alternativa in un’etica di carattere fenomenologico fondata sul primato di una responsabilità che insorge non dall’estensione del modello contrattualista centrato sul presente e sulle reciprocità dei presenti, non da calcoli utilitaristici e neppure da un’impostazione atemporale di tipo metafisico-giusnaturalista, bensì a partire da un appello da parte di un’alterità genuinamente connessa al futuro. […]

Come sottolinea l’autore nel prosieguo dell’introduzione, questo suo “contributo intende collocarsi nella posizione intermedia che separa uno studio di carattere introduttivo da un’indagine teorica vera e propria che si inserisce nel dibattito con una linea argomentativa chiara e rigorosa”, fornendo al lettore non “semplicemente un passaggio in rassegna delle maggiori teorie al riguardo”, ma orientandolo “a partire da una prospettiva ermeneutica ben precisa” e riuscendosi benissimo. Il libro infatti costituisce un ottimo punto di partenza per poi approfondire tutti i vari aspetti filosofici e teorici collegati alla giustizia intergenerazionale.


Voglio che le cariche importanti,
dove si decide per il mondo
vengano assegnate solo a donne
madri di figli.
Sarei così curioso di vedere
se all’interno delle loro decisioni
riuscirebbero a scordarsi il loro futuro.
E il tetto delle nostre aspettative,
è così basso che si potrebbe anche toccare.
La vita media di una prospettiva è una campagna elettorale.
Ambiente non è solo un’atmosfera,
una rogna nelle mani di chi resta,
e il sasso su cui poggia il nostro culo
è il padrone della festa. (…)
(Il padrone della festa di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri)

Utopia

Di seguito pubblico la poesia Utopia da La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska.

#stefanobosso

ph. #stefanobosso, somewhere in Norway, 2016

Isola dove tutto si chiarisce.
Qui ci si può fondare su prove.
L’unica strada è quella d’accesso.
Gli arbusti fin si piegano sotto le risposte.
Qui cresce l’albero della Giusta Ipotesi
con rami districati da sempre.
Di abbagliante linearità è l’albero del Senno
presso la fonte detta Ah Dunque È Così.
Più ti addentri nel bosco, più si allarga
la Valle dell’Evidenza.
Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.
L’Eco prende la parola senza che la si desti
e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.
A destra una grotta in cui giace il Senso.
A sinistra il lago della Profonda Convinzione.
Dal fondo si stacca la Verità e lieve viene a galla.
Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.
Dalla sua cima si spazia sull’Essenza delle Cose.
Malgrado le sue attrattive l’isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.
Come se da qui si andasse soltanto via,
immergendosi irrevocabilmente nell’abisso.
Nella vita inconcepibile.

Della perpetua volontà popolare

Di seguito pubblico la parte iniziale della Carta del Carnaro intitolata “Della perpetua volontà popolare” di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris e promulgata l’8 settembre 1920 a Fiume (corsivo mio).

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Della perpetua volontà popolare
Fiume, libero comune italico da secoli, pel voto unanime dei cittadini e per la voce
legittima del Consiglio nazionale, dichiarò liberamente la sua dedizione piena e intiera
alla madre patria, il 30 ottobre 1918.
Il suo diritto è triplice, come l’armatura impenetrabile del mito romano.
Fiume è l’estrema custode italica delle Giulie, è l’estrema rocca della cultura latina, è l’ultima portatrice del segno dantesco. Per lei, di secolo in secolo, di vicenda in vicenda, di lotta in lotta, di passione in passione, si serbò italiano il Carnaro di Dante. Da lei s’irraggiarono e s’irraggiano gli spiriti dell’italianità per le coste e per le isole, da Volosca a Laurana, da Moschiena ad Albona, da Veglia a Lussino, da Cherso ad Arbe.
E questo è il suo diritto storico.
Fiume, come già l’originaria Tarsàtica posta contro la testata australe del Vallo
liburnico, sorge e si stende di qua dalle Giulie. È pienamente compresa entro quel
cerchio che la tradizione la storia e la scienza confermano confine sacro d’Italia.
E questo è il suo diritto terrestre.
Fiume con tenacissimo volere, eroica nel superare patimenti insidie violenze
d’ogni sorta, rivendica da due anni la libertà di scegliersi il suo destino e il suo compito,
in forza di quel giusto principio dichiarato ai popoli da taluno dei suoi stessi avversari
ingiusti.
E questo è il suo diritto umano.
Le contrastano il triplice diritto l’iniquità la cupidigia e la prepotenza straniere; a
cui non si oppone la trista Italia, che lascia disconoscere e annientare la sua propria
vittoria.
Per ciò i1 popolo della libera città di Fiume, sempre fiso al suo fato latino e
sempre inteso al compimento del suo voto legittimo, delibera di rinnovellare i suoi
ordinamenti secondo lo spirito della sua vita nuova, non limitandoli al territorio che
sotto il titolo di «Corpus separatum» era assegnato alla Corona ungarica, ma offrendoli
alla fraterna elezione di quelle comunità adriatiche le quali desiderassero di rompere gli
indugi, di scuotere l’opprimente tristezza e d’insorgere e di risorgere nel nome della
nuova Italia.
Così, nel nome della nuova Italia, il popolo di Fiume costituito in giustizia e in
libertà fa giuramento di combattere con tutte le sue forze, fino all’estremo, per
mantenere contro chiunque la contiguità della sua terra alla madre patria, assertore e
difensore perpetuo dei termini alpini segnati da Dio e da Roma.

Il tradimento continuo

Come già evidenziato da diversi studi e ricerche tra cui: Generazioni disuguali, Il Divario generazionale tra conflitti e solidarietà, e Generazioni a confronto, in questi ultimi anni le disuguaglianze intergenerazionali sono andate aumentando nell’indifferenza più o meno totale della classe politica.
Il divario economico tra vecchi e giovani si allarga sempre più ed sempre più difficile, per i giovani italiani, trovare stabilità e accedere a quelle sicurezze lavorative e abitative che hanno sostenuto le generazioni precedenti e che permettono di fare figli.

Di seguito pubblico l’articolo Così Matteo ha rottamato i millennials di Samuele Cafasso del 7.07.2017 via Pagina99.

Sapete perché i millennials non votano il Pd? Perché non gli conviene. A chi ha meno di 35 anni non interessa molto il salvataggio delle banche venete o l’abolizione delle tasse sulla casa, perché una casa non ce l’ha e risparmi in bond nemmeno. Eppure il governo ha speso molti soldi per questo. Ha investito anche contro la disoccupazione giovanile e la lotta alla povertà, ma non abbastanza da invertire una consolidata tendenza alla crescita del divario tra vecchi e giovani.

L’analisi del voto con il portafogli – andando cioè a vedere concretamente i beneficiari dei singoli provvedimenti adottati dal governo – è pratica poco frequentata in Italia, ma sul tema delle fasce d’età spiega molto.

«Nel primo anno e mezzo di governo Renzi», sostiene l’economista Massimo Baldini, «c’è stato su diversi fronti uno sforzo concreto, con misure pensate per tutti ma che potevano avvantaggiare i giovani: dagli sgravi sul lavoro (Ires e Irap) agli 80 euro. Poi però c’è stato un cambio di rotta, prima con l’abolizione della tassa sulla prima casa e soprattutto con la manovra del 2016 che rispondeva al pressing dei sindacati in tema di pensioni».

I veri rottamati di questi anni sono i millennials. Su lavoro, welfare, politiche per la casa, liberalizzazioni, banche e risparmio il governo Renzi prima e quello Gentiloni dopo hanno finito per favorire i più anziani, che sono poi la loro base elettorale.

Si potrebbe obiettare che non sarebbe diverso con altre maggioranze, osservazione corretta per motivi anagrafici. Nel nostro Paese i potenziali elettori sotto i 35 anni sono 11 milioni e 113 mila, meno di quelli sopra i 65 anni: 12 milioni e 643 mila. Molto meno, soprattutto, di quanti si trovano nella fascia tra i 35 e i 65 anni: 26 milioni e 275 mila. La classe 1965 (che oggi ha 52 anni) è composta da oltre un milione di persone. La classe 1998 – i 18enni – 575 mila, quasi la metà.

Lavoro? Per gli over 35

Jobs Act e decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato sono state le due grandi armi scelte dal governo Renzi per favorire la stabilizzazione dei più giovani. Ha funzionato? No, tant’è che adesso si parla di nuove misure per le fasce d’età più basse.

I dati Inps ci dicono che nel 2015, grazie alla decontribuzione offerta dal governo per tre anni, le assunzioni a tempo indeterminato sono balzate a 2,02 milioni (erano 1,3 milioni nel 2013), contro 3,4 a termine (erano 3,19). L’anno dopo, però, con la riduzione della quota di decontribuzione, i tempi indeterminati sono crollati a 1,26 milioni, contro 3,73 milioni di assunzioni a termine e 237 mila apprendistati. Rispetto al 2013 la situazione è peggiorata: i tempi determinati sono più numerosi e alla fine si approda a un contratto meno tutelato. Questo per effetto del decreto Poletti del 2014 che, smentendo la ratio della riforma che prevedeva un contratto unico, rende possibile il contratto a tempo determinato con un massimo di cinque rinnovi in tre anni.

Andiamo ora a vedere chi ha usufruito della decontribuzione che ha fatto esplodere in Italia la spesa per gli incentivi al lavoro: 5,1 miliardi nel 2015, 8,4 nel 2016, 10,4 preventivati nel 2017 (dati centro studi Uil). Nel 2015 gli incentivi all’occupazione a tempo indeterminato hanno riguardato 668 mila lavoratori sopra i 30, 265 mila sotto i 30. Nel 2016 siamo a 284 mila contro 129 mila. In entrambi i casi agli under 30 sono andati meno di un terzo degli aiuti.

Gugliemo Loy, Uil: «A parte Garanzia giovani (programma europeo, ndr) che ha fatto molto movimento e relativa sostanza, tutti gli altri interventi sono o esplicitamente per gli anziani, come l’Ape, o intergenerazionali. Ma quando si trattava di assumere, le imprese hanno optato prevalentemente per chi ha più esperienza: una misura universale quale la decontribuzione ha così favorito gli over 30. Servirebbero invece interventi selettivi». Il governo ha annunciato di voler introdurre una “dote contributiva” di tre anni per ogni ragazzo e ragazza sotto i 35 anni che si affaccia sul mercato del lavoro. Costo stimato: un miliardo. Cifre basse rispetto a quanto speso finora, ma consentirebbero ai più giovani di usufruire di un reale vantaggio competitivo.

Poco welfare per i giovani

A fine 2014 veniva nominato presidente dell’Inps l’economista Tito Boeri, sostenitore del contratto a tutele crescenti e della necessità di un riequilibrio del welfare a favore dei giovani. Un’ottima notizia per i millennials, non fosse che da allora il presidente dell’Inps e il governo hanno ingaggiato una costante battaglia che è specchio della contraddittorietà delle politiche di welfare degli ultimi anni. Il governo Renzi ha esordito con gli 80 euro a favore dei redditi più bassi (valgono 9,5 miliardi l’anno): nel primo anno i beneficiari sono stati per il 37,5% gli under 35 e per una misura analoga quelli tra 35 e 44 anni. Ma la misura era tagliata sui lavoratori dipendenti, categoria da cui molti giovani sono esclusi. A favore del governo Renzi va l’introduzione della Naspi, indennità di disoccupazione che ha allargato la rete protettiva prima molto ridotta, mentre con il governo Gentiloni è arrivato il reddito di inclusione (due miliardi l’anno), sostegno contro la povertà che nella sua universalità favorisce i giovani fino a oggi esclusi da ogni protezione.

Ma il lavoro di riequilibrio del welfare si è bloccato a pochi mesi dal referendum costituzionale, quando il governo ha approvato una sventagliata di misure per gli anziani che, forse, non sono estranee alla decisione del sindacato pensionati, unico caso dentro la Cgil, di fare campagna per il sì.

L’aumento delle pensioni più basse (quattordicesima e altre misure) è stato giustificato come una misura per la lotta alla povertà, problema reale ma che va affrontato su tutte le fasce d’età (vedi grafico in pagina). È stata poi introdotto la Ape sociale e per i lavoratori precoci, che permette di mitigare gli effetti più duri dell’aumento dell’età pensionabile dovuti alla riforma Fornero per i nati tra il 1951 e il 1953. Si è detto che è anche un modo di “liberare” posti di lavoro per i più giovani. Possibile. Tuttavia, il risultato è quello denunciato dal presidente dell’Inps Tito Boeri con le tabelle riprodotte qui in pagina: il welfare italiano, anche escludendo le pensioni previdenziali, è un welfare che stanzia il 9% delle risorse per chi ha meno di 30 anni, percentuale che sale al 26% per chi ne ha meno di 40. Tutto il resto va ai più anziani mentre la sostenibilità del sistema pensionistico è tutta da dimostrare nel lungo periodo. In questo quadro, l’assegno da 500 euro per i nuovi diciottenni e il bonus bebè da 800 euro sono derubricabili come misure una tantum un po’ populiste, ma che costano poco (insieme, circa 650 mila euro l’anno).

Chi paga le tasse sulle case?

In Italia oltre sette persone su dieci possiedono la casa in cui abitano. Ovvio, così, che l’abolizione totale della tassa sulla prima casa annunciata nell’estate del 2015 sia particolarmente popolare. «Con me il Pd non è più il partito delle tasse», ha rivendicato Renzi, ingaggiando una strenua battaglia contro «gli euroburocrati» che gli chiedevano di usare altrimenti le risorse, ad esempio per ridurre il costo del lavoro. Stiamo parlando di molti soldi: tra i 3 e i 4 miliardi di euro l’anno. Chi ne beneficia? L’ultima indagine del 2015 di Banca d’Italia dice che sono proprietarie di casa il 75,6% delle famiglie il cui capofamiglia ha più di 64 anni, e poi, a scendere, il 44,7% di chi ne ha meno di 34. Attenzione, però: stiamo parlando di chi è riuscito a uscire di casa e farsi una famiglia, che nel caso degli under 30 sono solo tre persone su dieci. Altro dato interessante: l’Italia è uno dei Paesi dove l’affitto costa di più: è pari al 31,9% del reddito medio contro una media Ue del 27%. Di intervenire su questo, però, si è parlato pochissimo. Di aiuti agli studenti fuori sede non si parla. (…)

Anziani, banche e patrimoni

In Europa l’Italia si contraddistingue per avere patrimoni privati alti (170 mila euro di media per singolo componente di nucleo familiare, dati Credit Suisse), un enorme debito pubblico (sopra il 130% del Pil) e redditi bassi. Questo è già di base una condizione molto sfavorevole ai più giovani, essendo i patrimoni privati naturalmente concentrati sulle fasce di popolazione più anziana mentre il debito pubblico è spalmato su tutti. Secondo l’ultima indagine Bankitalia, circa il 20% del patrimonio privato è in mano agli under 40, tutto il resto è dei più anziani.

Il governo Renzi, appena nominato, ha alzato la tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 26% diminuendo contemporaneamente le tasse sul lavoro: in quel caso furono avvantaggiati i più giovani. Sui titoli di Stato, però, rimane la tassazione privilegiata al 12,5%. Ma è soprattutto con i salvataggi bancari – Mps, istituti toscani prima e veneti dopo – che il governo ha preso misure esplicitamente rivolte a chi aveva depositi e bond subordinati, utilizzando soldi di tutta la collettività. Escludendo le garanzie statali, lo Stato ha sborsato circa 5 miliardi per le banche venete, 6,6 per Mps, un centinaio di milioni per “coprire” alcune categorie di risparmiatori delle banche toscane. Sono soldi che in parte potrebbero rientrare, a cui però vanno aggiunte 20 miliardi di euro di garanzie sui crediti. Una spesa notevole che, pur deliberata in un momento emergenziale, è rivolta comunque a categorie mediamente più anziane (e benestanti) della media.

[Renxit: perché (non) votare PD (per ora) di Alberto Bagnai del 18.06.2016]

Spunti per un nuovo patto generazionale ve ne sono in giro? Boh.

Miracoli

Di seguito pubblico la poesia Miracles di Walt Whitman e la sua traduzione in italiano.

Why, who makes much of a miracle?
As to me, I know of nothing else but miracles,
Whether I walk the streets of Manhattan,
Or dart my sight over the roofs of houses toward the sky,
Or wade with naked feet along the beach just in the edge of the water,
Or stand under trees in the woods,
Or talk by day with anyone I love, or sleep in the bed at night with anyone I love,
Or sit at table at dinner with the rest,
Or look at strangers opposite me riding in the car,
Or watch honeybees busy around the hive of a summer forenoon,
Or animals feeding in the fields,
Or birds, or the wonderfulness of insects in the air,
Or the wonderfulness of the sundown, or of stars shining so quiet and bright,
Or the exquisite delicate thin curve of the new moon in spring;
These with the rest, one and all, are to me miracles,
The whole referring, yet each distinct and in its place.

To me every hour of the light and dark is a miracle,
Every cubic inch of space is a miracle,
Every square yard of the surface of the earth is spread with the same,
Every foot of the interior swarms with the same.

To me the sea is a continual miracle,
The fishes that swim–the rocks–the motion of the waves–the ships with the men in them,
What stranger miracles are there?


Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell’acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo, o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d’estate si affaccendano intorno all’alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell’aria,
la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.

E’ un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.

Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde –
le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi?

Millennial Manifesto

Di seguito riporto The Manifesto tratto dalla parte finale del libro di Scott Beale con Abeer B. Abdalla Millennial Manifesto.

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THE MANIFESTO*

We are America’s future. We are a generation ready to take on the world. We believe our parents have failed to take into account the future or our values in today’s politics.

  • We believe in individual responsability; and as individuals we must be able to work with others for a common good.
  • We believe that community service is an important form of youth activism, but that politics, business, and faith are still necessary to improve our country.
  • We believe that every being is affected when the environment is polluted. We demand greater responsability from corporations, communities, the government, and individuals for addressing environmental problems. Environmental protection should neither be a hobby of the wealthy nor a burden of the poor; it is a global problem that we all must address.
  • Respect for human rights for all people is essential to the strength of any society, including a global one.
  • We are a generation tha sees the positive potential of internationalism – the exchange of people cultures, and economic ties that bind countries.
  • We also see the potential pitfalls of globalization if supranational companies, governments and organizations are not held accountable for maintening environmental protection, upholding labor standards, or addressing local needs.
  • Our generation has strong faith and religion is important to us. This spiritual base is at the root of much of our activism. We believe the war on drugs, the war war on crime, and current gun policies need to be re-examined and modified with new voice.
  • During our lifetimes, crime has dropped and yet the prison industrial complex has grown.
  • We demand urgent action address growing inequality. The psychological, physical, and political implications of economic inequality are not given their due attention.
  • Our most important political priority is education. As the sum total of all school age children in America, we see how some schools are failing and the cost of heigher education is rising. Education must be locally administered but federally supported.
  • We believe that racism and discrimination still exist in our country and must be ended before they tear apart the unity of our nation. Our generation will end racism.
  • Voting is important to us. Many in our generation are fighting to lower voting age. In fact, there is a new civil rights movement in our generation for youth rights. We do not believe that is acceptable to discriminate against people for any reason, including age.
  • We also value human life. A majority of us think both the death penalty and abortion should be legal and more rare.
  • We believe in liberty. The government has an important, but limited, role to play in society.
  • We are concerned about terrorism and the expanding wars overseas. The defense of our country is paramount to us, but so too are the values that make our country great. We are not a monolithic block, but we all agree that there are many things wrong with this world and we all have a responsability to stand un and fight for a better tomorrow.

*Quotes from this document come from the 2001 Century Institute’s Sagner Fellows as well as official youth statements of dozens of non-partisan conferences.

La piccina dei fiammiferi

Più conosciuta come La piccola fiammiferaia, di seguito pubblico La piccina dei fiammiferi di Hans Christian Andersen tratta da “Tutte le fiabe (eNewton Classici)”

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Faceva un freddo terribile, nevicava e calava la sera – l’ultima sera dell’anno, per l’appunto, la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quel buio, una povera bambinetta girava per le vie, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand’era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le eran servite? Erano grandi grandi – prima erano appartenute a sua madre, – e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per scansare due carrozze, che s’incrociavano con tanta furia… Una non s’era più trovata, e l’altra se l’era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo.

E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina… I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero a riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d’arrosto; era la vigilia del capo d’anno: a questo ella pensava.

Nell’angolo formato da due case, di cui l’una sporgeva innanzi sulla strada, sedette, abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre più ma la bimba non osava tornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l’avrebbe certo picchiata; e del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci. Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita… Ne cavò uno, e trracc! Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando ella la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d’essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene!… La piccina allungava giù le gambe, per riscaldare anche quelle… ma la fiamma si spense, la stufa scomparve –, ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani.

Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò, e il muro, nel punto in cui batteva la luce, divenne trasparente come un velo. La bambina vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata, con una bella tovaglia, d’una bianchezza abbagliante, e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l’oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l’oca stessa balzò fuor del piatto, e, col trinciante ed il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina… Ma il fiammifero si spense, e non vide più che il muro opaco e freddo.

La piccolina accese un terzo fiammifero. E si trovò sotto ad un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, attraverso i vetri dell’uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle mostre dei negozi, guardavano la piccina. Ella tese le mani… e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto; ed ella si avvide allora ch’erano le stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo.

«Qualcuno muore!» disse la piccola, perché la sua vecchia nonna (l’unica persona al mondo che l’avesse trattata amorevolmente, – ma ora anch’essa era morta), la sua vecchia nonna le aveva detto:
«Quando una stella cade, un’anima sale a Dio». Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all’intorno ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona…
«Oh, nonna!» gridò la piccolina: «Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l’arrosto fumante, e il grande albero di Natale!».

Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era mai stata così bella, così grande… Ella prese la bambina tra le braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c’è più fame, né freddo, né angustia, – e giunsero presso Dio.

Ma nell’angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotine rosse ed il sorriso sulle labbra, morta assiderata nell’ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell’anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso là, con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata.

«Ha cercato di scaldarsi…» dissero.

Ma nessuno seppe tutte le belle cose che ella aveva veduto; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna; nella gioia della nuova Alba.”