Come mai

(…) I figli degli operai
I figli dei bottegai
I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai
Come mai come mai
Che cazzo di animali in questi giorni miei (…) 

“Tutti giù per terra” CSI

Di seguito il primo paragrafo del libro Tutti giù per terra (1994) di Giuseppe Culicchia. Sotto l’ultima parte dell’omonimo film con la canzone omonima dei CSI.

(…) Hungry darkness of living
Who will thirst in the pit?
She spent a lifetime deciding
How to run from it (…)
Ghetto defendant, The Clash, 1982

Risultati immagini per tutti giù per terra libro1.
Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. Le stesse vetrine. Le stesse facce. I commessi guardavano fuori dai negozi come gli animali allo zoo guardavano i turisti. Rispetto a loro mi sentivo in libertà. Ma ero libero di non far niente.
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. La suola del mio unico paio di scarpe si era tutta consumata. Mi sforzavo di camminare appoggiando il meno possibile il piede sulla strada ma riuscivo soltanto a saltellare. Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Non volevo rinchiudermi in una gabbia. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo a cui aggrapparmi. Senza più nulla vedere. […]


(…) Come non sapere come non farsi fregare
Come non potere avere niente da imparare
Come non voler sentire quello che hai da dire
Come non trovare mai la forza d’affiorare
I figli degli operai
I figli dei bottegai
I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai
Come mai come mai
Come mai
Troppi motivi non esistono
Troppi colori si confondono
Come nei film
Come nei film
I figli degli operai
I figli dei bottegai
I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai
Come mai come mai
Che cazzo di animali in questi giorni miei
Come mai come mai (…)
“Tutti giù per terra”, CSI

Il tradimento continuo

Come già evidenziato da diversi studi e ricerche tra cui: Generazioni disuguali, Il Divario generazionale tra conflitti e solidarietà, e Generazioni a confronto, in questi ultimi anni le disuguaglianze intergenerazionali sono andate aumentando nell’indifferenza più o meno totale della classe politica.
Il divario economico tra vecchi e giovani si allarga sempre più ed sempre più difficile, per i giovani italiani, trovare stabilità e accedere a quelle sicurezze lavorative e abitative che hanno sostenuto le generazioni precedenti e che permettono di fare figli.

Di seguito pubblico l’articolo Così Matteo ha rottamato i millennials di Samuele Cafasso del 7.07.2017 via Pagina99.

Sapete perché i millennials non votano il Pd? Perché non gli conviene. A chi ha meno di 35 anni non interessa molto il salvataggio delle banche venete o l’abolizione delle tasse sulla casa, perché una casa non ce l’ha e risparmi in bond nemmeno. Eppure il governo ha speso molti soldi per questo. Ha investito anche contro la disoccupazione giovanile e la lotta alla povertà, ma non abbastanza da invertire una consolidata tendenza alla crescita del divario tra vecchi e giovani.

L’analisi del voto con il portafogli – andando cioè a vedere concretamente i beneficiari dei singoli provvedimenti adottati dal governo – è pratica poco frequentata in Italia, ma sul tema delle fasce d’età spiega molto.

«Nel primo anno e mezzo di governo Renzi», sostiene l’economista Massimo Baldini, «c’è stato su diversi fronti uno sforzo concreto, con misure pensate per tutti ma che potevano avvantaggiare i giovani: dagli sgravi sul lavoro (Ires e Irap) agli 80 euro. Poi però c’è stato un cambio di rotta, prima con l’abolizione della tassa sulla prima casa e soprattutto con la manovra del 2016 che rispondeva al pressing dei sindacati in tema di pensioni».

I veri rottamati di questi anni sono i millennials. Su lavoro, welfare, politiche per la casa, liberalizzazioni, banche e risparmio il governo Renzi prima e quello Gentiloni dopo hanno finito per favorire i più anziani, che sono poi la loro base elettorale.

Si potrebbe obiettare che non sarebbe diverso con altre maggioranze, osservazione corretta per motivi anagrafici. Nel nostro Paese i potenziali elettori sotto i 35 anni sono 11 milioni e 113 mila, meno di quelli sopra i 65 anni: 12 milioni e 643 mila. Molto meno, soprattutto, di quanti si trovano nella fascia tra i 35 e i 65 anni: 26 milioni e 275 mila. La classe 1965 (che oggi ha 52 anni) è composta da oltre un milione di persone. La classe 1998 – i 18enni – 575 mila, quasi la metà.

Lavoro? Per gli over 35

Jobs Act e decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato sono state le due grandi armi scelte dal governo Renzi per favorire la stabilizzazione dei più giovani. Ha funzionato? No, tant’è che adesso si parla di nuove misure per le fasce d’età più basse.

I dati Inps ci dicono che nel 2015, grazie alla decontribuzione offerta dal governo per tre anni, le assunzioni a tempo indeterminato sono balzate a 2,02 milioni (erano 1,3 milioni nel 2013), contro 3,4 a termine (erano 3,19). L’anno dopo, però, con la riduzione della quota di decontribuzione, i tempi indeterminati sono crollati a 1,26 milioni, contro 3,73 milioni di assunzioni a termine e 237 mila apprendistati. Rispetto al 2013 la situazione è peggiorata: i tempi determinati sono più numerosi e alla fine si approda a un contratto meno tutelato. Questo per effetto del decreto Poletti del 2014 che, smentendo la ratio della riforma che prevedeva un contratto unico, rende possibile il contratto a tempo determinato con un massimo di cinque rinnovi in tre anni.

Andiamo ora a vedere chi ha usufruito della decontribuzione che ha fatto esplodere in Italia la spesa per gli incentivi al lavoro: 5,1 miliardi nel 2015, 8,4 nel 2016, 10,4 preventivati nel 2017 (dati centro studi Uil). Nel 2015 gli incentivi all’occupazione a tempo indeterminato hanno riguardato 668 mila lavoratori sopra i 30, 265 mila sotto i 30. Nel 2016 siamo a 284 mila contro 129 mila. In entrambi i casi agli under 30 sono andati meno di un terzo degli aiuti.

Gugliemo Loy, Uil: «A parte Garanzia giovani (programma europeo, ndr) che ha fatto molto movimento e relativa sostanza, tutti gli altri interventi sono o esplicitamente per gli anziani, come l’Ape, o intergenerazionali. Ma quando si trattava di assumere, le imprese hanno optato prevalentemente per chi ha più esperienza: una misura universale quale la decontribuzione ha così favorito gli over 30. Servirebbero invece interventi selettivi». Il governo ha annunciato di voler introdurre una “dote contributiva” di tre anni per ogni ragazzo e ragazza sotto i 35 anni che si affaccia sul mercato del lavoro. Costo stimato: un miliardo. Cifre basse rispetto a quanto speso finora, ma consentirebbero ai più giovani di usufruire di un reale vantaggio competitivo.

Poco welfare per i giovani

A fine 2014 veniva nominato presidente dell’Inps l’economista Tito Boeri, sostenitore del contratto a tutele crescenti e della necessità di un riequilibrio del welfare a favore dei giovani. Un’ottima notizia per i millennials, non fosse che da allora il presidente dell’Inps e il governo hanno ingaggiato una costante battaglia che è specchio della contraddittorietà delle politiche di welfare degli ultimi anni. Il governo Renzi ha esordito con gli 80 euro a favore dei redditi più bassi (valgono 9,5 miliardi l’anno): nel primo anno i beneficiari sono stati per il 37,5% gli under 35 e per una misura analoga quelli tra 35 e 44 anni. Ma la misura era tagliata sui lavoratori dipendenti, categoria da cui molti giovani sono esclusi. A favore del governo Renzi va l’introduzione della Naspi, indennità di disoccupazione che ha allargato la rete protettiva prima molto ridotta, mentre con il governo Gentiloni è arrivato il reddito di inclusione (due miliardi l’anno), sostegno contro la povertà che nella sua universalità favorisce i giovani fino a oggi esclusi da ogni protezione.

Ma il lavoro di riequilibrio del welfare si è bloccato a pochi mesi dal referendum costituzionale, quando il governo ha approvato una sventagliata di misure per gli anziani che, forse, non sono estranee alla decisione del sindacato pensionati, unico caso dentro la Cgil, di fare campagna per il sì.

L’aumento delle pensioni più basse (quattordicesima e altre misure) è stato giustificato come una misura per la lotta alla povertà, problema reale ma che va affrontato su tutte le fasce d’età (vedi grafico in pagina). È stata poi introdotto la Ape sociale e per i lavoratori precoci, che permette di mitigare gli effetti più duri dell’aumento dell’età pensionabile dovuti alla riforma Fornero per i nati tra il 1951 e il 1953. Si è detto che è anche un modo di “liberare” posti di lavoro per i più giovani. Possibile. Tuttavia, il risultato è quello denunciato dal presidente dell’Inps Tito Boeri con le tabelle riprodotte qui in pagina: il welfare italiano, anche escludendo le pensioni previdenziali, è un welfare che stanzia il 9% delle risorse per chi ha meno di 30 anni, percentuale che sale al 26% per chi ne ha meno di 40. Tutto il resto va ai più anziani mentre la sostenibilità del sistema pensionistico è tutta da dimostrare nel lungo periodo. In questo quadro, l’assegno da 500 euro per i nuovi diciottenni e il bonus bebè da 800 euro sono derubricabili come misure una tantum un po’ populiste, ma che costano poco (insieme, circa 650 mila euro l’anno).

Chi paga le tasse sulle case?

In Italia oltre sette persone su dieci possiedono la casa in cui abitano. Ovvio, così, che l’abolizione totale della tassa sulla prima casa annunciata nell’estate del 2015 sia particolarmente popolare. «Con me il Pd non è più il partito delle tasse», ha rivendicato Renzi, ingaggiando una strenua battaglia contro «gli euroburocrati» che gli chiedevano di usare altrimenti le risorse, ad esempio per ridurre il costo del lavoro. Stiamo parlando di molti soldi: tra i 3 e i 4 miliardi di euro l’anno. Chi ne beneficia? L’ultima indagine del 2015 di Banca d’Italia dice che sono proprietarie di casa il 75,6% delle famiglie il cui capofamiglia ha più di 64 anni, e poi, a scendere, il 44,7% di chi ne ha meno di 34. Attenzione, però: stiamo parlando di chi è riuscito a uscire di casa e farsi una famiglia, che nel caso degli under 30 sono solo tre persone su dieci. Altro dato interessante: l’Italia è uno dei Paesi dove l’affitto costa di più: è pari al 31,9% del reddito medio contro una media Ue del 27%. Di intervenire su questo, però, si è parlato pochissimo. Di aiuti agli studenti fuori sede non si parla. (…)

Anziani, banche e patrimoni

In Europa l’Italia si contraddistingue per avere patrimoni privati alti (170 mila euro di media per singolo componente di nucleo familiare, dati Credit Suisse), un enorme debito pubblico (sopra il 130% del Pil) e redditi bassi. Questo è già di base una condizione molto sfavorevole ai più giovani, essendo i patrimoni privati naturalmente concentrati sulle fasce di popolazione più anziana mentre il debito pubblico è spalmato su tutti. Secondo l’ultima indagine Bankitalia, circa il 20% del patrimonio privato è in mano agli under 40, tutto il resto è dei più anziani.

Il governo Renzi, appena nominato, ha alzato la tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 26% diminuendo contemporaneamente le tasse sul lavoro: in quel caso furono avvantaggiati i più giovani. Sui titoli di Stato, però, rimane la tassazione privilegiata al 12,5%. Ma è soprattutto con i salvataggi bancari – Mps, istituti toscani prima e veneti dopo – che il governo ha preso misure esplicitamente rivolte a chi aveva depositi e bond subordinati, utilizzando soldi di tutta la collettività. Escludendo le garanzie statali, lo Stato ha sborsato circa 5 miliardi per le banche venete, 6,6 per Mps, un centinaio di milioni per “coprire” alcune categorie di risparmiatori delle banche toscane. Sono soldi che in parte potrebbero rientrare, a cui però vanno aggiunte 20 miliardi di euro di garanzie sui crediti. Una spesa notevole che, pur deliberata in un momento emergenziale, è rivolta comunque a categorie mediamente più anziane (e benestanti) della media.

[Renxit: perché (non) votare PD (per ora) di Alberto Bagnai del 18.06.2016]

Spunti per un nuovo patto generazionale ve ne sono in giro? Boh.

Una generazione “a galla”

Dall’Australia, un nuovo report uscito nel mese di settembre ci racconta come anche lì i giovani non se la passino proprio bene: il tradizionale percorso verso l’età adulta sembra non esistere più e farsi una carriera, comprarsi una casa, sposarsi e poi finalmente “sistemarsi” per molti non sembrano più essere degli obiettivi realistici.

#stefanobosso ph., West-Flanders skies and fields and feet, 2016

#stefanobosso ph., West-Flanders skies and fields and feet, 2016


Il report in questione è Gen Y on Gen Y , (parte del programma Life Patterns program, dell’Università di Melbourne) che ha tracciato la vita di circa 515 membri della Generazione Y, ora dell’età di 28-29, da quando erano undicenni (nel 2005). In questo report viene documentata la transizione di questi giovani verso l’età adulta grazie a delle interviste in focus group, nelle quali sono state poste una serie di domande su svariati temi tra cui: l’educazione e il lavoro, le loro relazioni, il loro benessere, le loro speranze, i loro piani per il futuro, le strategie da intraprendere per migliorare la propria vita. 

Quello che emerge è la storia di una generazione stretched and stressed” che cerca in qualche modo di rimanere a galla. Una generazione che, nello sforzo di assicurarsi delle entrate per lo più modeste, si possa permettere un minimo di sicurezza lavorativa ed abitativa, un equilibrio tra lavoro e vita privata, delle relazioni sociali positive e una salute mentale e fisica.

Lì, come da noi, il problema più grande è determinato dalla precarietà lavorativa, fatta di contratti a termine e di lavori ad intermittenza. Questa precarietà, sempre più esistenziale e cronica, sta erodendo la capacità di un’intera generazione di “andare oltre” con la propria vita e di entrare definitivamente nella fase adulta, con possibilità di progetti di vita a medio-lungo termine. Al momento infatti, preoccupazioni e stress maggiori sono causati dal trovare case a prezzi abbordabili e dal ripagare i debiti fatti durante gli anni di studio

Come ci dice il report, la generazione Y sta focalizzando le proprie energie su strategie volte alla gestione del cambiamento degli obiettivi di vita. C’è un emergente consapevolezza che il futuro (seppur modesto) da loro immaginato si stia “allontanando nel tempo” e che non sia più alla loro portata. Obiettivi base – avere un lavoro sicuro che permetta di guadagnare il necessario per vivere una vita dignitosa, comprare una casa e impegnarsi in una relazione stabili – e che erano dati per scontati per le precedenti generazioni oggi sembrano più difficili da raggiungere. Non si parla neanche più di mutuo o pensione futura, ma di sopravvivenza base. Ad esempio, uno degli intervistati dice: I’ve only just started full-time work again this year . . . I have no aspiration to really get a house any time soon, because I know that it’s so unattainable at this point.” Un altro dice: “I feel like a lot of us – looking at my friends and stuff – and even my brothers and sisters, we’re all sort of the same age – but all of us are just kind of – we’re just staying afloat.

L’effetto cumulativo di queste condizioni ha fatto sì che la generazione Y abbia perso un percorso di vita sicuro e che sia in balia di forze economiche sulle quali nessuno ha più controllo.
Nonostante questa generazione abbia fatto tutte le cose “giuste” (investire nell’educazione ed essere umili e flessibili riguardo le condizioni lavorative), è stata schiacciata dalle riforme lavorative, dalle politiche abitative e dai processi globali che ne hanno minato la valenza e la legittimità per andare avanti.

Per molti, quindi “rimanere a galla” è diventato il più ragionevole degli obiettivi di vita.

Similmente a quella italiana, questa generazione di giovani australiani vive con un senso pervasivo di stress e pressioni, per far fronte all’imprevedibilità futura delle entrate economiche personali, e per cercare di mantenere quanto più possibile gli standard di vita che la generazione dei genitori aveva raggiunto e i cui figli avevano beneficiato.
Rimane un forte senso di disgiunzione tra le “promesse” di gratificazioni che sarebbero dovute venire dopo gli investimenti negli studi e l’effettiva realtà lavorativa. 
Fondamentale risulta il supporto, i consigli e le conferme dati da famiglia, partner ed amici per limitare quanto più lo stress e per affrontare i momenti più difficili.

Una buona sintesi del report è data nell’articolo A generation dislodged: why things are tough for Gen Y  di J. Wyn e H. Cahill dell’Università di Melbourne.

Una generazione di cercatori? Con quali speranze?

Risultati immagini per donati colozzi giovani e generazioniEsattamente 20 anni fa (1997) usciva il libro Giovani e generazioni a cura di Pierpaolo Donati e Ivo Colozzi. Come sostenevano gli autori nell’introduzione, “a partire dagli ’60, il tema dei giovani è senza dubbio cresciuto di importanza e non cessa di interrogare la nostra società”. La novità di questo libro è stata quella di sopperire alla mancanza “di un’analisi della condizione giovanile nel contesto delle generazioni compresenti”. I giovani infatti “non sono quasi mai definiti “relazionalmente”, ossia in quanto vengano osservati e compresi per il modo in cui essi si rapportano alle altre generazioni (più grandi e più piccole) temporalmente compresenti. (..) I giovani sono un pianeta di generazioni con-fusive tra loro, con confini sempre più labili e aperti verso le generazioni più adulte. Nello stesso tempo, essi sono distinguibili in gruppi molto eterogenei, che si costituiscono sulla base di fattori socioculturali discriminanti. Tra questi fattori quello più importante è senza dubbio il fattore religioso. Per dirla in breve: quanto più forte è il senso della religiositià nei giovani, tanto più c’è per essi speranza e futuro (..).” 

Le analisi della ricerca toccano i vari aspetti del mondo giovanile di allora: le dinamiche di socializzazione familiare, il coinvolgimento nelle reti primarie e secondarie di vita, le esperienze scolastiche e i problemi di inserimento nel mondo del lavoro, i loro valori e dinamiche culturali, la religiosità dei giovani, per finire su come i giovani usino i tempi di vita quotidiana e definiscano i loro progetti per il futuro. L’obiettivo generale dell’indagine è quello di comprendere quali percorsi di vita conducano i giovani a sentirsi più o meno “generazione”, nel duplice senso di sentirsi generati e sentirsi capaci di generare il loro futuro.

Sebbene siano passati tutti questi anni e quindi i dati e le statistiche possano essere cambiate, il libro offre ancora diverse interessanti riflessioni sulla condizione ed il tempo giovanile, nonché sul significato di essere e sentirsi “generazione”. Di seguito riporto il paragrafo conclusivo del libro “Una generazione di cercatori? Con quali speranze?” che a tutt’oggi aspetta risposte.

5.1 All’inizio ci eravamo posti alcuni interrogativi ai quali, per terminare, vorremmo rispondere molto sinteticamente.
Come vivono i giovani il loro tempo, sia quello quotidiano sia quello della propria epoca storica? Perché è venuta meno la memoria storica? Perché manca la progettualità? Come si vivono i gioani in quanto generazione storica?
In linea generale, abbiamo visto come i giovani non percepiscano più il tempo così come lo sentivano le generazioni più anziane, ossia come un’esigenza di sacrificio e progetto, Già i loro genitori hanno perso molto di quel significato, tramandato fino a loro dalla religione come un tempo di prova e di messa a frutto dei talenti di ciascuno. Era, quella, la concezione del tempo come un’opportunità data per “vivere bene” (“tempus breve est”), nel senso di “metterlo a frutto” nella speranza di una salvezza ultraterrena. La memoria storica è stata dispersa e quasi annullata dalle dinamiche di una società della pura comunicazione che si regge sulle immagini del presente. La famiglia fa molta fatica a ri-rappresentare le memorie del passato. Le ha consegnate alla scuola, la quale si trova ora in grandi difficoltà a far fronte a questo compito. La progettualità giovanile manca semplicemente perché non è più richiesta da questo tipo di società, e in concreto da questo mondo adulto, s’intende così come lo percepiscono i giovani. È logico, quindi, che i giovani tendano a viversi come una generazione priva di dimensione storica, o la cui storia sarà fatta da un futuro che essi sentono di non potere né prevedere né tanto meno progettare. Se il futuro non può nemmeno cominciare, come dice Luhmann [1984, trad. it. 1990] che senso ha crescere? Perché un giovane dovrebbe crescere? Evidentemente, crescere ha senso dove ci sono delle scelte da fare, per quanto le scelte possano essere accettate o respinte.
Il malessere giovanile sta precisamente qui. Ma non tutti i giovani, come abbiamo visto, ne restano preda. Per ora, la maggior parte di essi riesce ancora a sfuggire alle contraddizioni e ai rischi lacerante in cui sono immersi. Buona parte dei giovani vive il tempo con volontà autonoma e capacità di scelta (gli “impegnati”, pari al 28,1%), altri vivono il tempo come conformità ai programmi del loro ambiente sociale (i “programmati”, pari al 30,6%) alcuni sono già entrati in un tempo vincolato da ruoli istituzionali di famiglia e di lavoro (gli “strutturati istituzionali”, pari al 20,8%), e altri ancora hanno totamlente perso una nozione e un uso valoriale del tempo (i “destrutturati”, pari al 20,6).
Ma fino a quando la maggior parte dei giovani riuscirà a vivere il proprio tempo (il tempo sociale dell’esistenza quotidiana) come significativo e progettuale? La modesta risposta che ci sentiamo di dare è: fino a quando riuscirà a persistere e rigenerarsi il senso della generazionalità, così come lo abbiamo definito in questa ricerca.

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Le lauree più richieste nel mondo del lavoro

In questo periodo estivo, se per molti giovani è il tempo del riposo, della ricarica e dello stacco dal lavoro, per tanti altri che invece hanno appena terminato le scuole superiori è il tempo delle scelte.

Continuare a studiare o fermarsi e cercare subito un lavoro? E se si decidesse di continuare, quale facoltà scegliere? Rimanere in Italia o andare all’estero?

Col senno di poi, il mio modesto suggerimento (se si hanno le possibilità economiche) è quello di andare a studiare all’estero, che poi per tornare c’è sempre tempo. Più difficile è il contrario, ossia studiare qui prima e poi andare a cercare lavoro all’estero, a meno che non si sia già dei professionisti qui con un’ottima padronanza della lingua del posto prescelto.

Fondamentale è in questo periodo cercare di fare più chiarezza possibile su quelle che sono le nostre passioni, attitudini ed abilità, senza dimenticarci di quali siano le richieste del mercato lavorativo.

Quali sono quindi le lauree più richieste?

Qualche indagine ci può venire in aiuto. Studenti.it riprendendo i dati dell’ultimo rapporto di Almalaurea osserva che le migliori percentuali statistiche di occupazione le ottengono gli studenti delle Facoltà delle Professioni sanitarie, (Medicina, Scienze infermieristiche e tutte le altre tecnico-sanitarie) seguite poi da Ingegneria, Scienze statistiche ed Economia.
In questo periodo particolare, da quanto emerge dall’analisi del sistema informativo Excelsior sulle previsioni di assunzione delle imprese private dell’industria e dei servizi tra luglio e settembre di quest’anno, i laureati più “rari” da procurarsi sul mercato (secondo le aspettative delle aziende) sono quelli nelle discipline linguistiche (interpreti e traduttori), (69,9%) seguiti da: ingegneri elettronici (58,7%) e ingegneri industriali (50,2%), matematici e fisici (40,9%).
Per i diplomati invece sono faticose 2 ricerche su 5 rivolte all’indirizzo in produzione industriale e artigianale e in informatica e telecomunicazioni (45,1%), seguiti poi dai profili tecnici diplomati in costruzioni, ambiente e territorio (34,0%), quelli in meccanica (29,6%) e quelli in elettronica ed elettrotecnica (30,6%).
Nel medio-lungo termine invece, vista la velocità dei cambiamenti socio-economici-lavorativi, per far fronte alle professioni del futuro, c’è chi pensa che la facoltà migliore sia quella di Filosofia.

L’articolo Data scientist o saldatore? La nuova geografia dei mestieri di qualche mese fa di pagina99 provava a fare il punto su quali siano le professioni più richieste nel mercato italiano del lavoro. Ne riporto un estratto.

(..) In pochi campi come il lavoro (che non c’è) le agenzie di stampa battono ogni giorno dichiarazioni in libera uscita di politici, ministri e opinionisti a vario titolo: dai giovani “choosy” – disoccupati perché schizzinosi – alle giaculatorie sui guasti di un’università che sforna laureati nelle discipline sempre sbagliate, il ventaglio di giustificazioni portate a spiegazione di una disoccupazione giovanile che, pur in calo, resta sopra il 35%, sono molte. Non sempre, però, queste sono aderenti ai dati e alle ricerche che disegnano in realtà un quadro abbastanza chiaro.

Su cosa bisogna puntare

Incrociando i dati Excelsior delle Camere di commercio, lo “Skills Panorama” promosso dall’istituto europeo Cedefop e altri dati risulta evidente che l’Italia è un Paese che richiede una percentuale preponderante di lavoro non qualificato, ma che già oggi e sempre più nei prossimi anni offrirà buone opportunità per chi sceglie di laurearsi in ingegneria e nelle discipline scientifiche, soprattutto matematica, statistica e informatica. C’è posto anche per i vituperati laureati in scienze della comunicazione e affini, a patto che abbiano una formazione molto orientata ai nuovi media, mentre per chi non si vuole laureare, la strada migliore è quella delle discipline tecniche. Si tornerà, inoltre, a fare gli operai, ma operai altamente specializzati. Detto in parole spicce: in un Paese di cuochi e camerieri, sarà l’industria 4.0 (nuovi materiali, uso massiccio di connessioni wireless e data analysis, macchine intelligenti) l’ancora di salvezza per chi cerca un lavoro ben qualificato, sia ai livelli molto alti che a quelli più esecutivi.

Le specializzazioni più richieste

Se guardiamo all’ultimo bollettino Excelsior disponibile e che riguarda le assunzioni previste nel primo trimestre 2017, la professione dove un maggior numero di imprese (56,2%) dichiarano difficoltà a trovare addetti (escluso i dirigenti) è quella degli “ingegneri e professioni assimilate” per cui sono previste 3.900 assunzioni. Chi oggi si laurea in una buona università in questo settore ha quindi un posto di lavoro assicurato.

Al Politecnico di Milano le percentuali di occupazione un anno dopo i festeggiamenti per la laurea magistrale in ingegneria superano il 90%. «Abbiamo visto quanto sia cresciuta la percentuale di occupati a un anno. Solo per fare un esempio: per gli ingegneri informatici siamo al 99%, per il campo meccanico poco al di sotto, al 97,8%», spiega il rettore Ferruccio Resta. «Soprattutto le richieste sono per una vasta gamma di competenze nella gestione dei dati. In tutti i settori: dal manifatturiero alle aziende chimiche e meccaniche le domande sono sempre più dirette verso i “data scientist”, in assoluto la figura professionale più richiesta». (..)

Tuttavia è bene sottolineare che l’Italia è un Paese – ancora i dati Excelsior lo dicono – che offre ai laureati un 17% delle nuove assunzioni. Per il 15% serve un titolo di qualifica professionale. Per il 67% restante è sufficiente un diploma, o nemmeno quello. Questo non vuol dire che non convenga laurearsi – i dati mostrano che le occupazioni più richieste sono comunque quelle a più alta qualificazione – ma certo i dati disegnano un Paese caratterizzato da un sistema economico poco orientato all’alta formazione. (..)

Su quest’argomento poi mi è tornato in mente il provocatorio libro del 2008 di Pier Luigi Celli Comandare è fottere, che in un capitolo illustra l’importanza di un buon curriculum e degli studi da fare per trovare lavoro nelle aziende. Riporto l’estratto su quali facoltà secondo l’autore servano maggiormente.

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(..) Il curriculum è sacro, e non mente. Perché non è altro che una radiografia: sintetica, essenziale, brutale persino. Se ci sono della magagne, non sfuggono. Se la struttura “ossea” lascia a desiderare, nessuno si farà illusioni sul vostro rendimento futuro.
E dunque va preparato, cominciando col non trascurare la scelta scolastica.
A proposito della quale, lasciando da parte le ubbie dei parenti e il sentimentalismo adolescenziale che tenderà a enfatizzare gli inutili innamoramenti filosofici o estetici, ricordate che quello che conta è ciò che diranno quelli che vi devono selezionare. Ai quali non importerà nulla dei vostri tormenti esistenziali, non essendo disposti a mettere in conto titubanze, indecisioni, rapporti personali, affetti e cianfrusaglie varie.
La scuola non è una cosa seria per quello che i libri dicono, ma per quanto vi predispone a saper fare quello che i vostri futuri capi vi chiederanno. Innanzitutto, la capacità di adattarsi a obbedire.
Sotto questo profilo Ingegneria ha dei vantaggi.
Obbliga ad un metodo, scarta le strade di dubbia fama, orienta ad avere ragione confidando nella superiore razionalità degli strumenti che si adottano.

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Il discorso ai giovani di Gordon Gekko

A seguito dell’articolo Are Students a Class? – tradotto da Voci dall’Estero – nel quale si parla della condizione giovanile americana, a cui similmente seguirà quella delle prossime generazioni nostrane, mi è tornato in mente un pezzo del film Wall Street – Il denaro non dorme mai in cui Gordon Gekko, invitato a tenere un discorso in una prestigiosa università, mette in guardia i giovani studenti dal futuro che li aspetta.

L’articolo riprende il termineNINJA Generation” usato proprio da Gekko nel film in lingua originale per descrivere la condizione dell’ultima generazione “nella cacca sino alle orecchie”: quella del No Income, No Jobs, No Assets, (nel film in italiano tradotto “la generazione dei 3 Niente”).

Il film di Oliver Stone ci aveva quindi avvisati anzitempo ed oggi come descrive l’articolo in USA: “(..) Gli studenti sono i nuovi NINJA (No Income, No Jobs, No Assets): nessun reddito, nessun lavoro, nessun patrimonio. Ma i loro genitori hanno dei beni, e sono questi ora ad essere portati via, anche i beni dei pensionati. Prima di tutto, il governo ha risorse – il potere di tassare (soprattutto i lavoratori, di questi tempi) e anche qualcosa di  meglio: il potere di  semplicemente stampare moneta (principalmente oggi il Quantitative Easing per cercare di reflazionare i prezzi delle abitazioni, delle azioni e dei titoli). La maggior parte degli studenti spera di diventare indipendente dai propri genitori. Ma, gravati dal debito e dovendo affrontare un mercato del lavoro difficile, vengono lasciati ancor più in condizioni di dipendenza. Ecco perché tanti devono continuare a vivere a casa dei genitori.

Il problema è che, anche se ottengono un lavoro e diventano indipendenti, restano dipendenti dalle banche. E per pagare le banche, devono essere ancor più miserevolmente alle dipendenze dei loro datori di lavoro. (..)”

Il finale del film prova a riabilitare la figura di Gordon Gekko, lasciandoci un bagliore di speranza. Ma sarà davvero così?

Qui l’intero discorso ai giovani di Gordon Gekko

Lavorare manca

Lavorare manca (2014) è un libro di Diego Marani che intreccia brillantemente il racconto autobiografico a considerazioni personali sul mondo del lavoro passato e presente.

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Si parte dalle prime perplessità “perché il lavoro non è mai come ce lo spiegano a scuola, come lo immaginiamo da fuori, non è mai la conquista della libertà ma l’inizio di un’altra cosa, che più propriamente non si chiama neppure lavoro bensì fatica e che fa tutt’uno con la vita. (..)” E poi la maestra che “ci spiegava che tutti devono lavorare, che ogni mestiere anche il più umile, è nobile perché produce qualcosa di buono per tutti, che anche noi avremmo trovato il nostro e che la cosa più giusta da fare alla nostra età di bambini era imparare e studiare le cose che ci piacevano di più, così le avremmo fatte diventare il nostro mestiere e lavorare non ci sarebbe pesato per nulla, anzi sarebbe stata la nostra passione. (..)” E poi via in un fiume di ricordi e amare analisi del presente, passando dal primo lavoro sotto il sole a raccogliere le fragole per mettere da parte dei soldi per una canoa e grazie al quale il protagonista impara cosa vuol dire “avere un padrone e nient’altro che le proprie braccia. Contava poco il cervello, la cultura, la buona educazione, la bellezza, il fine pensiero. Il lavoro era tutto lì: per cavarsela con poco bisognava avere qualcosa di interessante da vendere. Sennò restavano solo le braccia. E guadagnarsi da vivere con quelle era una gran fatica”. Il lavoro dei nonni. L’esperienza inglese a Londra dopo la maturità a fare lo sguattero, il cameriere e il portiere. Gli studi. E finalmente il lavoro da funzionario a Bruxelles come interprete alle Cee. Poi tanto altro ancora, fino al ripresentarsi del problema lavoro, ma stavolta per il figlio. Un libro interessante, piacevole e semplice da leggere dove è facile identificarsi nelle avventure e nelle considerazioni dell’autore.

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Gli effetti “cicatrice” della disoccupazione giovanile

estratti e traduzione dell’articolo Youth unemployment produces multiple scarring effects di Ronald McQuaid del 18 febbraio 2017.

È evidente che la disoccupazione giovanile ha molte conseguenze negative in termini di benessere materiale e mentale. In questo articolo Ronald McQuaid riassume i multipli effetti “cicatrice” della disoccupazione giovanile. L’attuale alto livello di disoccupazione giovanile avrà ripercussioni nella società per decenni, rendendo incredibilmente importanti le risposte politiche del presente.

#stefanobosso, Myanmar kids 2013

#stefanobosso ph, Myanmar, 2013


Secondo numerose ricerche (vedi ad esempio i lavori di Bell & Blanchflower e Strandh e altri), essere disoccupati da giovani conduce ad una maggiore probabilità di presenza di “cicatrici” nel prosieguo della vita in termini di: inferiori retribuzioni successive, maggiore disoccupazione e riduzione delle opportunità nella vita. Ci sono anche prove di maggiori problemi di salute mentale al raggiungimento dei ’40 o ’50 anni. Quindi l’impatto degli alti livelli di disoccupazione giovanile si avvertirà nella società per decenni.

Ci sono molti problemi nell’analizzare nel lungo termine le cause e gli effetti di tali cicatrici e le ragioni per cui esse sembrano interconnesse. Per esempio, il benessere e la salute mentale possono sì influire sui redditi successivi e sulle possibilità di ottenere e mantenere un lavoro, ma sono essi stessi influenzati dalla disoccupazione. Alcuni motivi diffusi e sovrapposti di queste cicatrici comprendono: (1) le risposte del datore di lavoro, (2) le capacità personali, (3) le aspettative, (4) la ricerca del lavoro e (5) l’influenza dei fattori esterni nell’economia e nella società.

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Discorso ai giovani sulla Costituzione di Piero Calamandrei

Il discorso qui riprodotto fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.

L’art. 34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

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E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

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