Il conflitto morbido

(..) Il servizio militare presentava molti tratti tipici del rito di passaggio, come definito dallo schema di Van Gennep di cui abbiamo parlato in precedenza. Sotto l’aspetto formale c’è una separazione con l’uscita dalla casa e l’ingresso in caserma; segue una fase liminale, rappresentata dall’intero periodo di reclutamento; e infine si ha la riaggregazione, con il ritorno a casa in veste di adulti di chi ha superato la prova. Nono a caso il termine dialettale veneto naja, usato per indicare il servizio militare soprattutto tra gli alpini, ha la sua radice nel latino natalia (nascita). L’assolvimento del servizio di leva era inteso come una nuova venuta al mondo, in qualità di uomo. Venuta meno questa istituzione, il cammino tra l’adolescenza e l’età adulta – se si escludono i ceti più bassi presso i quali spesso i ragazzi iniziano a lavorare precocemente – segue un percorso più continuo, senza ostacoli o interruzioni formalizzate.

Un altro momento di passaggio che tradizionalmente determina il distacco dalla famiglia è il matrimonio. Anch’esso però è sempre più ritardato a causa della difficoltà a trovare un impiego. La mancanza di un reddito autonomo sufficiente rende complicato, quando non impossibile, l’accesso ai mutui bancari per l’acquisto di un appartamento. Sono sempre più frequenti i casi in cui i genitori devono garantire per i figli, in quanto percepiscono uno stipendio o una pensione regolari. Tutto questo determina da un lato una prolungata dipendenza dalla famiglia, tanto sul piano economico quanto su quello emotivo-relazionale, che impedisce un vero distacco e anche la possibilità di crescere e maturare nell’affrontare i problemi della vita.

(,,) Il ruolo dei “nonni” nel coadiuvare la vita delle giovani coppie, sopratutto nella gestione dei bambini è ancora forte, e che tale legame contribuisce a mantenere vivo e attivo il rapporto tra generazioni, rallentandone il distacco.

In Italia, tutti i parametri di prossimità tra figli e genitori sono più accentuati: i giovani adulti escono più tardi da casa, quando escono si stabiliscono assai di frequente più vicino ai genitori, a parità di distanza con i genitori vanno molto più spesso a trovarli o ricevono più di frequente la loro visita quotidiana. La prossimità rispetto alle famiglie degli ascendenti è straordinariamente costante nel tempo. Anche nei matrimoni celebrati nell’ultimo trentennio del Novecento, solo il 30% delle nuove coppie si è stabilità a più di un km da almeno un ascendente, mentre quasi una coppia su quattro si è stabilita a meno di un km da entrambi gli ascendenti. In altre parole, in un caso su quattro ci si è sposati fra vicini di casa e si è andati a vivere nello stesso rione (o nello stesso paese) dei genitori di entrambi i coniugi. Questa persistente prossimità fra genitori e figli si traduce anche in scambi molto intensi – di ogni tipo – fra le generazioni.

La famiglia italiana ha quindi risposto alle difficoltà sociali costruendo un ambiente accogliente per i figli. I figli stanno in casa a lungo e ci stanno bene. Come scrive Eugenia Scabini: “Sperimentano in famiglia ampi spazi di libertà e possono avventurarsi a piccoli passi nel mondo adulto senza farsi carico di troppe responsabilità (..). All’incertezza che caratterizza il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, la famiglia e i genitori reagiscono quindi in modo difensivo attorno al figlio, aiutandolo e creando con lui una sorta di relazione ideale”.

A differenza di quella che negli studi socioantropologici veniva definita “famiglia allargata” – che oltre al nucleo familiare di base comprendeva altri parenti – in molti casi la famiglia contemporanea tende invece ad “allungarsi”, a causa della permanenza dei figli sotto il tetto familiare. In un tale contesto le dinamiche intergenerazionali subiscono necessariamente modificazioni. Le pulsioni all’autonomia dei giovani devono essere forzatamente contenute e compresse, e di conseguenza viene a mancare il classico elemento di rottura generazionale, da  cui spesso emergono novità. Si tratta di un prolungamento dello stato liminale: se fisicamente il giovane ha assunto tutte le caratteristiche che segnano la fine dell’infanzia, socialmente non ha ancora ricevuto il marchio dell’adulto, di colui che lavora, è indipendente, può decidere per proprio conto.

Questo finisce per tradursi principalmente in due tipi di atteggiamento da parte dei giovani: da un lato, una sorta di ripiegamento nella famiglia, vissuto senza particolari traumi e talvolta portato all’estremo, come nel caso presentato nel film francese del 2001 Tanguy; dall’altro al contrario, un senso di fallimento e di impotenza per l’impossibilità di realizzare ciò che i genitori hanno fatto. Una condizione che peraltro espone i ragazzi anche a facili critiche, spesso mosse da personaggi che in gran parte sono assolutamente integrati e decisi fautori del modello socioeconomico che li rifiuta. Definirli “bamboccioni” o choosy non solo è ingiusto, ma significa inferire un ulteriore colpo alla loro già bassa autostima.

Anche per questo, sostiene Luigi Zoja, oggi gran parte della gioventù non adattata è così introversa e, contemporaneamente, inconsapevole della propria condizione, tanto da viverla come un fallimento.

La tecnologia, il forte declino di produttività dell’Europa nei settori non di punta, l’avanzata di molti Paesi del Terzo mondo si sono da tempo combinati con le difficoltà nel trovare un primo impiego e hanno spinto fuori dal mercato del lavoro proprio quelli che non erano ancora riusciti ad entrarvi. Li hanno serrati in un circolo vizioso. In Italia questo problema comune dei paese ricchi ha assunto un aspetto estremo. I figli – anzi il figlio, sempre più spesso unico, sempre più protetto dal mondo, soprattutto se maschio, con un atteggiamento apparentemente benevolo, ma che in realtà rivela poca stima di lui e gliela trasmette – anche quando cresciuti in famiglie di lavoratori manuali sono stati ormai “programmati” per entrare nel ceto medio e svolgere attività ritenute più prestigiose.

Così molti giovani scelgono di essere eremiti urbani, non perché insensibili al mondo, ma perché troppo sensibili alle differenze che dal mondo li separano. (..)