La metamorfosi delle famiglie italiane: le nuove famiglie, il mosaico generazionale e i millennials

2.3 La famiglia italiana diventa “liquida”
Oltre all’impatto dirompente sul welfare, sulle prestazioni sociali e sanitarie, sulla sostenibilità del sistema pensionistico, la combinazione tra i due fenomeni del calo demografico e dello spostamento in avanti della struttura della  popolazione porterà ad uno stravolgimento della concezione e del perimetro di famiglia, se è vero che, secondo le stime dei demografi, entro i prossimi trent’anni il 60% degli italiani non avrà né fratelli, né sorelle, né cugini, né zie o zii. Saremo quindi anche più soli, oltre che più vecchi, e ci toccherà ricercare nelle relazioni amicali ed interpersonali ciò che sino ad oggi abbiamo attinto dalla famiglia, con il suo ruolo di rete informale di protezione e di primo ammortizzatore sociale. O forse, come alcuni sostengono, andranno ad instaurarsi nuove forme collettive di relazione in alternativa a quelle parentali: una
società liquida non solo nelle esperienze e nei comportamenti, ma anche nella struttura e nella sua composizione di base.Risultati immagini per rapporto coop 2016
Già oggi, però, emerge una tendenza allo sganciamento dalle forme familiari più codificate e tradizionali: nel corso degli ultimi venti anni le tipologie “atipiche” di famiglia, impostate sulla ricerca di una maggiore flessibilità, sono più che raddoppiate, superando quota 8 milioni (circa un terzo del totale). Le unioni fuori dal matrimonio, che per le generazioni precedenti rappresentavano una eccezione alla regola, sono diventate una modalità ricorrente per i
giovani di oggi: secondo gli ultimi dati le relazioni di convivenza tra celibi e nubili sono salite a quasi 700 mila in tutto il Paese (dai 70 mila del 1995), per un totale di poco meno di 2 milioni di individui (erano 160 mila venti anni fa).
La grande vittima di tale processo evolutivo è l’istituto del matrimonio: atteso un tempo come una sorta di liberazione e di emancipazione dalla famiglia di origine oggi è vissuto spesso come una costrizione non necessaria. Ci si sposa di meno e sempre più tardi (l’età media delle spose al matrimonio è cresciuta dai 25 anni del 1976 ai quasi 31 di oggi), a conferma di uno spostamento delle preferenze verso una impostazione meno rigida della vita di coppia. In forte  difficoltà, in particolare, i riti religiosi (i matrimoni civili ammontano a poco meno della metà del totale, erano appena il 2% negli anni Cinquanta ed il 20% negli anni Novanta).
Dirompente anche l’effetto sui tempi della genitorialità, se si considera che l’età media al parto ha guadagnato oltre 4 anni dagli anni Settanta ad oggi, con tutto ciò che questo ha comportato in termini di calo del tasso di fertilità e di progressivo rimpicciolimento delle famiglie italiane. Se le neo mamme babyboomers avevano il primo figlio in media a 27,5 anni e quelle della generazione X a 30 anni, le millennials accedono alla condizione di genitore a quasi 32 anni.
Cambia la stessa sequenza delle diverse fasi della vita familiare: il classico percorso fidanzamento-matrimonio-genitorialità presenta numerose varianti.
Oltre una donna su cinque sperimenta altre esperienze, dalla convivenza prematrimoniale
(9%) all’accesso alla genitorialità prima delle nozze (4%), così come l’incidenza delle donne che prima di dare alla luce il primo figlio hanno avuto una unione libera con il proprio partner fuori dal matrimonio è cresciuta di quasi 20 volte negli ultimi quaranta anni (dall’1,6% al 17,1%).

2.4 L’Italia di oggi è un mosaico generazionale
Valori, esperienze, culture, territori, appartenenze. Sono molte le differenze che contraddistinguono gli italiani di oggi. Ma è forse l’età la chiave di lettura che più di altre sembra in questo momento in grado di rappresentare una società complessa, mosaico di gruppi sociali differenti e forte cambiamento. Profondamente diverse sono del resto le linee di demarcazione che hanno segnato l’emergere di questi gruppi di individui, dalla seconda guerra mondiale all’epoca del boom economico, dal primato della politica a quello dell’immagine, dall’avvento di internet alla lunga recessione economica.
Riprendendo la nomenclatura che l’Istat ha proposto nell’ultima edizione del Rapporto annuale, è possibile isolare una stratificazione di cinque “figure tipo” di italiani.
La letteratura sociologica ha cercato a più riprese di descrivere opportunamente questi soggetti, tratteggiandone la personalità in termini di inclinazioni, convinzioni e aspirazioni:
la generazione della ricostruzione (1926-1945) ha vissuto e superato il trauma del secondo conflitto mondiale ed è incardinata sul valore della fiducia, una fiducia incrollabile nel futuro. Ha conosciuto la transizione dai totalitarismi alla democrazia, dalle ostilità alla convivenza pacifica tra i popoli;
la generazione dei baby boomers (1946-1965), “on the road” per definizione, quella delle rivoluzioni culturali, del pacifismo e del femminismo, dei grandi raduni e del rock. Persone fortemente orientate al lavoro, alla carriera, all’impegno civile e politico, con una istruzione di livello medio-alto e buone disponibilità economiche;
la generazione X (1966-1980) è quella che ha vissuto l’arrivo dei primi computer, delle televisioni commerciali, dei primi oggetti portatili (i walkman), una tribù ambiziosa ed autosufficiente, che tende ad identificare nell’attività professionale lo strumento per massimizzare il benessere personale e familiare;
i millennials (1981-1995) sono i figli delle nuove tecnologie, coloro che sono costantemente connessi alla rete e che trascorrono più tempo tra le mura di casa, entrati nel mondo del lavoro con più lauree e master dei propri genitori, ma abituati a vivere in un mondo liquido e precario, caratterizzato dalla morte delle ideologie. È la generazione sulla quale si sono scaricati in misura
maggiore i costi economici e sociali della crisi, delusa e disincantata, perennemente alla (vana) ricerca di nuovi modelli di riferimento;
la generazione delle reti (1996-2015) sono i figli dei social network, dell’iPhone e dell’iPad: iperconnessi, ultraconnessi, multimediali e multitasking, in grado di gestire il continuo flusso di informazioni. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi che privilegiano la rapidità all’accuratezza, la condivisione alla riservatezza e per i quali la globalità è un valore acquisito.
È interessante approfondire il rapporto che ciascuna generazione ha con il consumo e con i consumi, cui ogni generazione ha attribuito e attribuisce uno  specifico significato ed un preciso contenuto immateriale. Un modo alternativo, forse, per raccontare come sono cambiati gli italiani e con loro l’Italia.
Il punto di partenza è la generazione della ricostruzione, per la quale il consumo ha il sapore del riscatto sociale e della conquista: per coloro che avevano vissuto gli stenti della guerra, la fruizione di un bene o di un servizio rappresentava una sorta di “liberazione”, una forma di affermazione rispetto alla negazione del conflitto mondiale. Sono gli anni in cui cresce la speranza di vita alla nascita e si assiste al generale miglioramento delle condizioni di vita, anche grazie all’avvento della sanità pubblica: in questo contesto larga parte dei consumi viene destinata al soddisfacimento dei bisogni primari essenziali, a partire dall’alimentazione. È una mentalità che quella generazione ha conservato ancora oggi nella fase di maturità della vita: l’ambizione di sicurezza e la fiducia incrollabile nel futuro spiegano, insieme ad una più ampia disponibilità economica, la priorità per l’abitazione di proprietà e la preferenza per gli
investimenti nella casa.
Nei decenni che seguono l’Italia entra progressivamente nel novero dei Paesi più avanzati ed è attraversata da rapide trasformazioni che modificano profondamente i profili sociali del suo passato contadino. La crescita dei consumi e il suo impatto sui comportamenti giovanili, sui modelli e i ruoli di genere, sulla  stratificazione sociale rimettono in discussione i rapporti di potere all’interno della società. Nuove forme di commercializzazione, pubblicità, marketing si
accompagnano all’espansione del sistema dei media e alla diffusione di nuovi mezzi di trasporto che rompono l’isolamento della provincia e contribuiscono all’integrazione del Paese da Nord a Sud.
Si tratta, d’altro canto, di una epoca percorsa da tensioni e conflitti che aprono inedite opportunità per l’emergere di nuovi soggetti sociali: donne, giovani e consumatori che possono essere parte di mobilitazioni collettive a carattere politico e ideologico, ma che in primo luogo hanno elaborato, adottato o adattato i nuovi linguaggi del consumo, della cultura di massa, dell’identificazione generazionale, della “americanizzazione” dei comportamenti, della modernità declinata in tante e diverse versioni.
Per la generazione dei babyboomers, nati a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta e quindi spettatori/protagonisti del miracolo economico e delle grandi trasformazioni sociali, il consumo diventa lo status symbol per eccellenza, un momento di identificazione: l’auto, che proprio in quel periodo ha raggiunto tutte le case degli italiani, è per lunghi anni l’emblema del benessere socioeconomico di una famiglia. Oggi quella esigenza di riconoscibilità avvertita dai babyboomers ha assunto la via del lusso e dell’acquisto ricercato.
La generazione X, o generazione della transizione, “inquadrata nel periodo di transizione tra il declino del colonialismo, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda”, vive il passaggio da un mondo in crescita, di cui sperimenta gli ultimi fasti e di cui conserva, ancora oggi, la predilezione per la marca, consacrata dalle tendenze dell’abbigliamento dei primi anni ‘80. Una generazione di passaggio in un Paese che non riesce a interpretare il cambiamento
e che “galleggia” per quasi un decennio attingendo al debito pubblico, prima che le crisi finanziarie ne mettano a nudo le fragilità.
Con gli anni Novanta cambiano il clima socio-culturale e le condizioni economiche di base: è una Italia che vive una fase di transizione politica senza precedenti e che avvia il processo di integrazione europea, scoprendo il peso dei vincoli per il governo della finanza pubblica. In questo contesto anche il consumo è oggetto di ripensamento: si diffonde un approccio più maturo, critico e responsabile. Per la generazione X, che proprio in quegli anni assume il ruolo di motore economico del Paese, il passaggio ad una forma di consumo “di qualità” è da attribuire ad una evoluzione del consumatore che è divenuto più esperto, autonomo e competente. Consapevole dei propri bisogni, sempre più complessi ed eterogenei, cerca nei prodotti nuove qualità, tangibili e intangibili.
Le frontiere del consumo vanno pertanto in una direzione che integra  qualitativo e quantitativo, fisico e psichico: valori tipici di quel periodo storico come la pace, l’ambientalismo e l’ottimismo spingono verso una forma di consumo che è la perfetta sintesi tra l’immagine esteriore e lo stare bene interiore.
È nell’alimentazione, in particolare, che si manifesta questa filosofia: non è un caso che l’attuale filone che fa capo al biologico ed al salutismo abbia attecchito in primis in questa fascia anagrafica di individui Si arriva così alla generazione dei millennials, coloro che rappresentano una autentica rottura rispetto ai modelli precedenti, comunque caratterizzati da una qualche forma di contaminazione reciproca. I millennials sono invece un qualcosa di intimamente diverso dal passato nell’approccio al consumo: il primato della tecnologia e la disponibilità di una connessione internet ventiquattro ore su ventiquattro tendono a connotare lo shopping in termini virtuali ed esperienziali. Gli studi disponibili documentano uno spostamento delle preferenze di acquisto verso modelli più “asciutti”, in cui il marchio non è rilevante: è una forma di consumo funzionale, quasi asettico, molto spesso socialmente ed eticamente responsabile. Per i millennials l’auto, ad esempio, è spogliata di ogni contenuto “romantico”, è pari ad un elettrodomestico qualunque con specifiche funzionalità. È naturalmente lo smartphone l’emblema di questa  generazione che utilizza un unico strumento per tutto: relazionarsi, informarsi, acquistare. Molto simili ai millennials, la generazione delle reti entrerà nell’età del consumo solo negli anni a venire. Per una generazione che ha acquisito pressoché alla nascita le competenze digitali di base e che posta pensieri ed immagini in tempo reale, il consumo avrà presumibilmente solo poche prerogative: la condivisione, l’immediatezza, la globalità.

2.5 Millennials: una “generazione disagio”
Sono nati negli anni della rivoluzione digitale, uno dei periodi più cool della storia recente, ma hanno dovuto fare i conti con la più profonda crisi economica dalla Grande Depressione degli anni Trenta: per gli analisti di marketing sono semplicemente i millennials, la generazione che più di altre incarna lo sconvolgimento radicale che nel corso dell’ultimo decennio ha travolto la società e le strutture sociali ed economiche che la regolano.
Su di loro si è detto tutto ed il contrario di tutto: sono stati definiti choosy e bamboccioni, accusati di una incapacità cronica di staccarsi dal nido familiare e di approdare all’indipendenza, economica e di vita (l’età media di uscita dalla famiglia di origine è nel nostro Paese attorno ai 30 anni, mentre è inferiore ai 25 nei Paesi scandinavi, in Francia, in Germania e nel Regno Unito).Risultati immagini per rapporto coop 2016
Proprio loro, i giovani, che in ogni altra epoca hanno guidato le rivoluzioni e rappresentato il simbolo del futuro e del progresso, hanno finito per passare di moda, diventando una generazione per certi versi invisibile (non esistono per il mercato del lavoro, dove hanno il tasso di occupazione più contenuto di tutte le fasce di popolazione, e non esistono per la demografia, con una propensione alla genitorialità che si attesta sui minimi storici).
Nessuno si è invece soffermato ad ascoltare il grido d’allarme che si è levato dalle loro relazioni con il mondo esterno: il disimpegno politico, l’astensione elettorale, la scelta di emigrare all’estero per cercare fortuna e lavoro (o almeno la disponibilità ad abbandonare famiglia ed amici, non lontana dal 90% del totale).  Tanto che per questa “generazione disagio” (quattro giovani su cinque, secondo l’ultima rilevazione dell’Eurobarometro, dichiarano nel nostro Paese di sentirsi ai margini della società, il più alto livello in Europa, secondo solo alla Bulgaria) la ricerca di una via di fuga è stata letta come una forma di menefreghismo, la loro insicurezza confusa con egoismo.
Si tratta al contrario di capitale umano non adeguatamente valorizzato: qualora avvertissero la possibilità di instaurare un dialogo, i millennials sarebbero pronti ad offrire il loro impegno a servizio della società, con il loro bagaglio di “smartness”, di competenze digitali e di capacità di adattamento. Secondo l’indagine “Millennial Dialogue”, i giovani italiani sono i primi in Europa per interesse e partecipazione agli incontri politici (10%, davanti ai coetanei francesi, tedeschi e spagnoli), mentre uno su cinque vede di buon occhio le iniziative popolari che partono dal basso: come a dire che ciò che manca è prima di  tutto un interlocutore in grado di suscitare coinvolgimento, di toccare le corde giuste e che il problema di oggi è principalmente da ricercare nell’efficacia della rappresentanza. L’Italia è inoltre il primo Paese in Europa ad avere fiducia nei social network e a vedere in essi non solo un focolaio di informazione politica, ma anche una fonte di progresso per il sistema. (..)

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